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Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

Stefano Feltri
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Ultimo episodio

54 episodi

  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    Appunti di Geopolitica - In Libano con Greta Cristini: Episodio 1

    08/07/2026 | 2 min
    Come vi avevo promesso, Appunti continua a sperimentare e crescere. Dopo aver dedicato grande spazio all’analisi geopolitica con Manlio Graziano in questi mesi, durante l’estate Appunti di Geopolitica si arricchisce del contributo di Greta Cristini che sperimenta un altro approccio alla geopolitica: l’analisi sul campo.

    Greta è una delle voci più affermate nel commento all’attualità internazionale, l’avrete vista spesso in televisione, e l’originalità del suo approccio sta nell’incrociare le competenze di analisi con il lavoro sul campo, come spiega in modo approfondito in questo primo pezzo “metodologico”.

    Ogni puntata della serie In Libano con Greta Cristini avrà un video per tutti e un lungo pezzo di analisi per abbonate e abbonati.

    Questo è un doppio esperimento: perché Appunti non ha mai investito sul reportage e perché con Greta stiamo provando a sviluppare per questo genere di pezzi un modello alternativo a quello dei giornali tradizionali (ormai soppiantati dalle newsletter, come ho spiegato qui).

    Se volete seguire il lavoro di Greta e sostenere la crescita di Appunti, considerate un abbonamento. Non ve ne pentirete.

    Per leggere il primo pezzo di Greta e per abbonarsi:

    https://lnkd.in/dt3aM96D

    Stefano Feltri
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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    L'Italia e le guerre della NATO

    25/06/2026 | 1 h 4 min
    L’appuntamento di Appunti di Geopolitica, con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi. Con noi c’è Rita Borriello, analista geopolitica del centro Spykman.

    In questo episodio:


    Italia: Il caso Meloni-Trump mostra i limiti strutturali dell’Italia: può rivendicare lealtà alla Nato o marginalità operativa, ma il suo spazio d’azione resta quello di una potenza intermedia.


    Trump: La guerra con l’Iran pesa sulla sua popolarità più per gli effetti interni, benzina, inflazione, instabilità, che per valutazioni morali o strategiche degli elettori americani.


    Israele: Netanyahu esce indebolito dall’eventuale riapertura del negoziato tra Stati Uniti e Iran, ma l’opinione pubblica israeliana resta largamente favorevole alla linea di guerra.


    Populismo: Mamdani, Burnham e Mélenchon non rappresentano una vera alternativa alla destra radicale: promettono soluzioni costose e irrealizzabili, finendo per rafforzare i populisti nazionalisti.


    Cina: Pechino cerca stabilità nel Golfo perché dipende dall’energia che passa da Hormuz, ma il suo peso crescente la trascina dentro crisi da cui vorrebbe restare fuori.


    Europa: I rapporti con la Cina sono resi ingestibili da interessi divergenti anche dentro gli stessi settori industriali: protezione, importazioni e accesso al mercato cinese spingono in direzioni opposte.


    Russia: Le petroliere fantasma non decidono la guerra, ma l’economia russa appare sempre più fragile. Il rischio è che Putin reagisca all’indebolimento con nuove escalation.


    Ucraina: Zelensky deve gestire non solo il fronte militare ma anche pressioni interne nazionaliste, che complicano i rapporti con la Polonia e con l’Europa.


    Hormuz: Lo stretto è insieme chokepoint energetico e possibile arma geopolitica. Cambiarne lo status avrebbe effetti a catena su Malacca, Mar Nero e rotte globali.

    Per approfondire c'è Appunti

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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    Il mondo dopo la resa di Trump

    18/06/2026 | 53 min
    L’appuntamento di Appunti di Geopolitica, con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi. Con noi c’è Rita Borriello, analista geopolitica del centro Spykman.

    In questo episodio:


    Iran – L’Iran esce rafforzato, ma non vincitore. La tregua certifica soprattutto la sconfitta americana: Teheran non è stata piegata, lo Stretto di Hormuz diventa una leva negoziale e gli Stati del Golfo devono ricalcolare la propria sicurezza senza poter contare davvero sugli Stati Uniti.


    Stati Uniti – Trump appare intrappolato dalla propria guerra: non può rivendicare una vittoria, ma nemmeno ammettere la sconfitta. La crisi mostra che la potenza militare americana non basta più a imporre un ordine politico.


    Golfo – Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Oman e Pakistan cercano nuovi equilibri. Il dato più rilevante è che l’opzione militare contro l’Iran si è rivelata impraticabile: l’unica strada diventa negoziare con Teheran.


    Europa – L’Europa come soggetto unitario resta evanescente. Contano i singoli Stati: la Francia potrebbe provare a occupare spazi lasciati liberi dagli Stati Uniti, mentre gli altri Paesi europei cercano alternative alla dipendenza da Washington.


    NATO – Il vertice in Turchia si annuncia complicato. Gli aumenti di spesa militare promessi sono difficili da sostenere e la NATO appare sempre più in “polmone artificiale”, anche per le tensioni tra Grecia, Turchia e Cipro.


