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    I Pipponi del Marru Ep.30: gli USA hanno deciso di devastare Oceani per fare un dispetto alla Cina

    20/08/2026 | 10 min
    Il 7 agosto 2026, davanti a Donald Trump compare uno strano oggetto dorato Sembra una patata. In realtà è la replica di un nodulo polimetallico, una delle miliardi di concrezioni che ricoprono il fondo del Pacifico a 4-5 mila metri di profondità e che contengono manganese, nickel, rame e cobalto: minerali fondamentali per industria, tecnologia e apparati militari.

    E gli Stati Uniti hanno deciso che non possono più permettersi di lasciarli lì.

    Il problema è che una parte enorme di quei giacimenti si trova fuori da qualsiasi giurisdizione nazionale e, secondo il diritto internazionale, dovrebbe essere patrimonio comune dell’umanità. Da decenni l’International Seabed Authority prova a stabilire le regole per il loro eventuale sfruttamento. Washington, però, non ha mai ratificato la Convenzione ONU sul diritto del mare e oggi sta aprendo una strada tutta sua: una vecchia legge americana del 1980 viene usata per accelerare autorizzazioni a esplorazione e futura estrazione anche nelle acque internazionali.

    Nel frattempo The Metals Company ha già presentato una richiesta per circa 65 mila chilometri quadrati della Clarion-Clipperton Zone, più di due volte la Sicilia.

    La giustificazione è sempre la stessa: la Cina.
    Peccato che mentre Pechino ha investito per anni nella ricerca abissale restando dentro il sistema multilaterale, Washington sembra intenzionata a cambiare le regole proprio quando scopre di non essere più automaticamente in testa.
    E tutto questo mentre dell’oceano profondo abbiamo osservato direttamente meno dello 0,001 per cento. E le conseguenze dell’industrializzazione degli abissi sono letteralmente INCALCOLABILI

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    Otto(lina) e mezzo Ep.47: Cosa c’è nel programma economico di FUTURO NAZIONALE

    19/08/2026 | 33 min
    Il programma politico pubblicato da Futuro Nazionale non è quello che sembra.

    E va preso molto sul serio.

    È vero: è pieno di refusi, errori grammaticali, volutamente retorico e pieno di richiami stilistici al ventennio.

    C’è poi il continuo richiamo al cosiddetto “mondo normale”, che in fondo non è che un concentrato di luoghi comuni, un come se l’italiano medio fosse rimasto personaggio di un film di Alberto Sordi.

    E poi altre pomposità, come il lessico militarista, i richiami a D’Annunzio trasformato nel loro immaginario in una sorta di eroe hollywoodiano.

    Ma nonostante questo, a emergere è una chiara visione del mondo alla quale siamo tutti chiamati a decidere se aderire o meno.

    La società che si immagina Vannacci è una società fieramente verticistica e gerarchica, fondata sulla competizione e sull’obbedienza al più forte.

    L’intolleranza è esaltata.

    E le diseguaglianze sociali non solo non si dice di volerle combattere, ma vengono anzi considerate giuste e naturali.

    Se sei più debole, obbedisci.

    È così che funziona oggi il mondo ed è giusto che funzioni così.

    Anzi, il problema è chi prova a cambiarlo, diventando una sorta di pericolo nazionale.

    Ma è proprio qui che Vannacci si rivela non un rivoluzionario futurista come vorrebbe far credere, ma solo l’ultimo perfetto prodotto del sistema capitalista.

    Perché pensateci: chi sono i più forti oggi?

    I più valorosi in battaglia?

    Gli sprezzanti del pericolo?

    No. Semplicemente i più ricchi.

    E cioè spesso mezzi mentecatti fuori forma come Elon Musk o miliardari come Trump che, con il potere dei soldi e del potere che riescono a comprarsi, comandano sulla vita delle persone, italiani compresi.

    Per non parlare dei veri e propri parassiti che ereditano immense fortune da generazioni e che passano il tempo a buttare soldi e villeggiare tra le Maldive, New York e Parigi.

    Ecco chi sono i più forti oggi. Ecco chi c’è oggi in Occidente in cima alla piramide sociale.

    Ed è a loro che dovremmo obbedire, Generale?

    E vorresti spacciarci pure il servilismo verso questi esseri come patriottismo e virilità?

    Serviti pure.

    Noi abbiamo fatto altre scelte, noi abbiamo altre ambizioni.

    Insomma, con il Vannacci-pensiero potremmo essere di fronte all’ennesima ideologia apologetica dei rapporti di forza costituiti.

    Buona visione

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    I Pipponi del Marru Ep.29: Londra è NELLA MERDA (letteralmente). E ora è il turno dell’Italia.

    18/08/2026 | 8 min
    Bella Londra, eh.

    Peccato sia nella merda.

    Letteralmente.

    25 dicembre 2025.

