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    Omelia mercoledi delle ceneri (Mt 6,1-6, 16-18)

    12/02/2026 | 8 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/515

    OMELIA MERCOLEDI' DELLE CENERI (Mt 6,1-6.16-18) di Don Stefano Bimbi
     
    Oggi iniziamo la Quaresima con un gesto sobrio e potentissimo: le ceneri sul capo. Non sono un simbolo triste, ma di rinnovamento. Ci dicono due cose: la vita passa e, proprio per questo, la vita è preziosa. Le ceneri smascherano le maschere. E ci chiedono: davanti a chi sto vivendo? Per chi sto facendo quello che faccio?
    Nel Vangelo Gesù ci consegna il cuore della Quaresima con una frase che suona come un allarme: "Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati."
    Non dice che elemosina, preghiera e digiuno siano inutili. Al contrario: sono indispensabili. Ma c'è un rischio sottile: fare cose sante per un motivo sbagliato. Cercare lo sguardo degli altri, l'applauso, la reputazione. Una religiosità "in vetrina".
    E allora Gesù ripete tre volte una parola che è la chiave: "nel segreto".
    L'elemosina nel segreto. La preghiera nel segreto. Il digiuno nel segreto.
    E tre volte promette: "il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà."
    1) ELEMOSINA: NON SOLO DARE, MA LIBERARE IL CUORE
    Quando Gesù parla di elemosina, non sta dicendo soltanto "fai una offerta ai poveri". Sta dicendo: rompi l'idolo del possesso. L'elemosina è la cura contro quel pensiero che ci stringe: "è mio, mi serve, non basta mai."
    Fare elemosina "nel segreto" significa: non la uso per sentirmi migliore, non la uso per costruirmi un'immagine. La faccio perché l'altro è mio fratello, perché Dio è Padre, perché ciò che ho l'ho ricevuto.
    Quaresima è un tempo buono per chiedersi: di chi mi sto dimenticando? chi sto lasciando solo? A volte l'elemosina più grande non è il denaro: è il tempo, l'ascolto, una visita, una telefonata, il perdono offerto.
    Esempi di impegni concreti per la Quaresima:
    - Una busta (o bonifico) quaresimale settimanale: scegliere una cifra fissa (anche piccola) e destinarla ogni settimana a Caritas/parrocchia/una famiglia in difficoltà, senza dirlo a nessuno.
    - Sostenere un bisogno reale di una persona che si conosce e non sta attraversando un buon periodo dal punto di vista dei soldi.
    - Tempo-dono: un pomeriggio alla settimana facciamo una visita a un anziano solo, un malato, o un servizio concreto in parrocchia o presso associazioni caritatevoli.
    - Carità in casa: spegnere una discussione sul nascere, chiedere scusa per primi, fare un atto di gentilezza senza farlo notare.
    2) PREGHIERA: ENTRA NELLA STANZA, RIENTRA IN TE STESSO
    Gesù dice: "Quando preghi, entra nella tua camera e prega il Padre nel segreto".
    Non è un invito a disprezzare la preghiera comunitaria - che è fondamentale - ma a custodire la sorgente: l'incontro personale.
    La Quaresima non è anzitutto "fare di più", ma tornare a Dio. E tornare a Dio significa tornare alla verità del cuore. Nel segreto cadono le recite. Nel segreto si può dire: "Signore, tu mi conosci, eccomi come sono, aiutami a diventare quello che vuoi tu".
    Esempi di impegni concreti per la Quaresima:
    - dieci minuti di preghiera al giorno "non negoziabili" (cioè senza eccezioni, a meno di impedimenti gravi): stessa ora, stesso luogo. Meglio poco, ma fedele ogni giorno.
    - Un brano del Vangelo ogni giorno (potrebbe essere il Vangelo che si legge quel giorno alla Messa oppure la lettura continuata di un Vangelo): leggere, sottolineare una frase, portarla nel cuore durante la giornata, trasformarla in preghiera.
    - Preghiera breve, ma frequente: scegliere un'invocazione (es. "Gesù, confido in te", "Signore, abbi pietà di me peccatore", "Padre, sia fatta la tua volontà") e ripeterla spesso durante la giornata.