    Ucraina – La guerra in Iran può cambiare anche il fronte ucraino. Putin ha perso la sua carta migliore, cioè l’appoggio politico di Trump; questo potrebbe aprire spazi negoziali, ma sia Mosca sia Kyiv devono fare i conti con le rispettive ali oltranziste.


    Vaticano – Leone XIV esce rafforzato sul piano simbolico: un papa americano contro la guerra mentre gli Stati Uniti la perdono. Resta da capire se la Chiesa saprà trasformare questo capitale morale in peso politico reale.

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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    Israele e Trump fuori controllo

    10/06/2026 | 1 h 3 min
    L’appuntamento di Appunti di Geopolitica è in diretta ogni martedì alle 17.30, con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

    Subito dopo, ecco il video per il pubblico di Appunti.

    In questo episodio:

    Trump – Donald Trump appare sempre più incapace di controllare la crisi mediorientale. Annuncia accordi imminenti con l’Iran, ma non riesce né a chiudere il conflitto né a imporre una linea a Benjamin Netanyahu, che continua a muoversi secondo una propria agenda.

    Stati Uniti – La difficoltà americana non riguarda solo Trump, ma il declino della capacità egemonica degli Stati Uniti. Washington resta una potenza enorme, ma senza una direzione politica coerente: non riesce più a disciplinare né gli avversari né gli alleati.

    Netanyahu – Benjamin Netanyahu sa che Israele non può davvero fare a meno degli Stati Uniti, ma usa lo scontro con Washington per ragioni interne. La guerra resta popolare in Israele e consente alla leadership israeliana di rilanciare il tema della sovranità e della sicurezza contro ogni pressione esterna.

    Israele – La politica israeliana è spinta da una competizione interna sempre più radicale. Non solo l’estrema destra, ma anche una parte più ampia della classe politica sostiene l’idea che Israele debba andare avanti da solo, anche se questa idea non ha basi materiali senza il sostegno americano.

    Iran – L’Iran non è stato piegato. Teheran usa lo Stretto di Hormuz come leva negoziale e sfrutta l’incapacità americana di riprendere l’offensiva militare. Trump è in un vicolo cieco: non può ammettere la sconfitta, ma qualunque accordo rischia di essere peggiore di quello abbandonato nel 2018.

    Repubblicani – La guerra in Iran apre crepe nel Partito repubblicano. Alcuni contestano Trump perché aveva promesso di essere il presidente della pace, altri perché vorrebbero una linea ancora più dura contro Teheran. In mezzo resta la maggioranza opportunista, pronta a seguire chi appare vincente.

    Midterm – Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti rischiano di diventare un momento di tensione istituzionale. Trump prepara già la narrativa delle elezioni truccate, mentre circolano ipotesi di pressione sui seggi, contestazioni del voto per corrispondenza e uso politico degli apparati.

    Nato – L’articolo 5 non è un automatismo. I droni russi caduti o sconfinati in Paesi Nato mostrano il rischio di incidenti, ma non bastano a produrre una risposta collettiva. La vera novità è che oggi la garanzia americana appare molto meno credibile.

    Russia – La Russia mostra segnali crescenti di difficoltà. Gli attacchi ucraini vicino a San Pietroburgo, durante la “Davos russa”, hanno un forte valore simbolico: Mosca può ancora colpire, ma non riesce più a mostrare invulnerabilità.

    Ucraina – Volodymyr Zelensky prova a sfruttare la debolezza russa e la distrazione di Trump. La lettera a Vladimir Putin serve meno a negoziare davvero che a mostrare sicurezza politica. Ma anche Kyiv ha problemi interni, come indica la necessità di parlare al nazionalismo ucraino più radicale.

    Guerra in Ucraina – La fine del conflitto sembra possibile solo in due scenari: un congelamento di tipo coreano o un collasso della macchina bellica russa. L’ipotesi di una trattativa classica resta debole, perché né Putin né Zelensky possono presentare una sconfitta come compromesso accettabile.

    Cina e Corea del Nord – La visita di Xi Jinping a Pyongyang è un segnale importante anche per Mosca. La Russia ha cercato di avvicinare la Corea del Nord per compensare le proprie debolezze, ma la Cina resta l’attore decisivo: tiene in piedi l’economia nordcoreana e può usare Pyongyang come leva contro gli Stati Uniti.

    Allargamento Ue – L’allargamento dell’Unione europea torna centrale, soprattutto per Ucraina, Montenegro, Albania e Balcani. Ma l’entusiasmo ufficiale nasconde una realtà più fragile: molti governi europei lo sostengono davanti alle telecamere, ma non sembrano pronti a pagarne i costi politici, finanziari e istituzionali.

    Ucraina nell’Ue – Per Kyiv l’adesione europea ha soprattutto valore simbolico e politico. Può servire a rendere più accettabile una tregua difficile con la Russia, anche in presenza di concessioni territoriali. Ma l’Unione europea non offre le garanzie di sicurezza che l’Ucraina cercava nella Nato.

