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Otto(lina) e mezzo Ep.65: LA GUERRA RUSSIA-NATO scoppierà a KALININGRAD? Ft. Generale Boni
03/10/2026 | 32 minDue giorni fa i giornali lanciavano questa bomba:
«Tensione su Kaliningrad, Mosca minaccia l’uso dell’atomica».
«Putin: pronti a usare i missili nucleari contro la NATO».
Porca puttana, avranno pensato gli ingenui lettori di questi autorevoli quotidiani: Putin allora è davvero il mostro che tutti dipingono.
Peccato che fosse l’ennesima fake news.
Putin non aveva affatto minacciato la NATO. Era successo esattamente il contrario.
Il 30 settembre Mosca aveva scritto alla NATO di essere pronta a usare tutto il proprio arsenale militare, incluse le bombe atomiche. Ma per fare cosa?
Per difendere la regione di Kaliningrad, e cioè l’exclave russa che si trova tra Lituania, Polonia e Mar Baltico e che appartiene alla Russia in base agli accordi di Potsdam del 1945.
Dal 1991, con il crollo dell’URSS e l’indipendenza delle Repubbliche baltiche, Kaliningrad si è ritrovata letteralmente isolata dal resto della Russia.
Negli anni Duemila la NATO ha poi inglobato anche Estonia, Lettonia e Lituania e, con la guerra in Ucraina, la situazione si è fatta sempre più tesa. Fino a quest’anno, quando sembra essere partita una vera e propria offensiva della NATO per riprendersi l’exclave.
Il 19 maggio il ministro degli Esteri lituano, Budrys, dichiara: «Dobbiamo dimostrare ai russi che possiamo penetrare la piccola fortezza che hanno costruito a Kaliningrad. La NATO ha i mezzi necessari per distruggere le basi russe nell’exclave».
Il 18 agosto la NATO avvia un’esercitazione militare di quattro giorni intorno a Kaliningrad, simulando un assedio.
E non finisce qui.
Il 15 settembre il ministro degli Esteri estone Tsahkna dichiara: «Potremmo semplicemente occupare Kaliningrad».
E il 22 settembre il Parlamento lituano modifica la Costituzione per rimuovere il divieto di installare sul proprio territorio basi militari straniere e armi di distruzione di massa.
Ed è solo a questo punto che la Russia ha voluto ricordare ai pacifici — e, ricordiamolo, sempre e comunque vittime — Paesi NATO che Mosca difenderebbe la regione come farebbe con qualsiasi altra parte del proprio territorio.
Ma di tutto questo sui giornali non c’è traccia. E la notizia è diventata:
«Putin minaccia la NATO con l’atomica».
Ricordatevelo: quando l’Italia entrerà in guerra, questi saranno gli stessi giornali che vi diranno che è solo per legittima difesa. E che, in fondo, se verrete spediti in trincea, potrete farlo con il sorriso, perché sarà solo per il vostro bene.
Ma con il generale e analista Maurizio Boni oggi non parleremo soltanto della situazione a Kaliningrad.
Sono giorni di particolare tensione, che non ci lasciano esattamente tranquilli.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato ieri che le fabbriche europee che producono armi per l’Ucraina rappresentano obiettivi militari legittimi e potenziali per la Russia.
Putin ha parlato al Valdai Club.
E, nel frattempo, nasce la «NATO di Bergen»: una NATO composta dai Paesi oggi più vicini agli Stati Uniti, che potrebbe forse puntare a escludere — e punire — quelli meno allineati.
Buona visione!
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👉 Belle vero le magliette del Marru? Finalmente le puoi comprare anche tu. Visita qui il nostro merchandising: https://ottolinatv.it/negozio/- Trent’anni fa, quando si parlava di automobili cinesi, in Europa si tendeva soprattutto a ridere. Oggi la Cina è il più grande produttore automobilistico del mondo, esporta milioni di veicoli e sull’elettrico ha costruito un vantaggio industriale che sta mettendo in difficoltà praticamente tutti i grandi produttori occidentali.
Ma come ha fatto la Cina, partendo con pochissima tecnologia propria, a costruire in pochi decenni un’industria capace di arrivare fin qui?
Per capirlo siamo entrati nelle fabbriche di ZEEKR e BAIC, abbiamo seguito da vicino alcune delle trasformazioni più importanti dell’automotive cinese e siamo andati a vedere cosa c’è dietro questa crescita.
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01/10/2026 | 11 minC'è un settore del Made in Italy di cui non parla nessuno. Non è la moda, non è il vino, non sono le Ferrari. Sono i beni strumentali: le macchine con cui si producono altri beni. Presse, forni, impianti siderurgici, linee di packaging.
L'Italia è la quinta potenza mondiale del settore, quarta per export. E mentre i paesi BRICS+ cercano di industrializzarsi — l'hanno scritto nero su bianco nel piano d'azione approvato al summit di Delhi — la domanda di macchinari esplode. Solo che oggi quelle macchine le comprano quasi tutte dalla Cina. Il Brasile e il Sudafrica una su tre. L'India e l'Indonesia una su due. La Russia oltre il 70%.
