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    Provetta letale, le malattie dei padri ricadono sui figli

    13/01/2026 | 7 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8416

    PROVETTA LETALE, LE MALATTIE DEI PADRI RICADONO SUI FIGLI
    di Tommaso Scandroglio
     
    Le colpe dei padri ricadranno sui figli. A volte anche le malattie dei primi ricadranno sui secondi. A seguito di un'attività investigativa svolta da 14 emittenti pubbliche, si è scoperto che quasi 200 bambini, concepiti tramite fecondazione artificiale, sono nati dallo sperma di un unico "donatore", il quale è portatore di una mutazione del gene Tp53. Questa mutazione può far insorgere nel 20% di questi bambini la sindrome di Li Fraumeni la quale aumenta fino al 90% il rischio di contrarre dei tumori nell'infanzia e il tumore al seno per le donne.
    L'uomo ha iniziato a "donare" il suo sperma nel 2005 e si è fermato nel suo desiderio di emulare Abramo nel 2022. La Banca europea del seme ha reso noto che l'uomo non è malato e che il suo seme è stato utilizzato da 67 cliniche in 19 Paesi per far nascere 197 bambini. Circa 200 bambini a cui bisogna sommare almeno altri duemila bambini morti durante le tecniche di fecondazione artificiale. Il calcolo riguardo ai bambini venuti alla luce è sicuramente in difetto perché non tutti i Paesi hanno comunicato i dati relativi a questo caso.
    67 di quei 197 bambini sono stati già sottoposti ad esame e in 23 di loro è stata rinvenuta la maledetta mutazione. A dieci di loro è stato diagnosticato un tumore e alcuni sono già morti. Per gli altri, come già accennato, il rischio di ammalarsi gravemente è elevatissimo.
    Clare Turnbull, genetista oncologa presso l'Istituto di ricerca sul cancro di Londra, ha dichiarato alla BBC: «Quella della sindrome di Li Fraumeni è una diagnosi terribile. È molto difficile da accettare per una famiglia, è pesante convivere con la probabilità di sviluppare un cancro». I genitori sono infatti obbligati per molti anni a sottoporre i figli ad esami per individuare in modo precoce eventuali tumori. Si vive con la spada di Damocle sulla testa e spesso quella spada cade impietosa.
    UN PROBLEMA DUPLICE
    La levata di scudi è stata immediata. Il problema sarebbe duplice: a livello internazionale e nazionale si permetterebbero troppe "donazioni" da un unico soggetto. Secondo: occorrono screening più accurati. Partiamo dal primo inciampo il cui ragionamento è semplice: meno concepimenti, meno bambini ammalati. Ciò non corrisponde al vero: se si diminuiscono i concepimenti da un unico donatore si aumenteranno per compensazione i concepimenti da più donatori, anch'essi portatori eventualmente della stessa o di altre patologie genetiche. In secondo luogo e andando al nocciolo del problema, parrebbe che la malvagità della fecondazione eterologa risiederebbe nel numero di "donazioni". Sarebbe una questione quantitativa e non qualitativa, ossia riferibile alla qualità dell'atto, al cosa è la fecondazione extracorporea. Ma il vero problema etico non è nel grado dell'atto - individuare la soglia oltre la quale il numero di "donazioni" diventa moralmente illecito - bensì nella specie dell'atto - è la fecondazione artificiale in sé ad essere atto moralmente illecito: il numero rende "solo" più grave l'illecito.