    - Una Via Crucis a settimana (preferibilmente in chiesa con la comunità).
    - Confessione programmata: decidere oggi una cadenza in Quaresima per confessarsi, senza rimandare "a quando avrò tempo". Ad esempio: ogni due settimane oppure ogni settimana.
    3) DIGIUNO: NON PER MOSTRARSI, MA PER CAMBIARE DAVVERO
    Sul digiuno Gesù è molto concreto: "profùmati la testa e làvati il volto".
    Cioè: non farla pesare a nessuno. Non trasformare il sacrificio in teatro.
    Il digiuno è una medicina contro la schiavitù: quella di dover avere sempre, consumare sempre, riempirsi sempre.
    Il digiuno cristiano non è solo "togliere": è soprattutto fare spazio.
    Togli qualcosa perché torni a emergere l'essenziale. Digiuno per accorgermi di ciò che mi domina. Digiuno per riscoprire che il cuore ha fame non solo di pane, ma di senso, di amore, di pace.
    E qui possiamo capire il legame con le ceneri: oggi la Chiesa ci mette sul capo un segno che non si può esibire come un trofeo. È polvere. È fragilità. È verità. È come se ci dicesse: "Smettila di costruire un personaggio. Torna figlio".
    Esempi di impegni concreti per la Quaresima:
    - Digiuno "classico" con senso: un giorno a settimana con un pasto sobrio (o saltato), offrendo quella fame per qualcuno (una persona malata, una famiglia ferita, la pace con chi si è litigato). Ovviamente salvo restando il digiuno del mercoledì delle ceneri e del venerdì santo e l'astinenza dalle carni e dai cibi ricercati il venerdì.
    - Digiuno dagli acquisti: per tutta la Quaresima comprare solo l'essenziale; niente "sfizi" online. Mettere da parte il risparmio per la carità. Altrimenti se teniamo per noi il denaro risparmiato, la rinuncia è stato solo un attendere di poter usare quei soldi in un secondo momento.
    - Digiuno dalla lamentela: scegliere un giorno alla settimana in cui mi sforzo di non criticare, non mormorare, non parlare male. Di nessuno.
    - Digiuno dalle parole inutili: ridurre discussioni sterili (terminandole appena ci si accorge che non portano a nulla), eliminare risposte impulsive, ironie taglienti. Tutto questo per far spazio a una parola buona.
    - Digiuno dai social o dalle serie televisive: stabilire un limite (es. 30 minuti al giorno) e il tempo liberato va utilizzato per una maggiore presenza in famiglia, non solo fisica.
    - Digiuno "relazionale": rinunciare a "avere ragione" nei confronti di una persona concreta
    - Digiuno digitale: niente telefono nei primi 20 minuti del mattino (o dopo cena) e quel momento diventa tempo per la preghiera e lo stare con i familiari.
    Ovviamente tutti gli impegni quaresimali che desideriamo prendere vanno sottoposti al sapiente giudizio del Padre Spirituale per evitare eccessi, sia il troppo che il poco. Se non si ha il Padre Spirituale prendiamo l'impegno principale di trovare un sacerdote disponibile a seguirci nel cammino della vita.
    IL PADRE CHE VEDE NEL SEGRETO
    In conclusione ricordiamo che la parola più consolante del Vangelo di oggi è questa: Dio vede. Vede le fatiche che nessuno riconosce. Vede le rinunce che nessuno nota. Vede le lacrime nascoste. Vede anche il bene piccolo e silenzioso.
    E la sua "ricompensa" non è un premio solo simbolico: è la reale comunione con Lui, una libertà nuova, un cuore più leggero, una gioia più pulita.
    Iniziamo questa Quaresima non con l'ansia di dimostrare qualcosa agli altri, e neanche a noi stessi, ma con il desiderio di ritornare al Padre.
    Prendiamo seriamente qualcuno tra gli impegni concreti visti sopra o altri simili. Riassumendo, questi saranno: scegliere una cosa da lasciare (un'abitudine che ci appesantisce), una cosa da fare (un gesto di carità reale), e una cosa da custodire (un tempo quotidiano di preghiera). Nel segreto. Per il Padre.
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    Omelia VI Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5, 17-37)

