1684 episodi
- Una confessione clamorosa che arriva direttamente dal vicepresidente degli Stati Uniti e che sbugiarda tutti quelli che in questi mesi ci avevano accusato di complottismo, o che avevano sminuito la portata degli Epstein Files dicendo che erano puro gossip, o che avevano addirittura tentato di far credere che Epstein fosse un uomo di Putin.
Le dichiarazioni di J.D. Vance, pronunciate ieri da Joe Rogan, il podcast più seguito al mondo, tolgono ogni dubbio: «Jeffrey Epstein aveva chiaramente collegamenti con i più alti livelli dell'intelligence americana e dell'intelligence israeliana».
Ergo, quel sistema di prostituzione che coinvolgeva i più alti livelli della politica mondiale serviva prima di tutto a raccogliere dati e informazioni personali attraverso cui ricattare e fare pressioni politiche di ogni genere e tipo.
Non che ci si possa stupire, ecco tutte le prove che già collegavano Epstein al Mossad.
In primis, i documenti fiscali della THE C.O.U.Q. FOUNDATION INC., una fondazione associata a Epstein, che il 3 marzo 2005 donò 25.000 dollari a Friends of the Israel Defense Forces (FIDF), l'organizzazione di supporto all'IDF.
Nello stesso periodo, Epstein finanziò anche il The Jewish National Fund (JNF), l'ente storicamente coinvolto nella costruzione di insediamenti in Cisgiordania.
Non solo.
Nel 2011, email emerse da cause giudiziarie mostrano come Epstein abbia facilitato un incontro tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e alti dirigenti di JPMorgan, e i calendari personali di Epstein e le email hackerate dell'ex primo ministro israeliano Ehud Barak dimostrano come Yoni Koren, uno dei più alti ufficiali dell'intelligence militare israeliana, abbia soggiornato per settimane nell'appartamento newyorkese del finanziere pedofilo almeno in tre occasioni tra il 2013 e il 2015.
Ma la prova più clamorosa del legame tra Epstein e lo Stato di Israele è emersa da una serie di email rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia americano, che hanno portato alla luce un'operazione di sicurezza condotta dal governo israeliano per installare sistemi di allarme e sorveglianza nell'appartamento di Manhattan di Epstein, dove ospitava spesso anche l'ex primo ministro israeliano Ehud Barak.
E la lista continua.
Come sentirete tra pochissimo da Roberto Vivaldelli, giornalista di InsideOver che sta seguendo magistralmente tutte le inchieste sugli Epstein Files.
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16/07/2026 | 37 minE se il pericolo numero 1 per il nostro Paese e la difesa della Costituzione non fossero, i vari Meloni, Nordio e Vannacci, ma il presidente della Repubblica?
Bisogna stare attenti: parlarne senza filtri, è reato.
“Vilipendio contro il capo dello Stato.”
E nei media e nelle televisioni mainstream non sentirete mai un solo commentatore, opinionista o politico parlare male del Presidente della Repubblica, nonostante, in privato, e lontano dai riflettori, dicano tutt’altre cose.
Ma come hanno sottolineato in questi anni i migliori politologi italiani, da Carlo Galli a Geminello Preterossi, a partire da Giorgio Napolitano in poi la figura del Presidente della Repubblica è profondamente mutata: da figura terza, super partes, garante della costituzione e rispettoso dei limiti previsti per il suo ruolo dalla Carta costituzionale, ad attore politico di primissimo piano e artefice di alcune svolte decisive della politica nazionale degli ultimi 20 anni.
Come quando nel 2011 Giorgio Napolitano, come rivelato persino dal ministro Crosetto ha imposto a Berlusconi di prendere parte al bombardamento della Libia e alla caduta di Gheddafi, in ossequio alle direttive che arrivavano da Washington, Londra, e Parigi (e contro i nostri oggettivi interessi nazionali), o come quando pochi mesi dopo in concerto con la Commissione e la Banca Centrale europea sempre Napolitano orchestrò la caduta del governo Berlusconi in favore di Mario Monti, l’uomo prescelto dalle oligarchie internazionali per attuare quelle riforme di austerità, privatizzazioni e tagli allo stato sociale che hanno imposto la svolta neoliberale al paese affossandone definitivamente l’economia.
Ma per quanto possa sembrare incredibile, Il peggio doveva ancora arrivare.
È con Sergio Mattarella che la mutazione del Capo dello Stato da garante della Costituzione a garante del vincolo esterno italiano, ossia della collocazione del nostro paese nell’ asfissiante assetto euroatlantico, è compiuta.