    In merito all'esigenza di esami più accurati sui gameti, risponde Allan Pacey, già direttore della Sheffield Sperm Bank e ora è vicepreside della Facoltà di Biologia, medicina e salute all'Università di Manchester: «Non è possibile effettuare screening per tutto, accettiamo solo l'1% o il 2% degli uomini che si candidano come donatori di sperma nell'attuale sistema di screening, quindi se lo rendessimo ancora più rigoroso non ne avremmo più nessuno», racconta sempre alla BBC per spiegare che per prassi non viene ricercata la mutazione Tp53 al pari di moltissime altre. Dunque non rendiamo più rigorosi i controlli altrimenti non possiamo più vendere l'eterologa a nessuno e lasciamo invece che i rischi sulla salute ricadano sui bambini. D'altronde il ragionamento è coerente: se con la fecondazione artificiale espongo più del 90% dei concepiti ad un rischio mortale perché tenere indenne da questo stesso rischio i sopravvissuti alla provetta?
    L'ORIGINE DEL DRAMMA DELLA PROVETTA
    Qual è invece il peccato originale di questo dramma della provetta? Non sta essenzialmente nel numero di filiazioni per procura, né negli screening genetici, bensì nelle stesse tecniche di fecondazione extracorporea. La generazione a seguito del rapporto sessuale riduce di molto il rischio di trasmettere tare genetiche. Infatti madre natura, o Dio Padre a seconda del proprio grado di maturazione spirituale, seleziona già il migliore (almeno sulla carta) spermatozoo per fecondare. La tanto decantata selezione naturale darwiniana qui viene abbandonata a favore di una selezione artificiale che è assolutamente fallace, perché è quasi impossibile trovare tra centinaia di milioni di spermatozoi il più talentuoso perché il più sano. Siamo tutti per il bio, ma non quando si parla di figli. Il bio-figlio viene sostituito dal tecno-figlio e i risultati sono questi.
    È inevitabile: stante l'inscindibile unità di spirito e corpo, quando violiamo una legge metafisica i danni si ripercuotono anche nel mondo fisico. Il disordine morale si riverbera nel disordine fisico. Violate il principio morale secondo il quale solo dall'abbraccio amorevole tra marito e moglie è lecito che nasca un figlio e avrete figli ammalati - e non solo della sindrome di Li Fraumeni, ma anche di moltissime altre patologie (clicca qui qui, qui e qui) - avrete centinaia di figli di un unico padre e centinaia di fratellastri sparsi per il mondo, ledendo così il diritto nativo di ogni bambino di crescere con il proprio padre e con i propri fratelli e ferendo a morte l'istituto della famiglia qui polverizzato in una congerie di relazioni solo biologiche e non più sociali, solo genetiche e non più affettive.
    È proprio vero: le colpe dei padri ricadranno sui figli.
  • Tommaso Scandroglio - BastaBugie.it

