1749 episodi
- Gli Stati Uniti stanno davvero ripensando la propria egemonia globale?
Mentre Trump tratta con Putin, un rapporto pubblicato il 10 settembre da Jennifer Kavanagh, ex ricercatrice della RAND Corporation e oggi a Defense Priorities, propone una svolta radicale nella strategia americana in Asia: ridimensionare la presenza militare nel Pacifico occidentale, arretrare verso la seconda catena di isole e ripensare gli impegni militari nei confronti di Taiwan.
Ne abbiamo parlato a Pechino con Zichen Wang, fondatore di Pekingnology e vicesegretario generale del Center for China and Globalization, per capire quanto questa proposta sia realistica, come venga interpretata dalla Cina e se Washington e Pechino possano davvero evitare la trappola di Tucidide.
Una nuova puntata di Ottocina, il diario di viaggio della trasferta di Ottolina TV a Pechino.
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👉 Belle vero le magliette del Marru? Finalmente le puoi comprare anche tu. Visita qui il nostro merchandising: https://ottolinatv.it/negozio/ Desaparecinema Ep.27: “F come falso” di Orson Welles. Sono un bugiardo di professione
12/10/2026 | 21 minCon quale facilità la percezione umana può essere dirottata da un medium di cui ci si fida? Cioè: quanto è facile farci fregare dalla propaganda?
Il famigerato programma radiofonico del 1938 "La guerra dei mondi" di Orson Welles e il suo saggio cinematografico del 1973 "F come falso" ("F for Fake") rappresentano l'alfa e l'omega della sua ossessione di una vita per questa domanda. D’altronde il suo primo film, "Quarto potere", guarda caso sul potere dei media, insisteva sulla domanda: “Chi è Charles Forster Kane?”. E proponeva, come risposta, non solo: “Un magnate della stampa anticomunista ispirato al vero William Randolph Hearst, uno dei più potenti e spregiudicati editori di giornali della storia americana”. Ma soprattutto: “Rosebud”.
Perciò oggi analizziamo proprio "F come falso". Ma occhio: lo stesso Orson Welles si definisce un prestigiatore, un illusionista. Uno spacciatore di falsi. E io dovrò adeguarmi.
E chi non vede il video intero è William Randolph Hearst.
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10/10/2026 | 23 minIsraele è diventato il nuovo rifugio preferito di latitanti e criminali internazionali.
La famosa Legge del Ritorno (Aliyah), la legge che garantisce la cittadinanza israeliana a chiunque possa dimostrare ascendenze ebraiche, ha spinto negli ultimi anni alcuni famosi predatori sessuali, assassini e truffatori internazionali ebrei a fuggire dal loro Paese d’origine, nel quale sono ricercati, e a trovare accoglienza in Israele.
Facciamo alcuni esempi celebri.
Tomás Zerón, ex direttore dell’Agencia de Investigación Criminal (AIC), il braccio investigativo del Messico, ricercato in patria per aver preso parte, nel 2014, alla tortura e all’omicidio di ben 43 studenti universitari durante il massacro degli studenti di Ayotzinapa.
Zerón è fuggito nello Stato di Israele nel settembre 2019, ma, nonostante un mandato d’arresto dell’Interpol e le pressanti richieste di estradizione dell’allora presidente messicano, Tel Aviv l’ha respinta.
La motivazione?
Come ha rivelato il New York Times, si tratterebbe di una ritorsione politica contro il Messico per aver espresso all’ONU posizioni critiche verso l’occupazione israeliana e appoggiato indagini sui crimini contro i palestinesi.
Ma ci sono anche predatori sessuali, come Andrés Roemer, sempre dal Messico, ex ambasciatore presso l’UNESCO e console a San Francisco.
Dopo essere stato accusato di ripetuti abusi e violenze sessuali da oltre 60 donne, Roemer si è rifugiato in Israele nel 2021.
E, sebbene nel 2024 un tribunale israeliano ne abbia autorizzato l’estradizione, si trova ancora in Israele, come se nulla fosse.
E non poteva mancare Hollywood.
Il noto regista Brett Ratner, firma di Rush Hour, travolto nel 2023 in patria dallo tsunami del movimento #MeToo, con pesantissime accuse di molestie, ha provocatoriamente annunciato nel 2023 di aver ottenuto lo status di immigrato in Israele.
E ricordiamo, infine, il politico e oligarca moldavo Ilan Shor, uno degli autori del cosiddetto «furto del secolo».
Ilan Shor è stato condannato in via definitiva a 15 anni di reclusione per il suo ruolo in una massiccia frode per riciclaggio e truffa che ha prosciugato oltre un miliardo di dollari dal sistema bancario della Moldavia.
Fuggito nel giugno 2019, a seguito del crollo del suo sistema di potere, Shor ha trovato per anni riparo in Israele, che continua, in gran parte dei casi, a negare persino l’estradizione.
E c’è anche tanta Ucraina.
Come nel caso di Ihor Kolomoisky, uno degli oligarchi più influenti dello spazio post-sovietico e figura chiave dietro il tracollo della PrivatBank, il più grande istituto di credito ucraino, nazionalizzato a seguito di un ammanco stimato in 5,5 miliardi di dollari, derivato da uno schema di frode coordinata su vasta scala.
