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Stefano Feltri

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La forza delle destre: secondo Manlio Graziano, la paura del futuro alimenta la domanda di leader che promettono protezione e indicano un colpevole. La capacità di intercettare questa insicurezza conta più della credibilità dei programmi e degli scandali dei candidati.
Brasile: le difficoltà di Lula riflettono anche aspettative deluse, dopo i miglioramenti economici dei suoi primi mandati. Sul piano internazionale, Graziano considera più ragionevole mantenere aperti i rapporti con più potenze, dalla Cina agli Stati Uniti, anziché scegliere una dipendenza esclusiva da Washington.
Stati Uniti: Graziano prevede che Trump possa rifiutare una sconfitta alle elezioni di metà mandato, denunciando brogli e cercando di bloccarne gli effetti. Si aprirebbe una crisi istituzionale dagli esiti imprevedibili, con un’incognita ulteriore nel ruolo dei vertici militari dopo gli interventi dell’amministrazione sulla loro composizione.
NATO e difesa europea: quanto vale l’Alleanza se viene meno la credibilità della difesa collettiva? Secondo Graziano, Washington continua ad avere interesse a mantenere le basi europee per la propria proiezione militare, ma questo non coincide con la volontà di garantire la sicurezza degli alleati o di favorire un’Europa autonoma.
Israele e caso Flydubai: il dibattito sul tentato dirottamento intreccia interrogativi sulla sicurezza e possibili conseguenze elettorali per Netanyahu. Graziano distingue le ipotesi complottiste dai problemi dei controlli e osserva come un attentato possa rafforzare politicamente proprio chi gli attentatori vorrebbero colpire.
Terrorismo e radicalizzazione: Graziano si interroga sull’assenza di un’ondata di attentati paragonabile a quella che temeva dopo la guerra a Gaza. La discussione si allarga alla violenza suprematista e alle radicalizzazioni online, interpretate come possibili conseguenze della polarizzazione politica.
Francia: proteste studentesche e scioperi diventano terreno di competizione in vista delle presidenziali. La sinistra cerca di rappresentare le richieste sociali, la destra insiste sull’ordine pubblico, mentre resta una contraddizione: gli elettori chiedono di risanare il debito ma anche di aumentare la spesa, sotto un’attenzione crescente dei mercati.
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In questo episodio:
Iran: secondo Manlio Graziano, Teheran ha acquisito una forza negoziale superiore a quella che aveva prima dell’attacco, pur restando economicamente prostrata. Il controllo dello Stretto di Hormuz è una leva decisiva, mentre un intervento americano di terra rischierebbe di aggravare il fallimento.
Stati Uniti: Trump deve fare i conti con le elezioni di metà mandato e con una guerra dalla quale fatica a uscire. Le difficoltà americane mettono in discussione l’affidabilità delle garanzie di sicurezza offerte agli alleati, dal Golfo all’Europa.
Yemen e Mar Rosso: gli Houthi aumentano la pressione su Bab el-Mandeb, altro passaggio cruciale per il commercio mondiale. Ma i loro interessi non coincidono necessariamente con quelli iraniani: un’intesa tra Teheran e Riad potrebbe lasciarli più isolati.
Mediterraneo: le alleanze si ricompongono e le tensioni tra Grecia e Turchia avvicinano le crisi mediorientali all’Europa. La minore capacità americana di contenere i conflitti tra i propri alleati rende questi equilibri più precari.
Russia: sabotaggi, disinformazione e incursioni sono un segnale di forza o di debolezza? Graziano avanza l’ipotesi che Mosca ricorra sempre più agli strumenti ibridi per compensare i propri limiti militari, rischiando però di rafforzare il consenso europeo per il riarmo.
Difesa europea: la Germania dispone di margini finanziari per aumentare la spesa militare che Francia e Italia non hanno. La minaccia russa diventa anche l’argomento con cui i governi cercano di giustificare agli elettori lo spostamento di risorse verso la difesa.
Francia: debito, stagnazione e frammentazione politica condizionano la corsa alle presidenziali del 2027. Marine Le Pen deve dimostrare credibilità economica, Mélenchon propone la cancellazione del debito detenuto dall’Eurosistema e l’area socialista e macroniana fatica a costruire un’alternativa.