    10/02/2026 | 6 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8424

    OMELIA VI DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5, 17-37)
    di Giacomo Biffi
     
    UN FORTE RICHIAMO ALL'INTERIORITÀ
    Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Questa frase sembra essere il centro di tutta la pagina evangelica che abbiamo ascoltato: alla sua luce vanno letti e capiti i vari insegnamenti che qui sono proposti.
    È un brano del Discorso della Montagna; in esso Gesù contrappone il suo modo di intendere la legge di Dio (e quindi le norme di comportamento che egli ritiene indispensabili per la salvezza) a quello corrente dei maestri e dei capi del suo popolo.
    I farisei e gli scribi erano rigidi osservanti di tutti i precetti della religione ebraica. Non erano uomini gaudenti e giovani spensierati: erano austeri, impegnati, dediti al digiuno e alla preghiera. Eppure Gesù non li approva, anzi proclama l'urgenza di superare la loro "giustizia". Li ritiene dunque collocati sotto il livello minimo, necessario a chi vuol entrare nel "regno". Come mai? Quali sono i motivi di questa severità di giudizio, addirittura di questa recisa squalifica? È una questione seria, che merita di essere attentamente considerata.
    I farisei guardavano più all'esterno che all'interno dell'uomo. Ecco la fondamentale ragione del contrasto con la novità del Vangelo, che è tutto incentrato sulla conversione del "cuore"; qui sta dunque la ragione del biasimo del Signore.
    Essi si preoccupavano delle abluzioni rituali, delle posizioni da tenere nell'assemblea, dei vestiti adatti ai momenti della preghiera, delle frange dei loro mantelli. Gesù non dice che queste siano attenzioni cattive e nemmeno che siano del tutto inutili; ma ci insegna che ci sono valori più essenziali e decisivi, di cui ci si deve primariamente dar pensiero. Vuole farci capire che bisogna guardare, più che a ogni altra cosa, agli atteggiamenti dello spirito e alla purezza dell'animo.
    IL MALE VA ESTIRPATO ALLA RADICE
    Questo forte richiamo all'interiorità si precisa poi in alcune esemplificazioni concrete.
    Nel campo del rapporto col prossimo, non basta evitare l'omicidio, che è la più grave e clamorosa violazione del comando antico ed eterno: Non uccidere. Bisogna estirpare le più minute radici dell'omicidio, che affondano tra le pieghe dell'anima; bisogna eliminare ciò che anche solo inizialmente attenta all'amore che si deve a tutti: il rancore segreto, l'odio coltivato, la durezza del giudizio, ogni parola offensiva, ogni mormorazione contro il prossimo. Tutto questo intrico di sentimenti, di parole, di atti - che contrastano con il rispetto e la benevolenza verso i fratelli - è condannabile e va tolto dalla nostra vita.
    Come valuterà allora il Signore la società dei nostri tempi, dove così spesso si viola proprio il comando Non uccidere nei suoi imperativi primari e più gravi,
    e si arriva a sopprimere con la complicità della legge la vita umana innocente? Come valuterà un mondo, dove l'egoismo, l'odio, l'insensibilità ai diritti altrui si vanno imponendo con una arroganza nuova?
    Nel campo della morale sessuale, Gesù ci dice che non basta rifuggire dalle azioni esterne aberranti, ma va curata anche l'innocenza dei propositi e la rettitudine dei desideri.
    Come valuterà allora la società dei nostri tempi, che sembra farsi un punto d'onore di decantare il vizio in tutte le sue forme, anche le più strane e aberranti, e di deridere la virtù, presentata spesso come atteggiamento superato, oscurantista e perfino incivile?
    Nel campo dell'uso della parola, Gesù ci insegna che è troppo poco evitare gli spergiuri e la falsa testimonianza in tribunale. Occorre coltivare un'assoluta lealtà interiore, un'abitudine al parlare schietto, dove sì vuol dire sì, e dove no vuol dire no.
    Come valuterà allora la società dei nostri tempi, dove i mezzi di informazione alterano tanto spesso la presentazione della realtà, al servizio di questa o quella arbitraria ideologia? Dove la preoccupazione di "fare notizia" e di sollecitare l'interesse prevale su quella di dire le cose come stanno?
    UNA MORALE ALTA E LIBERANTE
    Abbiamo tutti di che meditare. Abbiamo un Signore che senza dubbio col suo insegnamento ci libera dalle angustie tiranniche dell'esteriorità e dei precetti minuti e formalistici, e ci conduce verso una vita dello spirito attenta ai valori più sostanziali. È una dottrina morale alta e liberante. Ma è anche impegnativa e totalitaria.
    Abbiamo un Signore, che proprio perché ci stima e ci ama, è esigente con noi. Così esigente da richiedere che sia l'offeso a domandare per primo la riconciliazione. Così esigente da suggerire il sacrificio di una mutilazione spirituale e di una rinuncia mortificante, pur di non venire a compromessi col male: Se il tuo occhio destro ti è occasione di inciampo, cavalo e gettalo via da te... Così esigente da ritenere che la reciproca donazione interiore degli sposi sia da considerare senza ritorno, essendo la fusione di due esistenze e di due destini: Chi sposa una divorziata, commette adulterio.
    Il Vangelo di Cristo ha due nemici: i formalisti, gli esteriorizzanti, i farisei di sempre, che, magari adducendo la difesa delle tradizioni e dell'uso antico, non si avvedono della loro spirituale grettezza e della loro durezza di cuore; e i partigiani del "tutto lecito", del "tutto consentito", del "che c'è di male?", che, magari con la scusa della libertà evangelica, non si fanno scrupolo di eludere i radicali impegni di vita che la parola di Gesù ci propone.
    Il Vangelo ci ha parlato oggi con serietà e con chiarezza. Adesso tocca a noi. Come abbiamo ascoltato nella prima lettura, davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.
    Certo è possibile che di fronte al Vangelo abbiamo un po' a sgomentarci. Ed è vero che non è mai stato facile, in nessun tempo, essere cristiani davvero.
    Ma noi sappiamo che quel Signore che ci appare così esigente, è anche un Signore amico e pietoso: capisce le nostre debolezze, ci sa aiutare nelle nostre difficoltà, ci rialza dalle nostre cadute, ci consente sempre di cominciare da capo. Purché non abbiamo mai a vantare come valori le nostre trasgressioni e purché non abbiamo a chiamare bene il male e male il bene
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    Omelia V Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5, 13-16)

