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    Otto(lina) e mezzo Ep.23: 17 sottomarini PEPSI, una Città dell'Immortalità e il capitalismo

    18/06/2026 | 31 min
    Ma tu lo sapevi che nel 1989 la Pepsi comprò dall’Unione Sovietica un’intera flotta navale, compresi 17 sottomarini da guerra?

    O che in Honduras esiste una città-stato fondata da multimiliardari, chiamata Prospera, che conta circa 1.700 abitanti e dove si fanno esperimenti sull’immortalità?

    O che Luigi Mangione, durante un viaggio in Thailandia, è stato picchiato da un gruppo di ladyboy?

    Nooo.

    Nemmeno io.

    Ma poi ho letto questo libro: Storie di (ordinario) capitalismo selvaggio di Lorenzo Tecleme, edito da Newton Compton.

    Un libro che finalmente racconta i paradossi e le tragedie del capitalismo neoliberale che sta distruggendo il pianeta, non solo attraverso analisi, ma attraverso storie reali, vite concrete.

    Come quella dell’inventore di Friend, l’intelligenza artificiale pensata non per risolvere problemi o aiutarti nel lavoro, ma semplicemente per farti compagnia, da portare al collo come una sorta di pendolo.

    Oppure come quando Tecleme, in un capitolo del libro, cerca di immergersi nell’universo ideologico dei miliardari per capire cosa fanno, cosa pensano e a quali principi e valori fanno riferimento.

    Lorenzo Tecleme è collaboratore de Il Manifesto e di Canal Red e conduce il podcast settimanale Unchained, da cui ha tratto l’ispirazione per Storie di (ordinario) capitalismo selvaggio.

    E oggi, sullo sfondo delle analisi di Naomi Klein, Quinn Slobodian, Mariana Mazzucato e Yanis Varoufakis, ci ha raccontato alcune di queste incredibili storie.



    Buona visione.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.22: PERCHÉ L’OCCIDENTE ODIA LA RUSSIA?Ft. Hauke Ritz

    17/06/2026 | 52 min
    C’è qualcosa che non torna.

    In questi quattro anni di guerra in Ucraina abbiamo sentito centinaia di analisi militari ed economiche sul conflitto.

    Tuttavia, se rimaniamo nell’ambito del mero calcolo strategico, il comportamento di Washington e delle élite europee al suo seguito appare del tutto irrazionale.

    Perché i Paesi della NATO avrebbero pianificato e preparato uno scontro con la Russia proprio mentre la Cina si stava affermando come la vera superpotenza rivale?

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’alleanza d’acciaio tra Russia e Cina, il boom dei BRICS Plus e un’accelerazione impressionante del declino del vecchio ordine mondiale a guida americana.

    Anche la guerra contro l’Iran e la sconfitta subita da Trump, che secondo alcuni osservatori si starebbe consumando proprio in questi giorni, possono essere lette come il frutto di quella scelta strategica originaria, apparentemente inspiegabile.

    Inspiegabile, almeno se ci limitiamo a osservare gli eventi attraverso le lenti della geopolitica, la pseudoscienza più diffusa dei nostri tempi.

    Eppure un’alternativa c’era. Nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino, sembrava possibile porre fine alla “guerra civile europea” iniziata nel 1914.

    Nei primi anni Duemila, la Russia arrivò persino a discutere, a determinate condizioni, di una possibile adesione alla NATO.

    Perché allora le élite nordamericane, seguite dalle province dell’Europa occidentale, hanno rifiutato quella mano tesa?

    Perché hanno preferito la strada dell’accerchiamento e di quel tentativo di regime change fallito che, secondo questa lettura, prende il nome di guerra in Ucraina?

    Nell’intervista di oggi, il filosofo e analista Hauke Ritz risponde a questa domanda decisiva a partire dal suo ultimo libro, Perché l'Occidente odia la Russia (Fazi Editore).

    Un libro che parte da una premessa radicale: in Ucraina non si combatte soltanto per sfere d’influenza e confini, ma per qualcosa di immensamente più grande.

    Buon ascolto.

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    Desaparecinema Ep.17: Il “Disclosure Day” di Spielberg e Trump tra propaganda e paranoia

    15/06/2026 | 27 min
    L’11 giugno 2026 è uscito il nuovo film di Steven Spielberg.

    La distribuzione italiana, la Universal Pictures, ha chiesto alle sale cinematografiche di eliminare qualunque altro evento, anche non cinematografico, previsto per i giorni successivi all’uscita e di riservare i cinema solo per il film.

    Ovviamente, facendosi forte dei potenziali enormi incassi che Disclosure Day porterà nelle tasche degli esercenti.

    Ma questo evento cinematografico globale (il film è uscito infatti in tutto il mondo tra il 10 e il 12 giugno) nasconde qualcos’altro.

    Qualcosa di molto attuale che ha a che fare con la guerra totale che forse gli Stati Uniti stanno per lanciare contro la Russia e la Cina.

    Non è un caso infatti che l’anno scorso sia uscito un documentario, The Age of Disclosure, diretto e prodotto da Dan Farah, che tra l’altro ha anche prodotto un altro film di Spielberg, Ready Player One.