    Eutanasia chiama eutanasia: cosa spiega il boom canadese

    13/01/2026 | 8 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8413

    EUTANASIA CHIAMA EUTANASIA: COSA SPIEGA IL BOOM CANADESE
    di Tommaso Scandroglio
     
    16.499. Sono i decessi per eutanasia avvenuti in Canada nel 2024 secondo il Sesto rapporto annuale sull'assistenza medica al suicidio (MAID). Dal 2016, anno di legittimazione del suicidio assistito, ad oggi i decessi per MAID ammontano ad oltre 76mila. 16.499 decessi per eutanasia corrispondono al 5,1% di tutti i decessi. Ciò vuol dire - dato ancor più amaramente interessante - che un decesso su 20 in Canada avviene a causa di trattamenti eutanasici. Il report ci informa che le richieste respinte ammontavano a 6.036.
    Rispetto al 2023 c'è stato un aumento di decessi per suicidio assistito del 6,9%, un aumento che numericamente è sempre in crescita dal 2019, primo anno di rilevazione. La maggior parte delle persone morte per MAID, il 95,6%, aveva poco tempo da vivere. Quel 4,4% di persone suicidatesi sebbene non fossero sul punto di morire sembra una percentuale da poco ma corrisponde a 732 persone, segnando un +17,12% rispetto al 2023, persone perlopiù affette da disabilità.
    Come spiegare questi numeri? E, più in generale, come spiegare il fenomeno dell'eutanasia che nel mondo, seppur a velocità diverse, sta sempre più dilagando? Le motivazioni sono plurime. Qui accenniamo solo ad alcune.
    In primo luogo si fa sempre più fatica a considerare la persona custode di una preziosità intrinseca incommensurabile al di là della maggiore o minore perfettibilità fisica, al di là delle patologie da cui può essere affetta, al di là della sofferenza patita, al di là della capacità di svolgere alcune funzioni quali il linguaggio, la coscienza di sé e del mondo intorno a sé, l'autonomia etc. Il giudizio morale viene calibrato secondo il criterio della qualità della vita, non secondo il criterio della dignità intrinseca della persona, dignità che è assoluta, ossia svincolata da parametri come salute ed efficienza.
    LA COSCIENZA COLLETTIVA
    Queste categorie qualitative, invece, sono state fatte proprie in modo profondo dalla coscienza collettiva tanto che gli stessi pazienti non solo giudicano le proprie esistenze malate ormai non più degne di essere protratte nel tempo, ma reputano le stesse come un fardello insopportabile da far portare a parenti ed amici, i quali, loro stessi, non sono più disposti a sopportare tale carico di sofferenza ed assistenza ed a supportare il proprio caro fino alla fine. Il secondo nodo quindi è dato dall'individualismo radicale, ambiente asfittico in cui siamo immersi tutti noi ogni giorno. La concentrazione dell'universo nel nostro ombelico ci fa percepire gli altri o come nemici del nostro benessere, se ci possono danneggiare, o come alleati per il nostro benessere, se possono tornarci utili. Ovvio che il nonno morente non può che rientrare nella prima categoria. L'eutanasia diventa quindi risorsa per tutelare il nostro dorato egoismo: la morte anticipata significa anticipare altresì il ritorno alla nostra vita, ai nostri agi, ai nostri progetti, ai nostri divertimenti, etc.
    L'eutanasia è sempre preceduta dall'abbandono affettivo, ancor prima che clinico. Chi sta morendo, ma è circondato da affetto, aspetta la morte, non le corre incontro. Chi si sente solo già si sente morto. C'è un dato nel report canadese che ce lo conferma: quasi tre quarti (74,1%) delle persone decedute per MAID hanno ricevuto cure palliative. Una certa propaganda pro-life, anche italica, afferma che più si estendono le cure palliative meno richieste di eutanasia avremo. Bisogna capirsi. Se per cure palliative si intende - come si dovrebbe - le terapie antalgiche, ossia contro il dolore, e la cura totale della persona, comprendendo anche la vicinanza affettiva, allora quella dinamica inversamente proporzionale prima descritta è vera: più cure palliative significa meno eutanasia.
