L’appuntamento di Appunti di Geopolitica è in diretta ogni martedì alle 17.30, con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Subito dopo, ecco il video per il pubblico di Appunti.
In questo episodio:
Trump – Donald Trump appare sempre più incapace di controllare la crisi mediorientale. Annuncia accordi imminenti con l’Iran, ma non riesce né a chiudere il conflitto né a imporre una linea a Benjamin Netanyahu, che continua a muoversi secondo una propria agenda.
Stati Uniti – La difficoltà americana non riguarda solo Trump, ma il declino della capacità egemonica degli Stati Uniti. Washington resta una potenza enorme, ma senza una direzione politica coerente: non riesce più a disciplinare né gli avversari né gli alleati.
Netanyahu – Benjamin Netanyahu sa che Israele non può davvero fare a meno degli Stati Uniti, ma usa lo scontro con Washington per ragioni interne. La guerra resta popolare in Israele e consente alla leadership israeliana di rilanciare il tema della sovranità e della sicurezza contro ogni pressione esterna.
Israele – La politica israeliana è spinta da una competizione interna sempre più radicale. Non solo l’estrema destra, ma anche una parte più ampia della classe politica sostiene l’idea che Israele debba andare avanti da solo, anche se questa idea non ha basi materiali senza il sostegno americano.
Iran – L’Iran non è stato piegato. Teheran usa lo Stretto di Hormuz come leva negoziale e sfrutta l’incapacità americana di riprendere l’offensiva militare. Trump è in un vicolo cieco: non può ammettere la sconfitta, ma qualunque accordo rischia di essere peggiore di quello abbandonato nel 2018.
Repubblicani – La guerra in Iran apre crepe nel Partito repubblicano. Alcuni contestano Trump perché aveva promesso di essere il presidente della pace, altri perché vorrebbero una linea ancora più dura contro Teheran. In mezzo resta la maggioranza opportunista, pronta a seguire chi appare vincente.
Midterm – Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti rischiano di diventare un momento di tensione istituzionale. Trump prepara già la narrativa delle elezioni truccate, mentre circolano ipotesi di pressione sui seggi, contestazioni del voto per corrispondenza e uso politico degli apparati.
Nato – L’articolo 5 non è un automatismo. I droni russi caduti o sconfinati in Paesi Nato mostrano il rischio di incidenti, ma non bastano a produrre una risposta collettiva. La vera novità è che oggi la garanzia americana appare molto meno credibile.
Russia – La Russia mostra segnali crescenti di difficoltà. Gli attacchi ucraini vicino a San Pietroburgo, durante la “Davos russa”, hanno un forte valore simbolico: Mosca può ancora colpire, ma non riesce più a mostrare invulnerabilità.
Ucraina – Volodymyr Zelensky prova a sfruttare la debolezza russa e la distrazione di Trump. La lettera a Vladimir Putin serve meno a negoziare davvero che a mostrare sicurezza politica. Ma anche Kyiv ha problemi interni, come indica la necessità di parlare al nazionalismo ucraino più radicale.
Guerra in Ucraina – La fine del conflitto sembra possibile solo in due scenari: un congelamento di tipo coreano o un collasso della macchina bellica russa. L’ipotesi di una trattativa classica resta debole, perché né Putin né Zelensky possono presentare una sconfitta come compromesso accettabile.
Cina e Corea del Nord – La visita di Xi Jinping a Pyongyang è un segnale importante anche per Mosca. La Russia ha cercato di avvicinare la Corea del Nord per compensare le proprie debolezze, ma la Cina resta l’attore decisivo: tiene in piedi l’economia nordcoreana e può usare Pyongyang come leva contro gli Stati Uniti.
Allargamento Ue – L’allargamento dell’Unione europea torna centrale, soprattutto per Ucraina, Montenegro, Albania e Balcani. Ma l’entusiasmo ufficiale nasconde una realtà più fragile: molti governi europei lo sostengono davanti alle telecamere, ma non sembrano pronti a pagarne i costi politici, finanziari e istituzionali.
Ucraina nell’Ue – Per Kyiv l’adesione europea ha soprattutto valore simbolico e politico. Può servire a rendere più accettabile una tregua difficile con la Russia, anche in presenza di concessioni territoriali. Ma l’Unione europea non offre le garanzie di sicurezza che l’Ucraina cercava nella Nato.
Balcani – L’urgenza dell’allargamento ai Balcani non dipende da una nuova spinta strategica chiara. Serve soprattutto all’Unione europea per mostrare di essere ancora viva e capace di iniziativa. Ma l’ingresso di nuovi Paesi aumenterebbe la complessità decisionale e la redistribuzione dei fondi.
Unione europea – Il problema dell’Unione non è solo il numero degli Stati membri, ma la paralisi delle sue istituzioni. Riformarle richiederebbe l’unanimità, cioè proprio il meccanismo che blocca le riforme. Per questo tornano ipotesi di nuove strutture parallele, come un consiglio europeo di sicurezza.
Metodo – La puntata mostra ancora una volta che la geopolitica non coincide con la cronaca degli eventi. Ogni crisi va letta dentro una struttura più ampia: il Medio Oriente dentro il declino americano, l’Ucraina dentro la crisi della Russia, l’allargamento dentro l’impotenza istituzionale dell’Unione europea.
Prossimi segnali – Le variabili da seguire sono la capacità di Trump di uscire dalla crisi iraniana, la tenuta del rapporto Stati Uniti-Israele, le tensioni interne americane verso i midterm, i segnali di cedimento della Russia, il ruolo cinese sulla Corea del Nord e il vero grado di volontà politica europea sull’allargamento.
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