    Ma non è finita: a maggio l'amministrazione Trump ha lanciato l'iniziativa "PURSUE" (Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters) cioè Sistema presidenziale di apertura e segnalazione degli incontri con UAP.

    Questo provvedimento impone al Dipartimento della Guerra, al Pentagono e ad altre agenzie di rilasciare documenti governativi, foto e video a lungo classificati relativi a fenomeni anomali non identificati: UAP, che sta per Unidentified Anomalous Phenomenon (Fenomeno Anomalo Non Identificato).

    Che è la nuova sigla per definire i vecchi UFO (Unidentified Flying Object), Oggetti Volanti non Identificati.
    Insomma forse la vera rivelazione (vabeh, rivelazione...) non riguarda gli alieni, ma il modo in cui il cinema di massa viene usato come camera d'eco per abituare l'opinione pubblica alla militarizzazione dello spazio in chiave anti-Cina e anti-Russia.

    E COME TE SBAJI?!

    E chi non vede il video intero è un colore venuto dallo spazio.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.21: il nuovo piano quinquennale della Cina è FUORI DI TESTA

    13/06/2026 | 39 min
    Quando si parla di Cina, il racconto mainstream è sempre lo stesso: sussidi a pioggia, Stato onnipotente, aziende dopate, mercato falsato.

    Ma le cose stanno davvero così?

    In questa puntata di Ottolina e mezzo, Giuliano Marrucci ne parla con Guendalina Anzolin, ricercatrice esperta di politica industriale, innovazione e catene del valore, a partire dal nuovo Piano Quinquennale cinese 2026-2030.

    Dentro il piano ci sono alcuni dei nodi decisivi dei prossimi anni: crescita meno rigida, aumento della spesa in ricerca e sviluppo, domanda interna, transizione energetica, auto elettriche, batterie, robotica, intelligenza artificiale, biomanifattura, ma anche il rinnovamento tecnologico dei settori tradizionali.

    Il punto però non è solo “cosa farà la Cina”.

    Il punto è cosa ci dice la Cina su di noi.

    Perché nelle economie complesse la pianificazione esiste sempre. Solo che in Occidente la chiamano “mercato” quando a pianificare sono grandi corporation, finanza, monopoli tecnologici e apparati imperiali. In Cina, invece, il piano resta uno strumento per orientare l’economia reale, coordinare investimenti, formazione, ricerca, industria e innovazione.

    Non un modello da copiare. Ma uno specchio molto utile per capire perché l’Occidente parla tanto di libero mercato, mentre continua a vivere di rendita.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.20: Chi è davvero il Generale Vannacci: l’ultimo prodotto della classe armata

    12/06/2026 | 48 min
    C'è un'enorme contraddizione nei discorsi di Vannacci.

    Da una parte parla di immigrazione incontrollata e di remigrazione; dall'altra si vanta della sua carriera militare e rivendica le sue operazioni in Afghanistan, Iraq, Libia e Yemen.

    Peccato che siano state proprio quelle guerre, scatenate dagli Stati Uniti e alle quali i governi italiani si sono accodati, ad aver causato il più grande numero di sfollati e la più grande ondata migratoria dalla Seconda guerra mondiale.

    Guardiamo i numeri riportati dalla Brown University:

    Iraq: 9,2 milioni di sfollati;

    Afghanistan: 5,9 milioni;

    Yemen: 4,4 milioni;

    Siria: addirittura 13,5 milioni.

    Se Vannacci fosse davvero coraggioso come finge di essere, allora dovrebbe ammettere che le guerre alle quali ha preso parte non hanno affatto servito l'Italia, come sostiene, ma sono alla radice di quel problema che ora vorrebbe risolvere.

    Ma Vannacci si guarda bene dal farlo.

    Attacca i disperati che arrivano con i barconi, non gli Stati Uniti.

    Perché, come tutti quelli della sua razza politica e come tutti i finti sovranisti che abbiamo conosciuto in questi anni, è forte con i deboli e debole con i forti.

    E adesso, con tutta questa retorica sulla sicurezza e sulla difesa dei confini, vorrebbe risolvere i problemi che lui e i suoi amici suprematisti e guerrafondai hanno contribuito a creare.

    Ma oggi non vogliamo limitarci a parlare di queste contraddizioni.

    Vogliamo andare molto, molto più in profondità.

    E ci chiediamo:

    Chi è davvero il generale Vannacci?

    E soprattutto, che cosa rappresenta?

    Secondo David Colantoni, fresco di pubblicazione del suo nuovo libro “Teoria della classe armata. L'età del potere militare”, — un testo con introduzioni di Jeffrey Sachs, Oliver Stone e Luciano Canfora, che secondo alcuni potrebbe lasciare un segno importante nel dibattito delle scienze sociali — Vannacci è un vero e proprio rappresentante della nuova classe dominante in Occidente: la "classe armata".

    La sua ascesa sarebbe determinante non solo per comprendere, come vedremo tra pochissimo, la carriera del generale, ma anche per analizzare in modo più profondo e sistematico la fase storica che stiamo attraversando e individuare quello che l'autore considera il principale avversario politico del nostro tempo.

    Buona visione.

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