Tutti questi paesi vogliono diversificare. E l'Italia sarebbe il partner ideale: personalizzazione, flessibilità, cura del cliente. Non è una teoria: è quello che è successo con l'Iran dopo il JCPOA, prima che Trump ripristinasse le sanzioni secondarie e le banche italiane bloccassero tutto. Danieli, SACMI, e anche una PMI di Varese che vendeva un mixer da 110mila euro.
Il problema è che la politica italiana sembra non volerlo vedere. Il Libro bianco del MIMIT riconosce il valore strategico del settore, ma poi lega tutto all'allineamento con l'Alleanza Atlantica. E sull'intelligenza artificiale firmiamo Pax Silica invece di guardare ai sistemi open source cinesi, che sono esattamente quello che serve a un tessuto di PMI che non può addestrare modelli da centinaia di milioni.
In questo video proviamo a raccontare perché il settore dei beni strumentali è la carta più forte che l'Italia ha in mano nel nuovo ordine multipolare — e perché rischia di sprecarla.
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Esiste un plurimiliardario statunitense anticapitalista e antiimperialista che è appena stato arrestato in Spagna con l’accusa di aver finanziato Hamas.
È James Fergie Chambers, 41 anni, erede della famiglia Cox, il cui patrimonio è stimato da Forbes intorno ai 38 miliardi di dollari: la decima famiglia più ricca d’America.
Fergie, però, si presenta pubblicamente come comunista e ha usato il denaro ereditato per finanziare organizzazioni della sinistra socialista e antisistema, come Occupy Wall Street o un gruppo comunista in Massachusetts.
Dopo il 7 ottobre, Chambers ha concentrato la sua attenzione sulla causa palestinese. La moglie, Stella Schnabel, ha raccontato al quotidiano Guardian che i progetti finanziati dal marito includono una donazione di 100.000 dollari allo Zaynab Project, che offre assistenza psicologica ai bambini rimasti orfani; 250.000 dollari al Sameer Project di Gaza, che ha contribuito a finanziare un panificio impegnato a produrre e distribuire gratuitamente pane ogni giorno durante l’assedio israeliano; e il sostegno a un ambulatorio medico gratuito.
Un benefattore?
Un filantropo?
Nemmeno per sogno.
Orrendi delitti agli occhi dei paesi occidentali che sostengono il genocidio. E infatti, il 10 luglio scorso, è stato arrestato dalle autorità spagnole su richiesta degli Stati Uniti, con l’accusa, naturalmente, di aver finanziato Hamas.
L’accusa buona per tutte le stagioni, rivolta a chiunque abbia provato ad aiutare i palestinesi in questi anni di sterminio: dall’UNRWA alla Croce Rossa.
Gli Stati Uniti hanno richiesto l’estradizione e ora Chambers rischia 30 anni di carcere per riciclaggio di denaro e sostegno al terrorismo.
Nelle prossime settimane capiremo se Sánchez resisterà a Trump o se spedirà Fergie Chambers, questa miracolosa anomalia del sistema, nelle carceri statunitensi.
Nell’intervista alla sociologa e giornalista Marianna Lentini abbiamo parlato della storia di Chambers, dei prossimi passaggi legali che ne decideranno il destino e di come la sua vicenda personale si intrecci inevitabilmente con tutte le contraddizioni del governo Sánchez. Otto(lina) e mezzo Ep.63: Perché il TETTO ai prezzi del carburante dell’Eni è una CAG***A PAZZESCA?
29/09/2026 | 36 minFinalmente il governo dei patrioti ha scoperto l’intervento pubblico: ENI mette un tetto ai prezzi dei carburanti e Poste si compra TIM. Manca solo l’IRI e possiamo riesumare direttamente Enrico Mattei.
Peccato che, guardando i numeri, il miracolo perda parecchio fascino.
Dopo l’esplosione dei prezzi seguita alle nuove tensioni energetiche, benzina e gasolio sono arrivati a livelli fuori scala: fino a 2,25 e 2,46 euro al litro in autostrada. ENI interviene fissando 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio. Ma rispetto a febbraio restiamo comunque con aumenti enormi.
Quanto costa questo improvviso slancio sociale? Nella stima più generosa, circa 80 milioni di minori ricavi in un mese. Negli ultimi tre anni ENI ha accumulato circa 15 miliardi di utili. La tassa sugli extraprofitti del 2022, tanto contestata e poi in gran parte depotenziata, valeva per ENI circa 1,4 miliardi.
Passare per patrioti non è mai costato così poco.
E poi c’è TIM: la rete è già finita a KKR, mentre quello che resta entra in Poste. L’operazione viene raccontata come un ritorno dello Stato, ma la quota pubblica si diluisce e cresce il peso dei grandi investitori finanziari internazionali.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Volpi
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