    03/02/2026 | 8 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8423

    OMELIA V DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5, 13-16) di Giacomo Biffi
     
    Alla scuola di Gesù - l'unica scuola di vita, perché è l'unica dove si insegna la verità che è sempre uguale a se stessa, che vale sempre, che è sempre attuale per tutti fino all'ultimo minuto della loro esistenza - oggi l'argomento in programma è: come deve essere la presenza del cristiano nel mondo? E il nostro Maestro tratta questo tema con la sublime semplicità che gli è consueta, mediante il vigore, l'evidenza, la concretezza di due paragoni: il paragone del sale e il paragone della luce.
    IL DOVERE DI TESTIMONIARE CRISTO
    Voi siete il sale della terra (Mt 5,13). C'è in questa immagine un insegnamento implicito, che qui Gesù non sviluppa, e un insegnamento esplicito che apertamente viene proposto.
    L'insegnamento implicito è che il cristiano - normalmente e salvo una vocazione particolare - non deve isolarsi, ma deve restare a vivere nella condizione in cui il Signore l'ha posto.
    Il sale non si mangia a parte, ma si scioglie nelle vivande. Solo così riesce a esaltare i diversi sapori che diversamente rimarrebbero come nascosti e vanificati. Allo stesso modo noi cristiani non dobbiamo accarezzare il sogno di metterci per nostro conto, pretendendo di abitare un mondo tutto per noi. È normale e giusto che nei quartieri, negli ambienti di lavoro, nelle varie forme di socializzazione, credenti e non credenti si trovino insieme. E appunto in questa naturale coabitazione noi dobbiamo compiere il tentativo di tradurre in pratica gli insegnamenti del Vangelo. Questo è il bello e il difficile: essere cristiani in un mondo che non lo è.
    Posti in questo stato di mescolanza, è ovvio che i discepoli di Gesù siano disposti a comunicare cordialmente con tutti, senza chiusure impossibili e senza fanatiche intransigenze. Ma questo stato di mescolanza in tanto è accettabile in quanto diventa occasione per diffondere la verità che salva, anche solo con la silenziosa testimonianza dell'esempio. Il sale si scioglie negli alimenti per salarli, non per lasciarli insipidi come prima: colui che ha creduto al Vangelo si immerge nell'umanità che gli sta attorno per evangelizzarla.
    Questo dovere, che è di tutti i credenti, è espressamente richiamato dal Concilio Vaticano II che, proprio citando questa pagina di Vangelo, dice: «Tutti i cristiani dovunque vivano sono tenuti a manifestare con l'esempio della vita e con la testimonianza della parola l'uomo nuovo, che hanno rivestito col battesimo, e la forza dello Spirito Santo, dal quale sono stati rinvigoriti con la confermazione, così che gli altri, vedendo le loro opere buone, glorifichino il Padre e comprendano più pienamente il significato genuino della vita umana e l'universale vincolo di comunione tra gli uomini» (Ad Gentes, 11).
    Perché questo avvenga, occorre che, pur mescolandoci col mondo dell'incredulità, noi conserviamo nitida e viva la nostra identità cristiana, anche se può apparire ostica all'opinione mondana. Se no, non gioviamo agli altri e smarriamo noi stessi. Proprio questo è l'insegnamento che in modo diretto il Signore Gesù vuole impartirci col paragone del sale. Il sale ha in sé un sapore pungente. Ma appunto questo sapore lo rende indispensabile e gli consente di avvalorare ogni cibo. Un sale in cui questo sapore irritante fosse attenuato, un sale per così dire "dolcificato", sarebbe