Quando parliamo di automazione, tendiamo a guardare nel posto sbagliato. Ci preoccupiamo dell'intelligenza artificiale — dei modelli linguistici, degli algoritmi, del software — e intanto nelle fabbriche di Shenzhen centinaia di robot umanoidi stanno già avvitando bulloni, scaricando pallet e cambiando le proprie batterie da soli per lavorare 24 ore su 24. Senza pausa. Senza ferie. Senza contributi.
In questo episodio proviamo a capire davvero a che punto siamo. In Italia ci sono già oltre 106.000 robot industriali operativi — il doppio di dieci anni fa — ma sono macchine fisse, specializzate, che fanno una cosa sola. I robot antropomorfi con intelligenza artificiale sono un'altra storia: sono progettati per fare quello che fa un uomo, nello stesso spazio in cui lavora un uomo, con lo stesso grado di flessibilità. E la Cina ne ha già prodotti 12.800 nel solo 2025, pari al 90% del totale mondiale.
Cosa dice l'Europa? Il nuovo Regolamento Macchine UE 2023/1230 — che entrerà in vigore nel 2027 — classifica i robot autonomi con AI come macchine ad alto rischio, imponendo certificazioni esterne obbligatorie e limiti precisi alla loro autonomia decisionale. L'Europa non li vieta, ma li rallenta. Nel frattempo, Pechino accelera.
E i posti di lavoro? Il WEF stima che entro il 2030 l'automazione sposterà 92 milioni di ruoli a livello globale, creandone 170 milioni di nuovi. Il saldo è positivo sulla carta — ma la matematica funziona solo se la ricchezza prodotta dai robot viene ridistribuita. Ed è qui che entrano le proposte più interessanti: dalla robot tax immaginata da Bill Gates al dividendo di base incondizionato di Varoufakis, fino ai pilot di reddito universale in Finlandia e Canada, con risultati che sfidano molti pregiudizi.
La domanda vera non è se i robot ci ruberanno il lavoro. È chi incasserà i profitti di quel furto — e se saremo abbastanza svegli da farci pagare la nostra parte.
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