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    Otto(lina) e mezzo Ep.10: Perché anche Silvio Berlusconi oggi sembra quasi uno Statista

    27/05/2026 | 28 min
    E se Silvio Berlusconi, quello delle cene eleganti, del conflitto d’interessi, dell’anticomunismo da televendita e del “meno male che Silvio c’è”, oggi rischiasse di sembrare un gigante della politica estera?

    Attenzione: non perché lo fosse davvero.

    Berlusconi è stato fino al midollo un esponente della peggior specie del turbocapitalismo occidentale.

    Non solo perché miliardario, ma perché ideologicamente, culturalmente e quasi antropologicamente quello era l’unico orizzonte che gli apparteneva.

    Per lui l’Occidente a guida statunitense non era un sistema di dominio dentro cui l’Italia occupava un posto subordinato.

    Era il mondo della libertà, della democrazia, dell’impresa, del successo individuale.

    Il mondo che gli aveva permesso di diventare Berlusconi.

    E infatti, come ricordano Giovanni Castellaneta e Marco Carnelos nel loro libro Berlusconi, il mondo secondo lui, il capitolo sugli Stati Uniti ha un titolo meraviglioso: “La penso come gli americani ancora prima di sapere come la pensano”.

    Una frase che racchiude tutti i limiti del berlusconismo molto più delle crociate manettare della sinistra antiberlusconiana: quella che di Berlusconi vorrebbe buttare via tutto, tranne la sua incondizionata appartenenza al campo imperialista.

    Eppure oggi, in mezzo alla desolazione assoluta della classe dirigente europea, persino Berlusconi rischia di apparire come un sopravvissuto di un’altra epoca.

    Perché almeno una cosa l’aveva capita: con gli avversari, con quelli che ti stanno antipatici, addirittura coi nemici, tocca parlare.

    Anzi: soprattutto con loro.

    Altrimenti smetti di fare politica e ti metti a scrivere editoriali sui giornali del gruppo GEDI.

    Ne abbiamo parlato con Marco Carnelos, già consigliere diplomatico a Palazzo Chigi, e coautore insieme a Giovanni Castellaneta di Berlusconi, il mondo secondo lui.

    Un’intervista non per fare il santino del Cavaliere, ma per discutere una questione molto più urgente: come siamo arrivati a un’Europa che, pur di non parlare con i propri nemici, sembra disposta a farsi seppellire viva sotto le macerie dell’atlantismo.

    Buona visione.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.9: Perché in Cina la Rivoluzione dell’IA è più DEMOCRATICA?

    26/05/2026 | 31 min
    E se la sanguinaria dittatura turbocapitalista cinese in realtà stesse affrontando la rivoluzione tecnologica dell’intelligenza artificiale in modo molto più democratico dell’occidente?

    Hangzhou, gigantesca metropoli del sud della Cina.

    E, grazie alla presenza di Alibaba, una delle principali capitali tecnologiche del paese.

    Zhou è un project manager di 35 anni.

    Grazie alle sue competenze e alla sua intraprendenza, ha fatto una discreta carriera al’interno di un’azienda locale.

    Fino ad arrivare a guadagnare circa 25 mila yuan al mese. più di 3 mila euro.

    Fino a quando non è arrivata l’intelligenza artificiale.

    A gennaio del 2025 l’azienda decide di demansionarlo. il nuovo impiego verrà retribuito solo 15 mila yuan al mese. poco più della metà. a sostituirlo nelle vecchie mansioni, più complesse, ci penserà l’IA.

    Zhou rifiuta l’offerta, e viene licenziato.

    Per tenerlo buono, gli riconoscono una buona uscita di una mensilità ogni anno passato in azienda. e cioè, nel suo caso, 11 anni.

    Ma Zhou non ha intenzione di mollare.

    Secondo lui il licenziamento è illegittimo.

    E fa ricorso presso il Tribunale intermedio del Popolo di Hangzhou.

    Che in primo grado gli dà ragione.

    L’azienda allora fa appello.

    Ma perde pure quello.

    E per levarsi dalle beghe deve riconoscere a Zhou un’indennità doppia: circa 75 mila euro.

    Secondo la corte, l’introduzione dell’intelligenza artificiale in azienda per migliore l'efficienza rappresenta un’innovazione tecnologica, ma non rientra nella categoria di “significativo cambiamento delle circostanze oggettive” riconosciuto dal diritto del lavoro come causa legittima di licenziamento.

    In soldoni: le aziende non possono godere delle riduzioni dei costi e degli aumenti del tasso di profitto derivanti dall’introduzione dell’intelligenza artificiale trattando i lavoratori come spese extra di cui ci si può serenamente sbarazzare.

    E i rischi di questa rivoluzione tecnologica non possono essere scaricati interamente sulle spalle dei lavoratori

    Ne abbiamo parlato con Michelangelo Cocco, giornalista indipendente che da anni vive a Shanghai, e curatore del blog su substack
    https://rassegnacina.substack.com

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    Desaparecinema Ep.16: Matrix: il film che la Matrix avrebbe fatto su se stessa

    25/05/2026 | 20 min
    Rega, spero che dopo questa puntata saremo ancora amici, ma la vedo dura.

    Oggi Desaparecinema farà venire parecchi mal di pancia.

    Per questo, dopo che sarà andato in onda, mi vedrò costretto a fare una telefonata da una cabina telefonica e scomparire, se non voglio beccarmi in fronte un proiettile da parte di chi ama e ha sempre amato il film ribelle per definizione: Matrix.

