C’è un attacco della propaganda occidentale contro la Russia di Putin da parte del cinema e delle piattaforme in questo ultimo anno?
Sì. E Il mago del Cremlino ne è un esempio lampante, uscito pochi giorni fa in Italia dopo essere passato, ovviamente, all’ultima Mostra degli Oscar del Cinema Netflix di Venezia. Un film speculare a quell’altro attacco propagandistico – in quel caso contro Trump – che fu The Apprentice, uscito, ovviamente, in prossimità delle ultime elezioni statunitensi.
Quando non si hanno argomenti politici per vincere si ricorre all’arma segreta: si tira fuori il soft power, il cinema a tesi a uso e consumo dei gonzi yankee ed europei.
In sala, quando l’ho visto appena uscito, eravamo in cinque. Cinque di troppo di quanto meritasse questo noioso biopic scritto con l’algoritmo delle serie Netflix in cui a interpretare Putin è un impacciatissimo Jude Law e a interpretare il protagonista è Paul Dano che, come si diceva per Clint Eastwood ai suoi esordi, ha due espressioni: una. Un film costruito a tavolino per ovvie ragioni strategiche geopolitiche e militari, a partire dal romanzo di un tizio che, nell’ordine:
- è editorialista del Corriere della Sera, de la Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore e Il Riformista;
- è membro del comitato direttivo del Bilderberg Group;
- è presidente del think tank Volta, che così si definisce: “Volta lavora sulla formazione di una nuova classe dirigente, elabora e sperimenta policies, promuove un modello di crescita aperto, creativo e inclusivo”;
- è ex assessore alla cultura nella giunta comunale fiorentina di Matteo Renzi.
Signore e signori: Giuliano Da Empoli.
E chi non guarda il video intero è la Mostra degli Oscar del Cinema Netflix di Venezia.
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