    Ma qualora per cure palliative si intendessero solo le somministrazioni di oppiacei o similia, allora le richieste di morire non diminuiranno. Ed infatti sebbene la quasi totalità dei richiedenti MAID si fosse sottoposta a cure palliative, ossia a terapie antalgiche, ciò non ha impedito di anticipare la loro morte con l'eutanasia. Perché gli oppiacei tolgono il dolore fisico, ma per il dolore dell'anima, che è quello che ti fa desiderare di morire, servono gli abbracci e sguardi in cui tu riconosci ancora il tuo valore perché ti senti amato. Dobbiamo poi ricordarci di quel quasi 26% che ha voluto morire e non ha avuto bisogno di cure palliative, ciò a testimonianza che il dolore fisico non è il discrimen vero, bensì è la sofferenza psicologica a fare la differenza.
    IL FENOMENO DEL CONTAGIO SOCIALE
    L'eutanasia sta crescendo in Canada come nella coscienza di molti anche grazie al cosiddetto fenomeno del contagio sociale. Più se ne parla, più si pratica. Più si pratica, più persone prenderanno esempio da chi ha compiuto queste scelte. La diffusione di un costume porta alla sua normalizzazione sul piano morale.
    Un altro fattore adiuvante la pratica dell'eutanasia è sicuramente la sua legalizzazione. Ogni norma educa o diseduca il cittadino. Il ragionamento è tanto semplice quanto erroneo: se c'è una legge sul suicidio assistito, vuol dire che questa pratica è anche moralmente praticabile. La depenalizzazione di una pratica - dunque nel nostro caso evitare di mandare in carcere chi aiuta qualcuno a togliersi la vita - non fa che incentivare la pratica stessa. È contraddittorio quindi affermare che per debellare un certo fenomeno è necessario depenalizzarlo o addirittura legittimarlo.
    Un penultimo motivo, tra i diversi, che qui vogliamo rammentare in merito all'incentivazione della pratica dell'eutanasia è da rinvenirsi nella perdita del senso della sofferenza. Scriveva nel 2016 il cardinal Elio Sgreccia: «La risposta del mondo secolarizzato di fronte alla sofferenza è ben preciso: quello del rifiuto. Ciò vuol dire che la sofferenza deve essere combattuta e dominata in tutti i modi e, quando non è più suscettibile di guarigione, deve essere rifiutata la vita provocando la morte. [...] L'atteggiamento di rifiuto della sofferenza, a modo di negazione, porta così la cultura ad eliminare il sofferente come portatore di sofferenza, destituendolo della sua dignità di persona» (Sofferenza e morte nella cultura contemporanea, in Congregazione per la Dottrina della Fede, Sull'eutanasia, LEV, pp. 50 e 55). La sofferenza può acquistare valore solo se intendiamo l'uomo un essere spirituale, solo se la prospettiva è metafisica. Unicamente uno sguardo trascendente può assegnare significato a ciò a cui la ragione non riesce per sue sole forze a dare senso. Il dolore può essere accettato e offerto al fine di diventare prezzo di riscatto per i propri peccati e per i peccati altrui. Anche il dolore altrui inconcepibile e umanamente devastante come quello dei bambini può essere offerto a Dio e comunque anche in esso c'è sicuramente un valore, perché nulla esce dalle mani provvidenziali di Dio. Tutto egli vuole o permette per un bene maggiore.
    Ma l'uomo contemporaneo, e così arriviamo all'ultimo motivo della diffusione dell'eutanasia, è ateo per definizione. La sofferenza, chiusa nella prospettiva immanente del mondo, è di per sé insensata. Se poi Dio non c'è, il senso di questa esistenza termina con la nostra morte e dunque una esistenza che reca con sé più affanni che benedizioni, più angustie che soddisfazioni è una esistenza che non vale più la pena di vivere. È una vita già morta in sé.
  • Tommaso Scandroglio - BastaBugie.it

