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    Otto(lina) e mezzo EXTRA Ep.1: L’ex ambasciatore a Pechino svela chi comanda davvero in Italia

    30/05/2026 | 51 min
    Alberto Bradanini non è un analista qualsiasi.

    È stato ambasciatore d’Italia prima a Teheran e poi a Pechino: due capitali che, negli ultimi decenni, sono state al centro di tutte le grandi trasformazioni geopolitiche del pianeta.

    L’Iran, cuore delle tensioni mediorientali. La Cina, protagonista principale della crisi dell’ordine unipolare a guida statunitense.

    Proprio per questo la sua voce pesa.

    Perché quando Bradanini parla dell’Italia come di un paese che non è pienamente sovrano, non lo fa da osservatore esterno, né da commentatore improvvisato. Lo fa da uomo che per anni ha rappresentato lo Stato italiano nei luoghi dove la storia si decide davvero.

    In questa intervista, l’ex ambasciatore a Pechino descrive l’Italia come un paese stretto dentro una doppia gabbia: da una parte la subordinazione politico-militare agli Stati Uniti, fatta di basi, truppe, NATO e vincoli strategici mai davvero messi in discussione; dall’altra la subordinazione economico-monetaria all’Unione Europea, che ha progressivamente svuotato gli spazi reali della democrazia e della politica economica nazionale.

    Il risultato è un paese che ha perso capacità industriale, autonomia diplomatica, visione strategica e perfino l’abitudine a pensarsi come soggetto sovrano.

    Dalla Via della Seta alla Cina, dal ruolo delle élite italiane alla crisi dell’Unione Europea, dal rapporto con Washington alla possibilità di ricostruire una politica estera fondata sugli interessi reali del paese, Bradanini mette sul tavolo una critica durissima dell’establishment italiano ed europeo.

    Una critica che fa ancora più rumore proprio perché arriva da qualcuno che quell’establishment lo conosce dall’interno.

    Una conversazione scomoda, radicale, necessaria.

    Perché la domanda di fondo è semplice: l’Italia può ancora decidere qualcosa del proprio futuro? Oppure ha definitivamente interiorizzato la propria subordinazione?

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    Otto(lina) e mezzo Ep.12: Schlein e Picierno censurano di nuovo Angelo d'Orsi

    29/05/2026 | 23 min
    Il PD colpisce ancora.

    E fa quello che ultimamente sembra saper fare meglio: sfidare le leggi della logica.

    Censurare in nome della libertà di espressione.

    Bloccare eventi e iniziative politiche in nome della democrazia.

    Intimidire in nome della lotta ai regimi autoritari.

    È successo di nuovo a Firenze.

    E la vittima è, ancora una volta, il professor Angelo D’Orsi.

    Ex professore di Storia delle dottrine politiche a Torino, questa sera avrebbe dovuto intervenire al Circolo Il Girone di Firenze per parlare di giustizia e pace internazionale.

    Pochi giorni fa, però, D’Orsi ha ricevuto un messaggio:
    “Al PD non piacciono le sue idee e quindi il circolo Arci ha dovuto annullare l’evento”.

    Che dire… è la democrazia liberale, bellezza.

    Non è la prima volta che succede a D’Orsi.

    E nemmeno la seconda.

    E nemmeno la terza.

    Praticamente le élite occidentali lo braccano come se fosse Pablo Escobar — o un qualsiasi bambino palestinese.

    La sua colpa?

    La più grave in assoluto: chiedere una pace giusta in Ucraina, la fine della corsa al riarmo, la fine dell’espansione della NATO, la fine della morte di migliaia di giovani ucraini e russi sacrificati in nome dei profitti delle lobby delle armi e degli interessi degli stessi politici che stanno sponsorizzando il genocidio in Palestina.

    Gli stessi che ogni giorno sguinzagliano i loro cani da guardia dell’informazione, accusando i propal di antisemitismo e chi chiede la pace in Europa orientale di essere filo-putiniano.

    Poco male.

    Perché anche questa volta otterranno l’effetto opposto a quello sperato: l’evento è stato riorganizzato e ha attirato l’interesse di ancora più persone.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.11: GENERALE MINI: “Trump potrebbe far scoppiare la guerra con Cina”

    28/05/2026 | 34 min
    Non bisogna farsi ingannare dalle apparenze.

    Proprio la debolezza degli USA dimostrata in Iran potrebbe convincere Trump a far saltare il tavolo.

    L’utilizzo dell’atomica sulla Repubblica Islamica è sul tavolo della Casa Bianca, così come una guerra con la Cina nel tentativo disperato di bloccare la sua graduale ma inevitabile ascesa.

