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Stefano Feltri
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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    La trappola di Hormuz e la tregua in Iran che non c'è

    05/05/2026 | 1 h 2 min
    L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

    Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

    In questo episodio:


    Hormuz – La crisi nello stretto di Hormuz mostra il limite dell’analisi razionale: Iran e Stati Uniti avrebbero entrambi interesse a chiudere la partita, ma continuano a muoversi in una dinamica di escalation e bluff. Washington promette di garantire il passaggio delle navi con Project Freedom, ma il rischio di mine e attacchi rende la garanzia poco credibile.


    Tregua – Il fatto che attacchi iraniani a navi americane non vengano considerati da Washington una violazione della tregua indica soprattutto la volontà statunitense di evitare una ripresa aperta del conflitto. Se quella non è una rottura della tregua, diventa difficile capire cosa lo sarebbe.


    Iran – Teheran appare convinta che gli Stati Uniti siano con le spalle al muro e prova ad alzare il prezzo negoziale. Una soluzione che riconoscesse anche solo implicitamente all’Iran la capacità di condizionare il traffico nello stretto sarebbe già presentabile come una vittoria. Ma la fragilità militare, economica e interna del regime resta molto forte.


    Stati Uniti – L’amministrazione Trump è intrappolata in una guerra che non voleva davvero prolungare e che non riesce a chiudere. L’ipotesi che Washington aspetti una provocazione iraniana per riaprire il conflitto è dubbia: ripartire significherebbe tornare a una situazione già sfavorevole agli Stati Uniti e probabilmente aggravarla.


    Israele – Israele resta un attore centrale anche quando scompare dal racconto pubblico della crisi. Gli Stati Uniti sembrano ormai vedere Benjamin Netanyahu più come un problema che come una risorsa, dopo essersi lasciati trascinare in un conflitto che non si è rivelato rapido né semplice.


    Libano – La distinzione tra tregua e guerra si è svuotata: Israele continua a colpire nel sud del Libano pur sostenendo di rispettare il cessate il fuoco. La tregua è diventata, di fatto, un regime di bassa intensità in cui le operazioni militari continuano senza più provocare particolare scandalo.


    Emirati – Gli Emirati Arabi Uniti sono ormai parte dell’ecosistema strategico di Israele. L’attacco iraniano agli Emirati va letto dentro una ridefinizione regionale più ampia: gli Emirati si allontanano dall’Arabia Saudita, escono dall’Opec e rafforzano la loro proiezione autonoma, anche attraverso l’asse con Israele.


    Ucraina – La guerra in Iran riduce la capacità di Donald Trump di forzare una soluzione favorevole a Vladimir Putin in Ucraina. Trump può permettersi difficilmente di apparire sconfitto su due fronti: cedere a Mosca mentre è impantanato con Teheran indebolirebbe ulteriormente la sua posizione.


    Europa – Il vertice della Comunità politica europea a Yerevan segnala un tentativo di costruire una rete più ampia attorno all’Unione europea, includendo Regno Unito, Canada e paesi post-sovietici. La scelta dell’Armenia ha un valore simbolico forte: è un’ex repubblica sovietica abbandonata dalla Russia.


    Armenia – La presenza europea a Yerevan indica la possibilità per l’Europa di occupare spazi lasciati vuoti da Mosca e non riempiti da Washington. L’Armenia, delusa dalla Russia dopo la sconfitta con l’Azerbaigian, diventa un simbolo della crisi dell’influenza russa nel suo spazio più vicino.

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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    Appunti di Geopolitica Live - Geopolitica da tempo di guerra

    30/04/2026 | 1 h 29 min
    In questa conversazione con Manlio Graziano, a partire dal suo nuovo libro Come si va in guerra (Mondadori), la geopolitica viene presentata non come sinonimo generico di politica internazionale, ma come metodo per leggere gli ostacoli concreti all’azione politica: geografia, economia, istituzioni, storia, tradizioni, paure collettive.

    In un mondo attraversato da guerre, riarmo, crisi dell’egemonia americana e disordine globale, l’obiettivo non è prevedere tutto, ma capire quali dinamiche profonde rendono alcune crisi meno improvvise di quanto sembrino.