    Intervista col santo, i rischi dell'IA (che ci avvicina a Matrix)

    13/01/2026 | 5 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8414

    INTERVISTA COL SANTO, I RISCHI DELL'IA CHE CI AVVICINA A MATRIX
    di Tommaso Scandroglio
     
    Il ricco epulone doveva morire ai nostri giorni. Se fosse successo, avrebbe chiesto all'Università di Padova di poter parlare lui o di far parlare Lazzaro con chi non era ancora morto, scavalcando così il duro divieto di Abramo, che gli negò ogni forma di comunicazione con quelli che erano ancora nell'Aldiquà. Infatti, grazie all'Intelligenza Artificiale (IA), alcuni ricercatori dell'università patavina sono riusciti a far parlare un defunto. Ma non un defunto qualsiasi, bensì San Carlo Acutis.
    All'interno del progetto di ricerca chiamato Memoria digitale e narrazione del sacro: il caso Carlo Acutis che vorrebbe ricreare avatar di defunti per poter interloquire con loro, i ricercatori hanno realizzato un chatbot - un software che simula la conversazione umana - chiamato Io sono Carlo. In breve hanno addestrato questo programma di IA facendogli leggere quattro volumi di Antonia Salzano, madre di Carlo, e un bel po' di sana dottrina cattolica. Il risultato è stata una intervista al trapassato Carlo pubblicata sul Corriere della Sera.
    Le domande vertevano sull'Aldilà e i suoi ospiti, su come era Dio, se c'era l'Inferno et similia. Il Carlo robotizzato ha risposto in modo diligente, ricordando la dottrina di sempre su queste tematiche infarcendo le risposte con alcuni passaggi autobiografici. Il tutto in uno stile giovane e fresco, ben adatto ad un 15enne che tale, a quanto pare, dovrebbe rimanere per sempre anche in Cielo.
    UN CLONE DIGITALIZZATO
    A scanso di equivoci: il Carlo che rispondeva alle domande non è il Carlo che ora è in Paradiso, bensì è un clone digitalizzato di quel Carlo, un pappagallo che ripete con un certo ordine logico ciò che i suoi sviluppatori gli hanno dato in pasto da leggere.
    Detto ciò interroghiamoci su questo esperimento mediatico, dove i medium sono i ricercatori e lo spirito evocato appare grazie all'IA. La Chiesa ammonisce dal parlare con i defunti. Ma in questo caso tutti dovrebbero essere ben coscienti che quel Carlo finito sul Corsera non è il defunto da poco canonizzato, ma una copia. Abbiamo usato il condizionale perché in questa simulazione si nasconde il vero pericolo per le anime delle persone. 
    Infatti leggendo l'intervista si ha proprio l'impressione che sia Carlo Acutis in spirito e anima, ma non in carne ed ossa, a rispondere. Le risposte rispecchiano così fedelmente l'immagine che noi tutti ci siamo fatti di quell'adolescente, che non appaiono verosimili, bensì vere. E qui sta l'inganno: la coscienza che si tratti solo di un robot addestrato a rispondere a comando e in modo genuino viene scalzata dalla suggestiva percezione che l'interrogato sia realmente l'Acutis. L'autenticità del modo soppianta l'autenticità della persona. Il mezzo si antropomorfizza.
    Se poi pensiamo che la ricerca vorrebbe espandere l'esperimento ad altri de cuius anche non noti, il rischio aumenta in modo esponenziale. Se infatti la mamma che ha perso un figlio farebbe di tutto per poter parlare ancora con lui, l'IA offrirebbe a lei uno straordinario succedaneo per lenire le sue sofferenze. Ma, ecco il punto, si tratterebbe di una illusione.
    MATRIX
    I want to believe it, direbbero gli anglofoni, ossia voglio crederci anche se so che è tutta una finzione. Meglio una finzione ben apparecchiata, che la cruda e spietata realtà. La realtà virtuale è migliore di quella attuale. È il vecchio tema di Matrix: pillolina blu o rossa. 
    Vivere in un'appagante falsità o scorticarsi il cuore rimanendo incastrati in una realtà spietata?
    Ecco allora che l'Intelligenza Artificiale ha creato per davvero un paradiso altrettanto artificiale. Non esistono solo più le droghe per fuggire dalla realtà, ma anche gli algoritmi che rimpastano scritti, video e audio del passato per generare un compiacente presente, un presente che può parlarci anche al di là della morte.
    Ed eccoci ad una seconda illusione: l'IA diventa uno strumento per eternarci, per sfuggire alla decomposizione della memoria, per spiritualizzarci rendendoci sempre vivi e presenti grazie ad un click sulla tastiera. Per i nostri posteri saremo sempre raggiungibili infrangendo le barriere del tempo e anche quelle della sensatezza.
    Ma vi è una terza illusione, l'illusione più grande, che è quella di credere che l'IA possa tutto. A ChatGPT si chiedono consigli d'amore, su come uscire dalla depressione, spiegazioni sul senso della vita, notizie attendibili sull'Aldilà posto che esista. Se con la rivoluzione industriale abbiamo delegato alle macchine la fatica, con la rivoluzione digitale abbiamo inizialmente delegato alla tecnologia la ricerca di informazioni, ora con l'IA abbiamo delegato il pensiero. Ossia il giudizio, il ragionamento.
    Dovrebbe essere evidente che un Carlo Acutis che ci risponde sullo schermo di un pc è solo teatro, seppur teatro 2.0. Ma il fatto che si vuole credere alla finzione è segno che abbiamo abdicato alla ragione. Ormai funzione sempre più appaltata agli algoritmi.
    Una volta ci si affidava ai santi, certi che ci ascoltavano anche se non ci parlavano. Oggi ci si affida all'IA che fa le veci dei santi, santi parlanti, pensando poi che faccia miracoli. Ma miracoli non sono. Assomigliano più a miraggi, ad allucinazioni.
  • Tommaso Scandroglio - BastaBugie.it