    Balcani – L’urgenza dell’allargamento ai Balcani non dipende da una nuova spinta strategica chiara. Serve soprattutto all’Unione europea per mostrare di essere ancora viva e capace di iniziativa. Ma l’ingresso di nuovi Paesi aumenterebbe la complessità decisionale e la redistribuzione dei fondi.

    Unione europea – Il problema dell’Unione non è solo il numero degli Stati membri, ma la paralisi delle sue istituzioni. Riformarle richiederebbe l’unanimità, cioè proprio il meccanismo che blocca le riforme. Per questo tornano ipotesi di nuove strutture parallele, come un consiglio europeo di sicurezza.

    Metodo – La puntata mostra ancora una volta che la geopolitica non coincide con la cronaca degli eventi. Ogni crisi va letta dentro una struttura più ampia: il Medio Oriente dentro il declino americano, l’Ucraina dentro la crisi della Russia, l’allargamento dentro l’impotenza istituzionale dell’Unione europea.

    Prossimi segnali – Le variabili da seguire sono la capacità di Trump di uscire dalla crisi iraniana, la tenuta del rapporto Stati Uniti-Israele, le tensioni interne americane verso i midterm, i segnali di cedimento della Russia, il ruolo cinese sulla Corea del Nord e il vero grado di volontà politica europea sull’allargamento.

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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    Medio Oriente, il caos come strategia

    05/06/2026 | 1 h 2 min
    L’appuntamento di Appunti di Geopolitica è in diretta ogni martedì alle 17.30, con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

    Subito dopo, ecco il video per il pubblico di Appunti.

    In questa puntata possiamo contare sul contributo di Greta Cristini, analista geopolitica e repoter, tra i volti più noti dell’analisi geopolitica in tv, e curatrice su Substack della newsletter Extrema Ratio.

    In questo episodio:


    Iran – Donald Trump cerca una via d’uscita dalla crisi con Teheran, ma l’Iran si sente in posizione di forza. Ogni volta che sembra avvicinarsi un’intesa, falchi repubblicani o Israele alzano la posta e rendono più difficile chiudere il conflitto in modo dignitoso per Washington.


    Netanyahu – Benjamin Netanyahu segue una propria agenda, non sempre coincidente con quella americana. La guerra in Libano gli serve a mantenere aperto il fronte militare e a ostacolare un accordo più ampio tra Stati Uniti e Iran.


    Libano – Israele applica nel sud del Libano una tattica simile a quella usata a Gaza: bombardamenti sui villaggi sciiti, evacuazione della popolazione e costruzione di una zona cuscinetto. Il rischio è che il disarmo di Hezbollah passi attraverso una nuova guerra civile libanese.


    Hezbollah – Hezbollah non è solo una milizia filo-iraniana, ma anche il principale partito della comunità sciita e un attore nazionale libanese. Trattare il futuro del Libano senza coinvolgerlo rende fragile qualunque cessate il fuoco.


    Israele – La vera vulnerabilità israeliana è interna: consenso ancora possibile per Netanyahu, opposizione divisa, esercito sotto stress, riservisti logorati e conflitto aperto sulla leva degli ultraortodossi. La guerra esterna può trasformarsi in crisi civile interna.


    Turchia – Ankara emerge come possibile nuovo nemico strategico nella narrativa israeliana, dopo l’Iran. Ma i canali con Israele non sono del tutto chiusi e la Turchia resta un attore troppo centrale, anche per Nato ed Europa, per essere trattata come un avversario qualunque.


    Unifil – La missione Onu in Libano appare ormai svuotata: può mediare solo se le parti vogliono parlarsi. Se Israele e Hezbollah scelgono la guerra, i caschi blu non hanno né mandato né forza per incidere.


    Metodo – L’analisi geopolitica deve tenere insieme l’albero e la foresta: il lavoro sul campo serve a capire il mosaico locale, ma senza una cornice più ampia si rischia di perdersi nel dettaglio. Solo collegando micro e macro si capisce il Medio Oriente.


    Polarizzazione – Su Gaza e Israele il pubblico chiede spesso di schierarsi, ma l’analisi non coincide con la presa di posizione. Il compito è restituire complessità, anche quando questo scontenta chi cerca solo conferme.


    Prossimi segnali – Le variabili da seguire sono la tenuta apparente del cessate il fuoco, Hormuz, la politica interna israeliana, le elezioni americane e israeliane, e soprattutto le conseguenze economiche: energia, voli, bollette e instabilità sociale possono cambiare il quadro più della diplomazia.

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Appunti è il progetto editoriale indipendente curato da Stefano Feltri che offre analisi, approfondimenti e inchieste realizzati insieme a giornalisti, esperti e scrittori. Nella versione podcast trovate le conversazioni con ospiti italiani e internazionali, la versione audio dei corsi di Appunti e di Appunti di Geopolitica, oltre a brevi episodi dedicati ai libri di saggistica più interessanti e utili per capire l’attualità. Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, abbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni
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