il più inutile degli ingredienti: A null'altro serve che a essere gettato via. Parimenti il discepolo di Gesù, che vive nel mondo in dialogo con tutti, deve mantenere intatta l'autenticità del messaggio che porta, anche se i palati mondani lo trovano aspro. Il nostro è un messaggio in cui si parla della salvezza raggiunta mediante la croce, si esalta il valore impareggiabile della sofferenza, si rovesciano i comuni criteri di comportamento (come ci ha insegnato domenica scorsa la pagina delle Beatitudini). È un messaggio in cui non si rinnega ciò che è terrestre e temporale, ma lo si finalizza al regno invisibile ed eterno. È un messaggio in cui non si disprezza né il corpo né tutta la sua varia vitalità, ma si rivendica il primato dello spirito. È un messaggio in cui la liberazione, il progresso, il benessere dell'uomo non possono e non vogliono essere ottenuti con la prepotenza o a prezzo della rinuncia a ogni disciplina morale, ma aprendo il proprio cuore al pentimento, alla fede, alla legge della carità.
    Ebbene, questo messaggio deve restare integro nella sua verità; e integro, senza sconti e senza alterazioni, va presentato anche al nostro tempo.
    Non illudiamoci che la "dolcificazione" di questo "sale" divino ci consenta di essere più facilmente accolti e capiti dal mondo. Ci condurrebbe piuttosto a "essere calpestati dagli uomini", i quali di un cristianesimo in larga parte assimilato alla mentalità ormai dominante non saprebbero proprio che fare.
    LA VERITÀ DI CRISTO NON PUÒ RESTARE NASCOSTA
    Voi siete la luce del mondo (Mt 5,14). La prerogativa di essere "luce" è propria del Figlio di Dio, la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). Ma qui è attribuita anche ai cristiani, perché appunto la presenza di un cristianesimo coraggioso e operante riesce, con la grazia di Cristo, a rompere il buio dell'errore, della menzogna, dell'ingiustizia che opprime la terra. La luce di sua natura si irradia in tutte le direzioni. Una fonte luminosa, se la si scherma o la si nasconde, è come se non ci fosse. Così la Chiesa di Cristo deve farsi conoscere, deve farsi sentire, deve proporre chiaramente la strada che conduce al Padre e al Regno, in mezzo all'intrico delle molte proposte aberranti, deve saper inquietare la falsa pace delle coscienze, deve arrivare ad offrire consolazione e speranza agli smarriti. Certo tutto questo va compiuto senza ostentazione, senza arroganza, senza trionfalismi, con la tranquilla mitezza della luce, la quale non fa violenza a nessuno, ma tutti affascina, tutti persuade, a tutti senza costrizione svela le cose come sono.
    La Chiesa, secondo le direttive del Signore che abbiamo ascoltato, non è una colleganza anonima e quasi impercettibile. È la città posta sul monte, che deve avere le sue strutture, i suoi mezzi di azione e di espressione, le sue opere di apostolato e di carità. È una città che non può restare nascosta, dal momento che è stata fondata perché tutti, vicini e lontani, vedano in essa un sicuro punto di riferimento nelle incertezze dell'esistenza e percepiscano il segno della presenza misericordiosa del nostro Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1 Tm 2,4).
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    Omelia IV Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 5,1-12)

    27/01/2026 | 9 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8418

    OMELIA IV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 5,1-12) di Giacomo Biffi