    La geopolitica serve a capire i vincoli, non a giustificare il determinismo. Graziano spiega che gli Stati, come gli individui, agiscono dentro limiti materiali: la geografia della Russia, la centralità degli sbocchi marittimi, la forza economica degli Stati Uniti, la chiusura dei mercati. Ma questi fattori non producono automaticamente gli eventi: i leader contano soprattutto nelle forme, meno nella sostanza. Trump, Putin o Netanyahu sono letti come prodotti di crisi profonde più che come cause isolate.


    La guerra nasce dall’incrocio tra interessi, errori di calcolo e psicologia collettiva. Il libro smonta l’idea che le guerre comincino con un singolo evento scatenante. Le società si dicono pacifiste in tempo di pace, ma quando percepiscono una minaccia si rifugiano nel gruppo e trasformano la paura in patriottismo. La propaganda funziona perché trova un terreno fertile: non crea da sola il consenso, ma trasforma il bisogno di protezione in eroismo e il nemico in una figura assoluta.


    Il riarmo europeo è una risposta a un mondo più insicuro, ma il dibattito resta povero. Per Graziano, il riarmo non porta automaticamente alla guerra: durante la guerra fredda produsse deterrenza, non conflitto diretto. Il vero nodo è il disimpegno americano e l’incapacità europea di discutere seriamente quali minacce affrontare, con quali strumenti e a quali costi sociali. A complicare tutto ci sono debiti pubblici enormi e crisi demografica: mancano sia i soldi sia, in prospettiva, le persone da mandare a combattere.

    Per approfondire c'è Appunti

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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    Iran e Vaticano, le due guerre che Trump sta perdendo

    15/04/2026 | 1 h 4 min
    L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

    Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

    In questo episodio:


    La guerra contro il Papa può costare più di quanto Trump immaginiLo scontro con Leone XIV non viene trattato come una provocazione passeggera, ma come un errore politico serio. Trump se la prende con una Chiesa cattolica che negli Stati Uniti non è una presenza marginale: è una rete sociale, educativa, sanitaria e territoriale con un peso reale. Per questo la sua offensiva contro il Vaticano rischia di diventare una delle guerre che non può vincere


    I cattolici americani contano perché sono numerosi, organizzati e radicatiIl loro peso non dipende solo dai numeri, ma dalla struttura della Chiesa: scuole, ospedali, proprietà, parrocchie, capacità di mobilitazione. È una forza molto più coesa di quasi tutte le altre componenti religiose americane. Il punto politico vero è capire se, davanti alla guerra e allo scontro con il Papa, questa rete deciderà di muoversi davvero.


    La faglia non è spirituale ma sociale e politicaIl voto cattolico per Trump non si spiega tanto con la fede, quanto con l’ascesa sociale di gruppi cattolici entrati stabilmente nella middle class e nei suoi interessi materiali. Adesso però si apre una tensione nuova: continuano a pesare di più classe, reddito e collocazione sociale, oppure l’urto con la Chiesa e con la guerra comincia a incrinare questo equilibrio?


    La sconfitta di Orbán non chiude la stagione populista, ma mostra che il trumpismo pesaLe elezioni ungheresi sono lette come un segnale importante, non come una svolta definitiva. Il punto è che Trump e il suo mondo cominciano a diventare un fattore tossico anche per una parte delle destre europee: più che rafforzarle, rischiano di far perdere consenso. Ma le condizioni che hanno prodotto il populismo restano tutte lì.


    Israele sembra puntare più alla guerra permanente che a una vittoria chiaraLa domanda su cosa significhi davvero “vincere” resta aperta, perché gli obiettivi ufficiali non reggono più: Hamas non sparisce, Hezbollah non sparisce, l’Iran non sparisce. L’ipotesi è che la guerra serva soprattutto a tenere insieme un paese internamente fragile, attraversato da fratture profonde e incapace di trovare una coesione diversa dal nemico esterno.


    La crisi di Israele è anche una crisi di identitàIsraele viene descritto come uno Stato che non ha mai risolto davvero la questione di che cosa sia e di come definirsi. Le diverse componenti della popolazione non si sono fuse fino in fondo, i vecchi equilibri si sono rotti, il partito fondatore è scomparso e la destra religiosa ha riempito il vuoto. La guerra diventa così una scorciatoia per rinviare un problema politico interno irrisolto.