    Ne abbiamo parlato con il Generale Mini
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    Otto(lina) e mezzo Ep.10: Perché anche Silvio Berlusconi oggi sembra quasi uno Statista

    27/05/2026 | 28 min
    E se Silvio Berlusconi, quello delle cene eleganti, del conflitto d’interessi, dell’anticomunismo da televendita e del “meno male che Silvio c’è”, oggi rischiasse di sembrare un gigante della politica estera?

    Attenzione: non perché lo fosse davvero.

    Berlusconi è stato fino al midollo un esponente della peggior specie del turbocapitalismo occidentale.

    Non solo perché miliardario, ma perché ideologicamente, culturalmente e quasi antropologicamente quello era l’unico orizzonte che gli apparteneva.

    Per lui l’Occidente a guida statunitense non era un sistema di dominio dentro cui l’Italia occupava un posto subordinato.

    Era il mondo della libertà, della democrazia, dell’impresa, del successo individuale.

    Il mondo che gli aveva permesso di diventare Berlusconi.

    E infatti, come ricordano Giovanni Castellaneta e Marco Carnelos nel loro libro Berlusconi, il mondo secondo lui, il capitolo sugli Stati Uniti ha un titolo meraviglioso: “La penso come gli americani ancora prima di sapere come la pensano”.

    Una frase che racchiude tutti i limiti del berlusconismo molto più delle crociate manettare della sinistra antiberlusconiana: quella che di Berlusconi vorrebbe buttare via tutto, tranne la sua incondizionata appartenenza al campo imperialista.

    Eppure oggi, in mezzo alla desolazione assoluta della classe dirigente europea, persino Berlusconi rischia di apparire come un sopravvissuto di un’altra epoca.

    Perché almeno una cosa l’aveva capita: con gli avversari, con quelli che ti stanno antipatici, addirittura coi nemici, tocca parlare.

    Anzi: soprattutto con loro.

    Altrimenti smetti di fare politica e ti metti a scrivere editoriali sui giornali del gruppo GEDI.

    Ne abbiamo parlato con Marco Carnelos, già consigliere diplomatico a Palazzo Chigi, e coautore insieme a Giovanni Castellaneta di Berlusconi, il mondo secondo lui.

    Un’intervista non per fare il santino del Cavaliere, ma per discutere una questione molto più urgente: come siamo arrivati a un’Europa che, pur di non parlare con i propri nemici, sembra disposta a farsi seppellire viva sotto le macerie dell’atlantismo.

    Buona visione.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.9: Perché in Cina la Rivoluzione dell’IA è più DEMOCRATICA?

    26/05/2026 | 31 min
    E se la sanguinaria dittatura turbocapitalista cinese in realtà stesse affrontando la rivoluzione tecnologica dell’intelligenza artificiale in modo molto più democratico dell’occidente?

    Hangzhou, gigantesca metropoli del sud della Cina.

    E, grazie alla presenza di Alibaba, una delle principali capitali tecnologiche del paese.

    Zhou è un project manager di 35 anni.

    Grazie alle sue competenze e alla sua intraprendenza, ha fatto una discreta carriera al’interno di un’azienda locale.

    Fino ad arrivare a guadagnare circa 25 mila yuan al mese. più di 3 mila euro.

    Fino a quando non è arrivata l’intelligenza artificiale.

    A gennaio del 2025 l’azienda decide di demansionarlo. il nuovo impiego verrà retribuito solo 15 mila yuan al mese. poco più della metà. a sostituirlo nelle vecchie mansioni, più complesse, ci penserà l’IA.

    Zhou rifiuta l’offerta, e viene licenziato.

    Per tenerlo buono, gli riconoscono una buona uscita di una mensilità ogni anno passato in azienda. e cioè, nel suo caso, 11 anni.

    Ma Zhou non ha intenzione di mollare.

    Secondo lui il licenziamento è illegittimo.

    E fa ricorso presso il Tribunale intermedio del Popolo di Hangzhou.

    Che in primo grado gli dà ragione.

    L’azienda allora fa appello.

    Ma perde pure quello.

    E per levarsi dalle beghe deve riconoscere a Zhou un’indennità doppia: circa 75 mila euro.

    Secondo la corte, l’introduzione dell’intelligenza artificiale in azienda per migliore l'efficienza rappresenta un’innovazione tecnologica, ma non rientra nella categoria di “significativo cambiamento delle circostanze oggettive” riconosciuto dal diritto del lavoro come causa legittima di licenziamento.

    In soldoni: le aziende non possono godere delle riduzioni dei costi e degli aumenti del tasso di profitto derivanti dall’introduzione dell’intelligenza artificiale trattando i lavoratori come spese extra di cui ci si può serenamente sbarazzare.

    E i rischi di questa rivoluzione tecnologica non possono essere scaricati interamente sulle spalle dei lavoratori

    Ne abbiamo parlato con Michelangelo Cocco, giornalista indipendente che da anni vive a Shanghai, e curatore del blog su substack
    https://rassegnacina.substack.com

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