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    Otto(lina) e mezzo Ep.27: L’ASIA tradisce gli USA e passa con Pechino? Il caso indonesiano

    25/06/2026 | 25 min
    La guerra in Iran non ha sconvolto solo le nostre economie, ma anche quelle di molti altri Paesi del mondo alleati degli Stati Uniti, che stanno cominciando a farsi due domande: conviene davvero fidarsi di Washington e partecipare alla grande guerra fredda contro la Cina?

    Il caso dell’Indonesia è emblematico.

    Negli ultimi anni il presidente Prabowo Subianto ha teso la mano a Trump in tutti i modi, aderendo persino al Board of Peace e facendo parecchio arrabbiare quel 90% della popolazione che è di fede musulmana.

    Ma il Paese si trova anche nel mezzo di una vera e propria crisi economica.

    La strategia di nazionalizzazione delle risorse e di utilizzo del nichel come arma di pressione nei confronti della Cina non ha funzionato. Pechino è diventata progressivamente meno dipendente dalle forniture indonesiane e, nel frattempo, la rupia perde valore e gli investitori fuggono.

    Ma non è solo l’Indonesia a dover rivedere le proprie politiche.

    Filippine, Giappone, Malaysia e Corea del Sud: la guerra in Iran ha provocato danni economici significativi per tutti gli storici alleati degli Stati Uniti nel Pacifico. E il sistema di alleanze costruito da Washington ha già cominciato a risentirne.

    Nelle Filippine, ad esempio, è successo l’impensabile.

    In piena crisi petrolifera causata dal blocco di Hormuz, la Cina ha inviato un consistente carico di petrolio a Manila. E pochi giorni dopo il presidente Marcos, considerato uno dei più fedeli alleati degli Stati Uniti nella regione, ha dichiarato che tutti i contenziosi con Pechino possono essere risolti.

    Insomma, per chi non lo avesse ancora capito, la strategia cinese del “reagire senza forzare” sta dando i suoi frutti.

    Pechino si sta presentando come il Paese della sicurezza, della razionalità e della stabilità in un’area che cerca disperatamente un proprio equilibrio.

    Ciò nonostante, esistono ancora diversi dossier aperti che rendono difficile una piena fiducia di questi Paesi nei confronti della Cina.

    In primo luogo, le dispute territoriali e militari.

    Vediamo insieme quali.

    Do quindi la parola a uno dei massimi esperti italiani di politica dell’Indo-Pacifico: il giornalista, analista e autore di numerosi libri su questi temi, Emanuele Giordana.
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    Otto(lina) e mezzo Ep.26: Da chi prendono davvero gli ordini i politici italiani?

    24/06/2026 | 32 min
    Il problema non è che Trump tratta male Meloni.

    Il problema è che può permetterselo.

    Perché dietro ogni sceneggiata diplomatica, dietro ogni foto storta e ogni frasetta velenosa, c’è una realtà molto più dura: l’Italia parla continuamente di sovranità, ma non controlla quasi nessuno degli strumenti concreti attraverso cui la sovranità si esercita.

    Le basi militari. Le armi nucleari. Gli F-35.
    La Borsa. Le banche. Il risparmio gestito.
    Il gas. I dati. Il cloud. Gli smartphone.
    I pagamenti. Le carte di credito.
    E perfino i piani strategici delle grandi aziende e delle città.

    Mentre noi guardavamo Bruxelles, Washington si prendeva i rubinetti.

    E allora forse il punto non è scegliere tra europeismo responsabile e sovranismo da comizio. Il punto è capire se dentro questa dipendenza materiale, costruita pezzo dopo pezzo negli ultimi decenni, esista ancora qualcosa che assomigli davvero a un’autonomia nazionale.

    Con Alessandro Volpi proviamo a fare l’inventario della gabbia americana: quella più visibile, fatta di basi e armi; e quella più sottile, fatta di finanza, energia, dati, risparmio e consulenze.

    Perché un Paese che non controlla il proprio denaro, la propria energia, i propri dati e le proprie infrastrutture strategiche può anche riempirsi la bocca di “interesse nazionale”.

    Ma rischia di essere sovrano solo nei comunicati stampa.