    Bacio gay al concerto di capodanno, una bomba contro la cultura

    13/01/2026 | 4 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8412

    BACIO GAY AL CONCERTO DI CAPODANNO, UNA BOMBA CONTRO LA CULTURA
    di Tommaso Scandroglio
     
    Il famoso Concerto di Capodanno a Vienna, eseguito dai Wiener Philharmoniker, è stato sequestrato dall'ideologia LGBT. Infatti il direttore d'orchestra Yannick Nézet-Séguin (nella foto), apertamente gay, ha dapprima eseguito un pezzo dal titolo inequivocabile: Rainbow Waltz, ossia il Valzer arcobaleno. E poi, durante la celebre Marcia di Radetzky, brano obbligato di ogni Concerto di Capodanno, è andato a baciare sulla nuca il proprio compagno Pierre Tourville, violinista dei Wiener che stava eseguendo la marcia. Correttamente il sito Gay.it appunta: «Che lo si voglia o no, rendere visibile un amore gay in un contesto come quello del Concerto di Capodanno di Vienna è un atto politico. Non perché porti con sé uno slogan, ma perché normalizza ciò che per secoli è stato rimosso».
    Il messaggio politico volto a normalizzare ancor di più l'omosessualità è stato dirompente per più motivi. In primis il Concerto viennese è il paradigma della tradizione, concerto che si svolge nel tempio della tradizione viennese: la sala dorata del Musikverein di Vienna. Il bacio gay è in questa prospettiva terrorismo puro, atto violento che rivoluziona la tradizione perché la uccide, ne contesta in radice tutti i suoi valori, tra cui ovviamente la diversità uomo e donna e l'attrazione reciproca, la famiglia naturale e molto altro. Ecco allora spiegata la scelta non solo di baciare il compagno, a lui unito civilmente, durante il concerto, ma proprio durante la Marcia di Radetzky, pezzo per antonomasia tradizionalissimo.
    I prodromi di questo approccio dinamitardo e compiaciuto nella sua volontà di scioccare erano già nell'aria: il pubblico che applaude in momenti vietati, l'orchestra che canta e soprattutto l'attore-direttore che si mette a dirigere dalla platea, convinto che tutto ciò che è rottura sia eticamente valido, tutto ciò che rompe gli schemi è liberatorio perché al di là dei limiti si esprimerebbe l'autenticità personale.
    Su altro fronte il Concerto di Capodanno si svolge nell'atmosfera, meglio: nel contesto della felix Austria. Tutto trasuda Austria imperiale. Austria felice anche perché l'impero degli Asburgo è stato radicalmente e profondamente cattolico. Il bacio omosessuale allora vandalizza anche questo ambiente culturale e di fede che è strettamente connaturato alle musiche eseguite durante il Concerto di Capodanno. Chiara è stata dunque la volontà di violentare l'anima della nostra storia intessuta di identità cristiana e ordine divino. Un gesto deflagrante anche sotto la prospettiva spirituale.
    Il bacio gay scambiato non da due comparse qualsiasi, ma da due attori del Concerto allora è volutamente e consapevolmente omicida: uccide la tradizione, il portato culturale più sanamente occidentale, la nobilità, il pudore, il decoro - tre anime proprie del Concerto di Capodanno e dei Wiener - e soprattutto la fede cattolica di un Paese e di un Continente.
    Il gesto letale però è stato astutamente indorato grazie agli stucchi e, per l'appunto, agli ori della sala, grazie alla musica classica che in quel Concerto più classica non potrebbe essere, una musica esuberante, allegra, festante. In quella cornice così brillante la bomba sganciata dal direttore è stata percepita come un innocuo e divertente petardo di fine d'anno, una trovata che ben si poteva inserire in quel clima di baldoria musicale.
    A margine: guai se a scambiarsi quel bacio fosse stato il direttore e sua moglie. Sarebbe stato giudicato perlomeno inopportuno. Ma ai gay tutto è scusato, anzi tutto è grato.
    La storia si ripete: Gesù fu tradito da un bacio ed un bacio oggi tradisce la nostra storia.
  • Tommaso Scandroglio - BastaBugie.it