    Beatrice Asante sta preparando il pranzo di Natale.
    Mette le patate nel lavandino.
    Apre il rubinetto.

    Niente.

    Lo richiude.
    Lo riapre.

    Ancora niente.

    Corre all’unico supermercato aperto e compra delle bottiglie d’acqua.
    Pensa che durerà qualche ora.

    Sette mesi dopo, sta ancora aspettando.

    Beatrice è una delle centinaia di persone che vivono in nove palazzoni del Devons Road Estate, a Tower Hamlets, nell’est di Londra.

    Da mesi l’acqua arriva a intermittenza.
    A volte non arriva proprio.

    Non riescono a lavarsi.
    A cucinare.
    A pulire casa.

    E soprattutto, in alcuni momenti, non riescono nemmeno a tirare lo sciacquone.

    Tutto merito di Thames Water, la più grande compagnia idrica britannica e ormai il simbolo per eccellenza del disastro della privatizzazione dell’acqua inglese.

    Da quando è stata privatizzata, ha distribuito 7 miliardi di sterline di dividendi. Ma ha fatto precipitare il servizio idrico a livelli da Terzo Mondo, mentre accumulava qualcosa come 18 miliardi e mezzo di debiti.

    A mangiarsi il grosso della torta è stato un consorzio guidato da Macquarie, il più grande gestore privato di infrastrutture strategiche al mondo. E che, manco a dirlo, tra i suoi principali azionisti indovinate un po’ chi vede?

    Esatto: sempre loro. BlackRock, Vanguard e State Street.

    Sono le magnifiche sorti e progressive della privatizzazione dei monopoli naturali.

    Quando c’è da estrarre valore, l’acqua è privata.
    Quando bisogna garantire che esca dal rubinetto, improvvisamente diventa un problema di tutti.
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    I Pipponi del Marru Ep.28: L’EUROPA GREEN HA DATO FUOCO ALLA GRECIA?

    15/08/2026 | 9 min
    Negli ultimi anni la Grecia è diventata uno dei campioni europei per crescita delle rinnovabili. Bravi. Peccato, però, che nel frattempo vent’anni di austerity abbiano contribuito a creare le condizioni per un’ondata spaventosa di incendi, che ha fatto sì che tutti questi sforzi non servissero sostanzialmente a una sega.

    Vi siete mai chiesti quanta CO₂ può emettere un cavo elettrico?

    In teoria, zero.

    In Grecia, però, a quanto pare, fino a mezzo milione di tonnellate.

    Fine luglio 2026.

    Due incendi devastano l’Attica occidentale e l’isola di Creta.

    Quattro morti.

    E oltre 14.500 ettari di territorio bruciati.

    Secondo le prime indagini dei vigili del fuoco greci, entrambi gli incendi sarebbero stati causati da un guasto alla rete elettrica.

    E non sarebbero casi isolati.

    Secondo l’unità specializzata che indaga sugli incendi dolosi, quest’anno circa il 75 per cento di tutta la superficie bruciata in Grecia sarebbe riconducibile a incendi collegati alla rete elettrica.

    Una rete vecchia e fragile, che, come ammettono gli stessi membri del governo greco, ha accumulato un gigantesco arretrato di investimenti durante gli anni della crisi del debito.

    La cosa meravigliosa è che, nel frattempo, Bruxelles celebra la Grecia come uno dei campioni europei della transizione energetica.

    Nel solo 2025 sono stati collegati alla rete 1,84 gigawatt di nuovo fotovoltaico.

    Miliardi di investimenti.

    Mega-impianti.

    Fondi europei.

    Banche.

    Multinazionali.

    Solo che abbiamo fatto due conti.

    E abbiamo scoperto una cosa piuttosto imbarazzante:

    una parte enorme del beneficio climatico prodotto da quei pannelli rischia di essere letteralmente andata in fumo a causa di una rete che l’austerità ha obbligato a lasciare marcire.

    Benvenuti nella transizione ecologica con caratteristiche europee.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.46: La Russia domina lo spazio aereo ucraino. L’Europa molla Zelensky?

    14/08/2026 | 31 min
    Anche l’Europa sta per abbandonare Kiev?

    Dopo il fallimento dell’offensiva dei 40 giorni, la penuria di missili intercettori e la crisi energetica globale, Zelensky rischia di essere abbandonato anche dai paesi europei.

    L’ultimo no il Presidente ucraino lo ha ricevuto dalla Finlandia, che ha rifiutato di trasferire le sue scorte di missili Patriot.

    Nel frattempo la Corea del Nord spedisce missili balistici sul fronte in aiuto a Mosca, Putin ha attuato una sorta di “blocco navale” ai porti ucraini.

    Dall’Europa orientale al Medioriente in questa nuova puntata di Ottolina e mezzo il direttore di Analisi Difesa Gian Andrea Gaiani ci ha dato tutti gli aggiornamenti militari sui fronti caldi della Terza Guerra mondiale a pezzi.

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