    Oggi infatti mettiamo a confronto il film dei fratelli (oggi sorelle) Wachowski con il libro che lo ha ispirato: “Simulacri e simulazione” di Jean Baudrillard. Libro dentro il quale Neo, il protagonista del film, tiene i suoi floppy disk illegali. Un simbolismo sottile come un colpo di cannone, che nasconde la più grande truffa del cinema postmoderno.

    Il libro infatti è vuoto, e questo simbolismo involontario(?) è il tema della puntata.

    Perché? Perché se c'è un film che ha convinto un’intera generazione di "ribelli da tastiera" di aver capito tutto del sistema senza aver mai letto una riga di Marx, quello è Matrix. E se c'è un filosofo che è stato usato, abusato, stiracchiato e infine sputato fuori dal reparto marketing della Warner Bros. come un chewing-gum senza sapore o un pensiero di Calenda, quello è Jean Baudrillard.

    Perciò allacciate le cinture e occhio: Neo non è un ribelle, è un cliente insoddisfatto.

    E chi non vede il video intero... stavolta lo capisco.

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    Otto(lina) e mezzo Ep.8: Perché gli Economisti Mainstream sono dei Cialtroni?

    24/05/2026 | 26 min
    Da quando in Europa abbiamo inaugurato l’Età dei Lumi, ci siamo convinti di aver chiuso i conti con il pensiero magico: basta re che consultano gli astri, basta imperatori che osservano il volo degli uccelli prima di decidere se una guerra sia gradita agli dèi, basta generali che, prima di invadere un Paese, chiedono un parere alle viscere di un capretto.

    Mica siamo in Birmania, dove hanno deciso di cambiare il lato di guida dopo essersi consultati con un numerologo, o in Sri Lanka, dove nel 2015 hanno anticipato le elezioni dietro consiglio di un astrologo — per poi perderle comunque. D’altronde, come affermò poi lo stesso astrologo: “Anche Nostradamus sbagliava”.

    Noi, invece, siamo moderni.

    Abbiamo i dati.

    LA SCIENZAAHH

    Ma cosa pensereste se vi dicessi che anche i nostri governanti, ogni giorno, prima di decidere quanta sanità tagliare, quanta scuola sacrificare, quanti salari comprimere, quanta disoccupazione considerare “necessaria”, si affidano a una casta di stregoni?

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    Otto(lina) e mezzo Ep.7: Cosa è L’ECONOMIA DELLA MORTE?

    23/05/2026 | 22 min
    Il capitalismo ha subito un’altra mutazione genetica.

    Benvenuti nell’era della thanato-economia: l’Economia della Morte.

    È la suggestiva — e inquietante — definizione coniata in questo illuminante articolo da Giuliana Commisso, ricercatrice di sociologia economica presso Università della Calabria.

    Secondo Commisso, l’Economia della Morte non coincide semplicemente con l’economia di guerra.

    È qualcosa di peggiore.

    L’economia di guerra tradizionale, infatti, al netto di tutto, rappresentava un potente meccanismo di rilancio dell’economia reale.

    Significava piena occupazione — o quasi — e, di conseguenza, anche una crescita del potere delle organizzazioni dei lavoratori.

    Durante le guerre, il potere dei lavoratori veniva represso con la forza; ma, una volta terminati i conflitti, veniva meno anche la giustificazione di quel ricorso alla repressione, e i lavoratori acquisivano gli strumenti per passare alla controffensiva.

    È così che nasce il Biennio Rosso dopo la Prima guerra mondiale, così come il compromesso tra capitale e lavoro incardinato nelle costituzioni scritte dopo la Seconda guerra mondiale.

    Oggi, invece, l’Economia della Morte cerca ancora una volta di salvare il capitalismo dalle proprie contraddizioni, ma senza dare nuovo impulso all’economia reale.

    Altro che piena occupazione.

    L’accumulazione capitalistica rimane prevalentemente finanziaria.

    La fabbrica dei nuovi strumenti di morte è automatizzata e, spesso, persino dematerializzata.

    Produce algoritmi prima ancora che merci.

    E quegli algoritmi sono gli stessi che servono ad attaccare i nemici esterni che osano sfidare la potenza egemone, ma anche a manipolare scientificamente l’opinione pubblica interna, ostacolando così la capacità dei subalterni di organizzarsi in modo autonomo.

    Un meccanismo distopico che cade a pennello.

    Le vecchie guerre, infatti, erano guerre tra imperialismi contrapposti.

    Cooptare i lavoratori in difesa della patria era, tutto sommato, abbastanza semplice.

    La “guerra mondiale a pezzi” in corso, invece, è una guerra di aggressione imperialista.

    E noi siamo dalla parte sbagliata della storia.

    Per questo, cooptare i lavoratori potrebbe risultare molto più complicato.

    Meglio allora privarli di ogni potere, escludendoli in massa dal ciclo produttivo, e trattenendo soltanto una piccola élite di ingegneri ultraspecializzati e ben pagati.

    Tutto il resto diventa una massa informe, priva di leve negoziali.

    Opinione pubblica, appunto.

    Liquida, informe e facilmente manipolabile attraverso le più sofisticate tecnologie di controllo di massa.

    Cosa potrebbe mai andare storto?

    Lo abbiamo chiesto direttamente proprio a Giuliana Commisso.

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