    Denatalità, le motivazioni culturali che non si vuol riconoscere

    13/01/2026 | 8 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8415

    DENATALITA', LE MOTIVAZIONI CULTURALI CHE NON SI VUOL RICONOSCERE
    di Tommaso Scandroglio
     
    La denatalità morde sempre di più in Europa: 1,18 figli per donna in Italia, 1,62 in Francia, 1,1 in Spagna, 1,35 in Germania e 1,41 in Gran Bretagna. Constatato questo scenario desolante, il Sole 24 Ore ha pensato bene di commissionare a Noto Sondaggi un'indagine demoscopica sul tema denatalità per metterne in luce le cause. L'indagine ha riguardato un campione di giovani tra i 18 e i 35 anni che vivono in Italia, Spagna, Germania, Gran Bretagna e Francia. Il succo del sondaggio è questo: i giovani e giovanissimi italiani sono molto meno pro-family dei loro coetanei europei e i motivi sono culturali. Analizziamo qualche dato.
    Alla domanda se si intende avere un primo figlio o altri figli il 42% dei giovani italiani risponde «Forse, ma non ho progetti concreti», quando invece la maggioranza seppur relativa degli altri Paesi (circa un terzo degli intervistati) dichiara che pensa di avere un figlio entro i prossimi 3-5 anni. E quei pochi italiani che intendono avere figli li vogliono in un numero inferiore rispetto a quello indicato da spagnoli, francesi, tedeschi e inglesi.
    Per la maggior parte degli italiani (57%) non si mettono al mondo più bambini per motivi economici (siamo superati in questo giudizio solo dai tedeschi). I motivi culturali sono indicati solo dal 13% del campione (tale percentuale è più bassa rispetto a quella indicata dagli altri Paesi). Va da sé che per i giovani italiani i rimedi passano attraverso gli incentivi economici e la riorganizzazione del lavoro. All'ultimo posto troviamo i cambiamenti culturali. Ma, come vedremo, i motivi culturali in realtà sono al primo posto secondo il giudizio degli stessi intervistati.
    Un'altra domanda è rivolta solo a chi non ha figli o non li vuole avere: perché non li cerchi? Indichiamo solo le prime quattro risposte più gettonate: costo della vita (41%); mancanza di un partner stabile (39%); libertà personale e carriera (37%); instabilità lavorativa (30%). E chi ha deciso di non avere figli dichiara, nel 60% dei casi, che è frutto di una decisione autonoma, presa perché lo rende felice. Ecco che accanto a motivazioni di carattere economico iniziano ad occhieggiare altre motivazioni di carattere psicologico e sociologico.
    NON AVERE FIGLI
    Queste differenti motivazioni iniziano a consolidarsi quando si chiede di indicare i fattori più significativi che influenzano la decisione di non avere figli (le percentuali qui indicate sono sempre maggiori rispetto agli altri Stati): costi (78%); incapacità di conciliare famiglia e lavoro (77%); insicurezza sul lavoro (71%); incertezza sul futuro (70%); stile di vita (60%); mancanza di supporto familiare (58%); limitazione della qualità di vita personale (52%); immaturità personale (50%).
    Le motivazioni di carattere sociale e psicologico per decidere di non avere figli poi emergono ancora più chiaramente dalle seguenti affermazioni: il 58% è d'accordo che avere figli è una tappa della vita adulta (ma in questo giudizio arriviamo penultimi rispetto agli altri Paesi); le persone oggi privilegiano la libertà personale alla genitorialità (64%); la genitorialità è una delle molte forme di realizzazione personale (70%); oggi si è meno propensi a ridefinire la proprie priorità personali per diventare genitori (64%); oggi è difficile conciliare la famiglia con l'autorealizzazione (70%); le aspettative sociali influenzano ancora grandemente la decisione di avere figli (62%).