    Il Signore propone oggi alla nostra meditazione una delle pagine più celebri del Vangelo. Nella narrazione di Matteo il proclama delle Beatitudini apre il grande Discorso della Montagna, il quale offre ai discepoli di Gesù quasi una nuova legge di vita.
    Quella delle Beatitudini non era una forma letteraria ignota al mondo antico. L'uso di chiamare "beati" alcuni stati esistenziali si ritrova tanto tra i greci quanto tra gli ebrei.
    «Beato colui che ha buona fama», dice Pindaro. E Bacchilide: «Beato colui al quale un dio ha elargito in sorte dei beni e la possibilità di condurre una vita agiata». Insomma: beati i ricchi, beati i fortunati, beati gli uomini famosi e onorati. Questa era la mentalità antica, questa è, ancora oggi, la nostra mentalità.
    Come si vede, siamo agli antipodi delle beatitudini evangeliche, che appaiono dunque al confronto chiaramente rivoluzionarie.
    L'Antico Testamento rivela una visione spiritualmente più ricca e più religiosa, ma sempre molto lontana dalla "rivoluzione evangelica".
    Un esempio:
    Nove situazioni io ritengo felici nel mio cuore, la decima la dirò con le parole:
    un uomo allietato dai figli,
    chi vede da vivo la caduta dei suoi nemici; felice chi vive con una moglie assennata, colui che non ara con un bue e un asino, colui che non pecca con la sua lingua,
    chi non deve servire a uno indegno di lui; fortunato chi ha trovato la prudenza,
    chi si rivolge a orecchi attenti;
    quanto è grande chi ha trovato la sapienza,
    ma nessuno supera chi teme il Signore (Sir 25,7-10).
    Da questi testi si può misurare tutta l'ampiezza della "novità" portataci da Cristo.
    Tuttavia non dobbiamo farci illusioni: noi portiamo dentro di noi ancora molto della mentalità "greca" (cioè pagana) e della mentalità ebraica (cioè veterotestamentaria). La "evangelizzazione di noi stessi" è opera sempre in atto, sempre incompiuta, sempre da ricominciare.
    IN VISTA DI BENI SPIRITUALI ED ETERNI
    Nella pagina delle beatitudini c'è una struttura intrinseca che va colta. Tentiamo di farlo con alcune annotazioni semplicissime, che si direbbero addirittura grammaticali.
    Ciò che è indicato da Gesù come presente, come proprio dei suoi discepoli che vivono in questo mondo, è qualcosa di penoso, di duro, di aspro: povertà, afflizione, fame, persecuzione, insulti. Gesù non si è mai impegnato (anche se ce lo dimentichiamo regolarmente) a darci tranquillità, prosperità, successo, trionfo.
    Ciò che esprime possesso, ricompensa, godimento, è da lui messo al futuro: "saranno consolati, erediteranno, troveranno, vedranno". Quasi a dirci che ci sono garantiti beni grandi e ineffabili, ma non per il mondo di oggi, bensì per quello futuro e definitivo. Contrariamente alla saggezza mondana, Gesù ritiene che dobbiamo preferire la gallina di domani all'uovo di oggi.
    L'unico possesso presente è il Regno di Dio: "Vostro è il Regno dei cieli", perché nella rinascita battesimale già ci è stata donata la "vita eterna".
    Però la bella parola che scandisce tutto il testo: "Beati!", si riferisce al presente. I poveri, gli afflitti, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore sono beati fin da adesso. La gioia non è dunque incompatibile col "presente cristiano"; anzi è la caratteristica del "presente cristiano".