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    Otto(lina) e mezzo Ep. 25: TERREMOTO NEL REGNO UNITO. E ORA?

    23/06/2026 | 31 min
    Starmer era arrivato a Downing Street promettendo l’unica cosa che il sistema britannico sembrava desiderare dopo anni di Brexit, Boris Johnson, Liz Truss e collasso dei Tories: normalità.

    E invece è saltato pure lui.

    Le sue dimissioni non sono soltanto l’ennesimo colpo di scena nel teatrino di Westminster. Sono il sintomo di una crisi molto più profonda: quella di un Paese che per quarant’anni ha privatizzato tutto, consegnato l’economia alla City, trasformato la Banca d’Inghilterra in un potere quasi intoccabile, e ora scopre che la politica non riesce più a governare niente.

    In questo vuoto arriva Andy Burnham, il “King of the North”: trasporti pubblici, edilizia popolare, qualche settore strategico da riportare sotto controllo pubblico, il modello Manchester contro la monocultura finanziaria londinese.

    Ma può bastare qualche toppa socialdemocratica per tenere insieme un Regno sempre meno unito?

    Scozia, Galles, Irlanda del Nord, indipendentismi progressisti, nazionalismo inglese, atlantismo feroce e austerità monetaria: la crisi britannica è una radiografia perfetta del declino occidentale.

    Ne parliamo con Simone Gasperin, economista, per capire se Burnham rappresenta davvero una svolta o soltanto l’ultimo tentativo di salvare una macchina neoliberale ormai fuori controllo.

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    Il peggio del mainstream Ep.1: L’Iran vince e costringe RAMPINI, BOCCHINO E CERASA a remigrare

    22/06/2026 | 9 min
    Pupo torna a fare la maturità perché a 71 anni cerca nuovi stimoli. Sgarbi torna in sé, e purtroppo ricomincia a parlare.

    Brumotti continua a esistere.

    Ivan Grieco parla di politica.

    Nathalie Tocci combatte eroicamente contro la realtà.

    E intanto l’intero plotone dei giornaloni italiani, dopo averci spiegato per settimane che l’Iran era isolato, finito, crollato, spacciato, a un passo dalla rivoluzione liberale sponsorizzata da Trump, è costretto a prendere atto dell’impensabile: forse la propaganda non basta a vincere le guerre.

    Una tragedia umana, professionale e soprattutto televisiva.

    C’è chi sognava Teheran rasa al suolo, chi fantasticava sulla “spallata” finale, chi ringraziava l’America, chi aspettava la libertà portata dai bombardieri.

    Poi la guerra si ferma, Netanyahu traballa, Trump arretra, e loro restano lì: con l’elmetto in testa, la bava alla bocca e una valigia pronta per il pianeta figure di merda.

    Non c’era occasione migliore per inaugurare il nuovo, imperdibile format di OttolinaTV: Il peggio del mainstream.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.24: Perché il ricorso all’atomica non è più un tabù

    22/06/2026 | 46 min
    Secondo Giacomo Gabellini, oggi siamo in una situazione più pericolosa della Guerra fredda.

    Perché il rischio nucleare non nasce da una semplice guerra regionale per due pezzi di territorio, ma da qualcosa di molto più grande: la lunga guerra per impedire la fine di un ciclo egemonico.

    Andrey Bezrukov, ex colonnello dell’intelligence russa, leggendaria spia sotto copertura negli Stati Uniti e una delle figure che hanno ispirato The Americans, ha sostenuto che la Russia deve prepararsi a venti, forse trent’anni di conflitto con l’Occidente.

    Una durata che non è casuale: trent’anni è quanto è durata anche l’ultima grande guerra di transizione egemonica, dal 1914 al 1945, quando il mondo passò dall’era dell’impero britannico al secolo americano.

    Ma questa volta c’è un’aggravante decisiva: il nucleare non arriva alla fine della guerra, come a Hiroshima e Nagasaki. Il nucleare è già ovunque. Nei radar, nei sottomarini, nei sistemi d’allerta, nei progetti come Golden Dome, negli attacchi alla deterrenza russa e nella tentazione dell’egemone in declino di considerare anche decine di milioni di morti un costo tollerabile pur di salvare il proprio dominio.

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