Questo podcast fa parte di Appunti, il progetto di informazione indipendente di Stefano Feltri.
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Greta è una delle voci più affermate nel commento all’attualità internazionale, l’avrete vista spesso in televisione, e l’originalità del suo approccio sta nell’incrociare le competenze di analisi con il lavoro sul campo, come spiega in modo approfondito in questo primo pezzo “metodologico”.
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In questo episodio:
Italia: Il caso Meloni-Trump mostra i limiti strutturali dell’Italia: può rivendicare lealtà alla Nato o marginalità operativa, ma il suo spazio d’azione resta quello di una potenza intermedia.
Trump: La guerra con l’Iran pesa sulla sua popolarità più per gli effetti interni, benzina, inflazione, instabilità, che per valutazioni morali o strategiche degli elettori americani.
Israele: Netanyahu esce indebolito dall’eventuale riapertura del negoziato tra Stati Uniti e Iran, ma l’opinione pubblica israeliana resta largamente favorevole alla linea di guerra.
Populismo: Mamdani, Burnham e Mélenchon non rappresentano una vera alternativa alla destra radicale: promettono soluzioni costose e irrealizzabili, finendo per rafforzare i populisti nazionalisti.
Cina: Pechino cerca stabilità nel Golfo perché dipende dall’energia che passa da Hormuz, ma il suo peso crescente la trascina dentro crisi da cui vorrebbe restare fuori.
Europa: I rapporti con la Cina sono resi ingestibili da interessi divergenti anche dentro gli stessi settori industriali: protezione, importazioni e accesso al mercato cinese spingono in direzioni opposte.
Russia: Le petroliere fantasma non decidono la guerra, ma l’economia russa appare sempre più fragile. Il rischio è che Putin reagisca all’indebolimento con nuove escalation.
Ucraina: Zelensky deve gestire non solo il fronte militare ma anche pressioni interne nazionaliste, che complicano i rapporti con la Polonia e con l’Europa.
Hormuz: Lo stretto è insieme chokepoint energetico e possibile arma geopolitica. Cambiarne lo status avrebbe effetti a catena su Malacca, Mar Nero e rotte globali.
Per approfondire c'è Appunti
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In questo episodio:
Iran – L’Iran esce rafforzato, ma non vincitore. La tregua certifica soprattutto la sconfitta americana: Teheran non è stata piegata, lo Stretto di Hormuz diventa una leva negoziale e gli Stati del Golfo devono ricalcolare la propria sicurezza senza poter contare davvero sugli Stati Uniti.
Stati Uniti – Trump appare intrappolato dalla propria guerra: non può rivendicare una vittoria, ma nemmeno ammettere la sconfitta. La crisi mostra che la potenza militare americana non basta più a imporre un ordine politico.
Golfo – Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Oman e Pakistan cercano nuovi equilibri. Il dato più rilevante è che l’opzione militare contro l’Iran si è rivelata impraticabile: l’unica strada diventa negoziare con Teheran.
Europa – L’Europa come soggetto unitario resta evanescente. Contano i singoli Stati: la Francia potrebbe provare a occupare spazi lasciati liberi dagli Stati Uniti, mentre gli altri Paesi europei cercano alternative alla dipendenza da Washington.
NATO – Il vertice in Turchia si annuncia complicato. Gli aumenti di spesa militare promessi sono difficili da sostenere e la NATO appare sempre più in “polmone artificiale”, anche per le tensioni tra Grecia, Turchia e Cipro.
Ucraina – La guerra in Iran può cambiare anche il fronte ucraino. Putin ha perso la sua carta migliore, cioè l’appoggio politico di Trump; questo potrebbe aprire spazi negoziali, ma sia Mosca sia Kyiv devono fare i conti con le rispettive ali oltranziste.
Vaticano – Leone XIV esce rafforzato sul piano simbolico: un papa americano contro la guerra mentre gli Stati Uniti la perdono. Resta da capire se la Chiesa saprà trasformare questo capitale morale in peso politico reale.
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