    Anche se a prima vista può sfuggire, la ricompensa di cui si parla qui è sempre la stessa, ed è "escatologica", cioè posta oltre la fine della storia mondana. Il "Regno dei cieli", la "terra", la "consolazione", la "visione di Dio" ecc. indicano tutti la felicità ultra terrena.
    Non c'è nulla di più fuorviante di una "applicazione sociale" delle beatitudini. La giustizia sociale è un'idea che è doveroso perseguire (e questo appare da altre parti del messaggio evangelico); ma qui non c'entra niente.
    Anzi una lettura "sociale" delle beatitudini darebbe come risultato una loro interpretazione reazionaria: i poveri dovrebbero restare poveri, gli afflitti dovrebbero continuare a piangere, gli emarginati dovrebbero continuare ad aver fame e sete di giustizia, perché solo così essi sono "beati". E non ci sarebbe niente di più contrario al pensiero di Cristo.
    GESÙ CRISTO PER PRIMO VIVE LA LOGICA DELLE BEATITUDINI
    Ma proprio la riflessione su questo messaggio originale e rivoluzionario ci permette di socchiudere un poco alla nostra comprensione l'enigma più grande e tragico dell'universo e il senso autentico del nostro pellegrinaggio terreno.
    Noi spesso ci chiediamo: perché l'esistenza umana è, in se stessa, così povera e sventurata, tanto che si conclude immancabilmente con una catastrofe? Perché ha così largo spazio la sofferenza? Perché l'uomo onesto è troppe volte sopraffatto? Perché i discepoli di Cristo devono sperimentare nella più parte dei casi la sconfitta? Perché ci deve essere tanta fame e tanta sete di giustizia?
    La risposta è misteriosa come il Dio che sta all'origine delle cose, e come lui trascende e sconcerta la nostra piccola logica.
    Si tratta di riuscire a capire che il disegno di salvezza, che è stato pensato per noi, ha al suo centro proprio il Figlio di Dio che per primo si è sottoposto alla legge delle beatitudini, il Figlio di Dio umiliato e schiacciato dalle forze del male (ma dalle sue lividure noi siamo stati sanati); il Giusto condannato dai malfattori (ma così noi abbiamo meritato di essere assolti); il Signore del cielo e della terra che offre preghiere e suppliche con forti grida e lacrime (Eb 5,7) (e così abbiamo avuto speranza di essere esauditi); colui che è mite e umile di cuore, ed è stato avvilito dai superbi (e così siamo stati salvati dalle rovine del nostro orgoglio); colui che ha provato, più che quella del pane, la fame del suo cibo, che la volontà del Padre; colui che è misericordioso e non ha trovato misericordia; colui che è venuto a portare la vera pace, e ha scatenato contro di sé la guerra delle forze del male, colui che è la vita e si è sottomesso alla morte (ma così anche noi abbiamo ricevuto in sorte un destino di risurrezione e di gioia eterna).
    Se il disegno di Dio è questo, chi si conforma alla
    condizione di Cristo e rivive i suoi misteri è beato, perché si colloca al cuore del divino progetto, compie con lui il suo "passaggio" dalla sconfitta alla vittoria, dal dolore alla gioia, dalla morte alla vita, e con lui si fa principio della salvezza del mondo.
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    Omelia III Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 4,12-23)