Oltre al potere finanziario, l’influenza di Kolomoisky si è estesa al piano mediatico e politico, fungendo da incubatore per l’ascesa istituzionale di Volodymyr Zelensky.
Il canale televisivo 1+1, di proprietà dell’oligarca, ha trasmesso per anni i programmi dell’allora comico e ha sostenuto attivamente la sua campagna presidenziale nel 2019.
In questa nuova puntata di Ottolina e Mezzo abbiamo intervistato il giornalista, saggista, e sociologo, Michele Manfrin, che ci ha spiegato meglio alcuni di questi casi e raccontato anche il suo importante lavoro d’inchiesta sulle penetrazioni economiche e demografiche israeliane nel nostro Paese.
Buona visione.
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09/10/2026 | 28 minIl prezzo del gasolio esplode, Donald Trump arriva alle midterm con un problema enorme e la soluzione escogitata da Washington è semplice: far aprire agli europei le loro riserve strategiche. Se non lo fanno, gli Stati Uniti minacciano di limitare le esportazioni di prodotti raffinati verso l’Europa.
Il problema è che ormai non possiamo permetterci di dire di no.
Trent’anni fa l’Europa era una grande potenza della raffinazione. Ancora nel 2009 aveva una capacità superiore a quella statunitense. Da allora abbiamo chiuso trenta raffinerie, perso milioni di barili al giorno di capacità e sostituito prima con il diesel russo, poi con quello americano, quello che non siamo più in grado di produrre.
Nel frattempo la raffinazione è diventata una miniera d’oro: il margine tra greggio e diesel è passato da una ventina di dollari alla vigilia della guerra in Ucraina a oltre 100, mentre giganti come Marathon e Valero hanno moltiplicato i profitti.
Ed è qui che il cortocircuito diventa perfetto: i profitti restano privati, il controllo della filiera finisce nelle mani di grandi compagnie e trader transnazionali, ma quando il sistema va in crisi tocca agli Stati intervenire, calmierare i prezzi e svuotare le riserve accumulate per le emergenze.
Con Demostenes Floros ricostruiamo come siamo arrivati fin qui: dal declino della raffinazione europea alla dipendenza dagli USA, dal ruolo di Vitol e Trafigura nelle raffinerie italiane fino alla scelta di sacrificare anche l’ultima ciambella di salvataggio.
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08/10/2026 | 31 minPerché lavoriamo sempre di più e riusciamo sempre meno a permetterci una casa decente?
Non è solo colpa degli stipendi bassi, della scarsità di alloggi o dell’ennesima fantomatica “legge della domanda e dell’offerta”. Nelle grandi città occidentali è successo qualcosa di molto più profondo: la casa ha smesso di essere soprattutto un luogo dove vivere ed è diventata un prodotto finanziario.
Da New York a Berlino, da Madrid a Milano, la questione abitativa sta diventando uno dei principali terreni dello scontro politico. Affitti impazziti, sfratti, interi quartieri trasformati, prezzi sempre più scollegati dai redditi di chi quelle città le abita, ci lavora e le manda avanti.
Un processo che ha un nome preciso — finanziarizzazione — e che nelle grandi città dell'Occidente è diventato il vero campo di battaglia tra chi abita le città e chi le usa come portafoglio.
Tutto comincia nel 2008, quando milioni di famiglie americane perdono la casa con la crisi dei subprime. Arrivano i fondi — Blackstone in testa — comprano interi pacchetti di immobili pignorati, li trasformano in affitti, e trasformano quei canoni in prodotti finanziari. Quasi vent'anni dopo, in alcune aree metropolitane degli USA, oltre un appartamento su tre appartiene a un fondo. In Europa il copione cambia forma — privatizzazioni in Germania, bolla in Spagna, rigenerazione urbana a Londra — ma il risultato è identico: i prezzi delle case non riflettono più i salari di chi ci abita, ma le aspettative di rendimento di chi le possiede da lontano.
E poi c'è Milano. Arrivata dopo, ma capace di comprimere in pochi anni processi che altrove hanno richiesto decenni. L'Expo 2015 apre la strada: riqualificazione a misura di speculatore, soldi pubblici, fondi immobiliari in festa. Da allora i prezzi salgono del 55% in meno di un decennio, mentre i salari restano al palo. Eppure, della mobilitazione che infiamma Berlino, Madrid e New York, qui non c'è traccia. Neanche quando lo scandalo giudiziario mette nero su bianco i regali che l'amministrazione ha fatto, anno dopo anno, a finanzieri e palazzinari sulla nostra pelle.
Con Alessandro Volpi, professore di Storia contemporanea all'Università di Pisa e autore di studi fondamentali sulla finanziarizzazione dell'economia, ricostruiamo i meccanismi concreti di questa macchina: le SGR, i fondi immobiliari, le casse di previdenza, le varianti urbanistiche che smontano la pianificazione pezzo dopo pezzo. Per capire non solo cosa sta succedendo, ma come funziona — e su quali leve è possibile intervenire.
Perché il problema non è che il mercato immobiliare non funziona. Il problema è che funziona benissimo. Solo che non deve più garantire una casa a chi in città ci vive e ci lavora. Deve garantire un rendimento a chi quella casa non la vedrà mai.
Milano è il laboratorio italiano di questa battaglia. Sta a noi decidere se diventerà il primo muro dove gli speculatori andranno a sbattere.
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