Nella nuova puntata di Ottolina e mezzo, Savino Balzano, autore di una coraggiosissima inchiesta sul nuovo ruolo del Presidente della Repubblica, ci ha svelato tutte le più importanti dinamiche del vero deep state italiano.
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15/07/2026 | 27 minChristine Lagarde vola d’urgenza a Washington per incontrare il nuovo presidente della Federal Reserve e il segretario al Tesoro americano. Un viaggio improvviso e fuori programma, mentre la crisi nello Stretto di Hormuz minaccia di far esplodere il prezzo dell’energia e riaccendere l’inflazione.
Ma cosa teme davvero la presidente della BCE?
Con Alessandro Volpi ricostruiamo la catena che collega la guerra in Medio Oriente alla possibile tempesta finanziaria: petrolio più caro, tassi d’interesse più alti, debito americano sempre più oneroso, banche in difficoltà e capitali pronti ad abbandonare una Borsa gonfiata dalla bolla dell’intelligenza artificiale.
Ma il problema non è soltanto economico. La forza del dollaro dipende anche dalla capacità degli Stati Uniti di imporre un ordine internazionale attraverso il controllo dei mercati, delle istituzioni finanziarie, delle rotte strategiche e, quando necessario, della forza militare.
Che a Hormuz non sta funzionando. E se fosse proprio il punto in cui la sconfitta sul campo incontra la fragilità di Wall Street, e fa saltare tutto per aria?
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14/07/2026 | 28 minLa pace è diventata un reato?
Bloccare un convoglio militare. Occupare una strada. Scrivere “Life, not war” su una ciminiera della Leonardo. Opporsi al trasporto di armi destinate ai fronti di guerra.
In un Paese che ripudia la guerra nella sua Costituzione, sempre più persone vengono denunciate, processate e criminalizzate per aver provato a fermarne la macchina.
Ma la guerra oggi non passa soltanto dalle trincee. Passa dai porti, dalle ferrovie, dalle fabbriche, dalle università, dalle scuole. Passa dai luoghi di lavoro. E allora una domanda diventa inevitabile: esiste ancora il diritto di dire “io non ci sto”?
A Fest8lina ne abbiamo parlato con José Nivoi, portuale del CALP di Genova, tra i protagonisti delle mobilitazioni contro il traffico di armi e promotore di una proposta di legge per estendere l’obiezione di coscienza ai lavoratori coinvolti, direttamente o indirettamente, nella filiera bellica.
Un confronto che parte dalla repressione dei movimenti per la pace, attraversa il ruolo dei porti italiani nella logistica della guerra, racconta il ricatto occupazionale che lega sempre più territori all’industria militare e rilancia una domanda destinata a diventare centrale nei prossimi anni: chi ha il diritto di rifiutarsi di collaborare con la guerra?
Perché se oggi la guerra coinvolge tutta la società, forse anche la pace non può più essere soltanto uno slogan.
Buona visione!!!
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👉 Belle vero le magliette del Marru? Finalmente le puoi comprare anche tu. Visita qui il nostro merchandising: https://ottolinatv.it/negozio/- La satira è davvero morta? O è morta, piuttosto, l’informazione?
In questa conversazione con Vauro Senesi partiamo da una constatazione semplice: un tempo la satira politica occupava il centro della scena pubblica, entrava nelle case degli italiani in prima serata e contribuiva a formare uno sguardo critico sulla realtà. Oggi sembra relegata ai margini.
Ma cosa è cambiato davvero?
Per Vauro il problema non è soltanto la censura. La censura peggiore è l’autocensura: quella che ti convince che certe cose “non siano opportune”. Da lì all’opportunismo il passo è brevissimo.
Parliamo del rapporto tra linguaggio, politicamente corretto e potere; di come oggi spesso ci si scandalizzi più per il modo in cui una denuncia viene espressa che per l’ingiustizia che quella denuncia mette a nudo. E riflettiamo sul ruolo dell’informazione in un’epoca in cui, più che di propaganda, Vauro parla apertamente di omertà.
Infine, inevitabilmente, Gaza e la Palestina. Dopo mesi di mobilitazioni oceaniche e milioni di persone in piazza, perché il tema sembra essere scomparso dal dibattito pubblico? È davvero finita, oppure sotto la superficie continua a maturare qualcosa?
Un confronto ironico, amaro e profondamente politico sul ruolo della satira, sulla libertà di parola e sulla necessità di continuare a esercitare il senso critico, anche quando farlo diventa scomodo.
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