    20/01/2026 | 7 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8409

    OMELIA III DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 4,12-23) di Giacomo Biffi
     
    Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce, abbiamo ascoltato dalle profezie di Isaia.
    Questo popolo siamo noi che, lasciati a noi stessi, in balia dei nostri pensieri e delle nostre bravure, non sapremo mai infrangere l'oscurità che avvolge la nostra vita, il nostro destino, la concreta possibilità di avere una speranza che non sia presto smentita. Siamo noi il popolo che dimora in una terra dove si proietta su tutto l'ombra invincibile delle morte e dove la prepotenza degli egoismi sembra regnare su tutti i rapporti umani. Siamo noi il popolo che però ha visto una grande luce: la luce del Figlio di Dio, che è venuto a ridare significato alla nostra esistenza, a rivelarci il destino di felicità che ci è stato preparato, a ridonarci la consolazione di poter sempre sperare oltre ogni delusione e ogni pena. Siamo noi il popolo che è stato raggiunto dalla salvezza di Cristo crocifisso e risorto, che ci ha riaperto le porte della vita senza tramonto. Siamo noi il popolo che ha ricevuto, nell'annunzio evangelico, la legge nuova e rinnovatrice dell'amore.
    A questo pensiero il nostro cuore si gonfia di gioia e di gratitudine per questa grande misericordia di cui siamo stati fatti oggetto. Ma al tempo stesso vogliamo
    cercare di attuare sempre più compiutamente nella nostra condotta le condizioni necessarie per entrare fruttuosamente in questo splendido gioco del Dio che ci salva.
    IL PENTIMENTO COME ATTEGGIAMENTO PERMANENTE
    La condizione prima e più necessaria, ci ricorda oggi la parola di Gesù, è la "conversione": Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino (Mt 4,17).
    Convertirsi significa staccarsi da ciò che nel nostro comportamento e nella nostra personalità non è conforme alla volontà del Signore, per aderire pienamente alla proposta di Cristo; anzi, per aderire a Cristo stesso, come al solo punto di riferimento dell'esistenza, all'unico modello di uomo che vale sempre e per tutti, a colui che si identifica personalmente con la verità, con la giustizia, con ogni autentico e intramontabile valore.
    Convertitevi: da questa parola prende l'avvio l'insegnamento pubblico di Gesù, perché proprio da questa esperienza deve partire ogni serio impegno religioso. Nella via del Vangelo se non si comincia di qui, non si comincia affatto. Ogni discorso cristiano che non inizia da questa doverosa autocontestazione è senza fondamento e alla fine si dimostra ingannevole. Ma attenzione: il pentimento, nei riguardi di ciò che di sbagliato in qualche misura troviamo sempre nei nostri atti, non contrassegna solo gli inizi: è un atteggiamento che resta essenziale sempre, in tutti i momenti della vita cristiana. Non per niente la Chiesa da un'esortazione al pentimento fa iniziare ogni celebrazione eucaristica, e non si stanca di proporre il sacramento della penitenza (cioè del pentimento) a tutti coloro che vogliono essere discepoli di Gesù non solo a parole.
    Il pentimento è una risoluzione dello spirito intrinsecamente difficile, perché si tratta di rinnegare qualcosa che ci appartiene, anzi qualcosa di noi stessi: le nostre azioni e le nostre inclinazioni cattive. Ma nell'epoca attuale è diventato ancora più difficile, perché la cultura dominante ci sollecita continuamente a rivendicare i nostri diritti e i nostri meriti, non a pentirci del male compiuto o desiderato. Anzi alcuni tentano di trasformare i più disordinati desideri in aspirazioni lecite cui lo Stato dovrebbe dare un riconoscimento pubblico.
    Il pentimento e il rinnegamento di sé non ci conducono a una pura e infeconda disperazione, che è un sentimento abbastanza frequente tra gli uomini, ma che non è affatto salvifico. Ci conducono piuttosto a consegnarci integralmente al nostro Maestro e Salvatore, Gesù.
    La prospettiva di mutare le proprie abitudini ingiuste è così sgradevole all'uomo da riuscire impossibile se presa per se stessa. Diventa impresa fattibile e persino facile, se percepita entro l'adesione esistenziale a Gesù Cristo quale unico principio di salvezza. Senza l'esperienza di un amore personale per lui, la strada del ravvedimento è sempre necessaria ma è impercorribile. Se invece ci si innamora del Figlio amato dal Padre, allora si fa naturale staccarsi da ciò che è difforme dal suo esempio e dalla sua volontà.
    Senza dubbio la conversione vera include un certo indolenzimento dell'anima; è un sentirsi gettati a terra, che ci toglie il desiderio di impartire lezioni agli altri e di discutere, e ci fa preferire il silenzio. Ma senza farci perdere la grande serenità di chi non dimentica mai di essere guidato, sorretto, continuamente rianimato, anche su questa strada penosa dell'autocontestazione, dalla fedeltà di un Salvatore che ci ama e non ci abbandona. È perciò un cammino tormentato e faticoso, ma non è mai senza gioia; è la gioia propria di chi sa di avere finalmente trovato la sua giusta strada.
    IL MINISTERO APOSTOLICO, PREZIOSO AIUTO PER RAGGIUNGERE IL REGNO
    La pagina evangelica odierna ci dice che Gesù, per aiutare tutti a raggiungere, col pentimento, il Regno di Dio, istituisce nella Chiesa il ministero apostolico: chiama cioè degli uomini che, per la sua ispirazione e con la sua grazia, si sottraggono alle condizioni normali di lavoro e di famiglia (Lasciate le reti... lasciata la barca e il padre) per porsi in modo particolarmente impegnativo alla sua sequela, e così diventano per specifica missione pescatori di uomini; cioè sono chiamati a spendere tutte le loro forze e il loro tempo a cercare di portare i fratelli sulla via della conversione e dell'incontro trasformante con Cristo.
    Oggi tra le nostre preghiere salga anche la supplica perché questi pescatori di uomini non manchino mai nel popolo cristiano, e siano anzi sempre numerosi e generosi, al servizio della venuta tra noi del Regno di Dio.

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