    In merito al contesto sociale in cui abitiamo, gli italiani sono più critici rispetto agli altri cittadini europei verso il sistema Paese in cui vivono sempre relativamente al tema della genitorialità: le politiche sulla natalità, il contesto lavorativo e sociale, le istituzioni etc. non aiuterebbero a sufficienza. In particolare, per il 72% del campione (negli altri Paesi le percentuali sono nettamente inferiori) la società non valorizza adeguatamente la genitorialità rispetto alla realizzazione personale e professionale. Quindi è un'accusa verso la mentalità diffusa, ma poi nelle risposte che abbiamo già indicato, sono gli intervistati stessi che si adeguano a questa mentalità anti-natalità. Insomma imputano agli altri un errore che sono loro stessi a compiere.
    UNA SINTESI
    Proviamo a fare una sintesi di tutti questi dati. Il campione ha indicato nelle motivazioni economiche le prime cause che dissuadono dall'avere un figlio. Poi vengono indicate altre cause non strettamente di carattere economico: mancanza di un partner stabile, limitazione della libertà personale, carriera, mancanza di un supporto familiare, immaturità, paura del futuro, clima sociale che non valorizza la genitorialità, mancanza di politiche adeguate. Le motivazioni economiche e le altre di carattere sociale e psicologico possono essere collegate tra loro? Sì. Se confrontiamo tutte le risposte osserviamo che nella coscienza collettiva il figlio non vale così tanto da sacrificare libertà personali, aspirazioni, carriera. Tanto è vero che chi non ha figli è felice di non averli, anche perché parte del campione è così giovane che non si vede ancora come padre e madre.
    Ne avevamo già parlato a suo tempo: «supponiamo che Tizio non voglia comprare una Ferrari perché non vuole spendere 1.000 euro per acquistarla. Tutti gli diremmo che è un pazzo e che sta perdendo una grande occasione. Il gioco vale assolutamente la candela. Tizio adduce motivazioni economiche, ma il problema di Tizio sta nel fatto - vera causa del mancato affare - che è stato incapace di riconoscere il valore di una Ferrari». Il figlio, nel percepito collettivo, toglie quelle risorse economiche utili per la propria realizzazione personale. Allora la causa prima della denatalità non sono i soldi, ma la mancanza del riconoscimento della preziosità del figlio. Questo, per così dire, errore di stima non è così incidente nel resto d'Europa.
    Sono gli stessi intervistati ad ammettere che i soldi non sono la vera motivazione per non avere figli: per molti diventare genitore non è una tappa fondamentale dell'esistenza; le persone oggi privilegiano la libertà personale alla genitorialità; diventare genitori è una delle molte forme di realizzazione personale e non una delle più eccelse (Nb: 70%); vi sono altre priorità rispetto alla genitorialità; oggi è difficile conciliare la famiglia con l'autorealizzazione, dimentichi del fatto che è nella famiglia che ti realizzi e che quest'ultima non è nemica della tua felicità, ma componente essenziale della stessa; l'orientamento culturale non è sicuramente pro-family.
    Dunque le motivazioni culturali, che solo il 13% del campione considera scriminanti nella decisione di avere dei figli quando a lui viene posta una domanda diretta sul tema, sono in realtà determinanti, a detta degli intervistati stessi quando si chiede un loro parere su differenti motivazioni sociali e culturali che portano all'inverno demografico. E dunque è la cultura diffusa che ci ha insegnato almeno due cose: prima veniamo noi e poi i figli, perché questi possono essere nemici della nostra felicità. Secondo: i figli sono un accessorio, non parte essenziale della nostra vita.

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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo
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