    Per approfondire: https://appunti.substack.com/

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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    La guerra asimmetrica dell’Iran e il caos degli Stati Uniti

    31/03/2026 | 57 min
    L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

    Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

    In questo episodio:

    L’Iran perde, ma può far pagare a tutti il prezzo della sua sconfittaTeheran non sembra avere le risorse per uscire rafforzata da questa guerra: arriva allo scontro già economicamente esausta e non può sostenere a lungo un conflitto aperto. Può però rendere tutto più costoso e più instabile, a partire da Hormuz, e se evita il collasso la conclusione più probabile è che cercherà ancora di più una garanzia estrema di sopravvivenza.

    La guerra è asimmetrica perché il caos americano conta quanto la debolezza iranianaL’asimmetria non è solo militare. L’Iran usa con una certa razionalità politica le poche leve che ha, mentre gli Stati Uniti appaiono guidati da decisioni arbitrarie, messaggi contraddittori e istituzioni incapaci di imporre un ordine. Il problema non è fidarsi o no di Trump, ma il fatto che non esista più un centro decisionale americano stabile.

    L’Europa si smarca da Washington, ma resta divisaDiversi alleati europei prendono le distanze dal conflitto e mostrano di non voler seguire automaticamente gli Stati Uniti. Ma questo non coincide con la nascita di una vera strategia comune: prevalgono ambiguità, distinguo nazionali e reazioni incoerenti. Anche quando Bruxelles prova a parlare a nome di tutti, spesso finisce per rappresentare soltanto se stessa.

    Negli Stati Uniti cresce il dissenso, ma non si vede ancora un’alternativaLe proteste aumentano e il consenso di Trump si indebolisce, ma non abbastanza da far pensare a una correzione del sistema. Il dato più inquietante è che una parte molto ampia dell’elettorato continua a sostenerlo nonostante tutto. E dall’altra parte manca ancora una forza politica capace di trasformare il malcontento in una vera opposizione di governo.

    Israele allarga il conflitto e aumenta il rischio di collasso regionaleMentre l’attenzione si concentra su Iran e Hormuz, Israele continua a muoversi anche in Libano e in Cisgiordania, aprendo altri fronti e aggravando tensioni già fuori controllo. Il rischio non è solo militare, ma politico e istituzionale: l’intera regione viene spinta verso un disordine più profondo, senza che emerga un argine credibile.

    La crisi non riguarda solo il Medio Oriente: coinvolge anche Asia meridionale e TaiwanIl conflitto si inserisce in un sistema di rivalità sempre più intrecciato, che va ben oltre il Medio Oriente. Pakistan, Afghanistan, India, paesi del Golfo e Cina si muovono già dentro questo nuovo quadro. Anche Taiwan osserva il disimpegno americano e comincia a interrogarsi su cosa significhi restare esposta mentre Washington sposta altrove uomini, mezzi e attenzione.

    Per capire questa fase bisogna allargare lo sguardoSeguire solo la cronaca immediata non basta più, perché ogni crisi si collega a un’altra e nessun teatro resta davvero separato dagli altri. L’illusione di poter isolare i conflitti è finita. Per orientarsi bisogna guardare insieme energia, equilibri regionali, crisi istituzionali e rapporti di forza globali.

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  • Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri

    Appunti di libri - Mio zio Donald Trump è un nichilista - con Mary L. Trump

    30/03/2026 | 43 min
    Donald non crede nell’eredità, perché non crede che qualcosa possa o debba sopravvivergli. Non gli importa. È un nichilista. E questo lo rende pericoloso per molte ragioni. Ma lo rende pericoloso anche perché pensa di essere l’unica cosa davvero importante nell’universo. Se pensa di stare andando giù, cercherà di trascinare giù tutti noi con lui

    Mary L. Trump

    Il libro di cui parliamo, uscito da poco per UTET, si intitola Sempre troppo e mai abbastanza. È un titolo che spiegheremo meglio più avanti, ma è soprattutto un libro scritto da Mary L. Trump e dedicato a quello che viene definito l’uomo più pericoloso del mondo.

    Lo ha scritto Mary L. Trump, che non è solo omonima di Donald J. Trump: è la nipote

    Mary L. Trump è figlia di Fred Trump Jr. enipote di Donald Trump. Psicologa clinica, ha conseguito un dottorato di ricerca presso il Derner Institute of Advanced Psychological Studies dell’Adelphi University di New York. Tiene la seguitissima newsletter The Good in Us ed è conduttrice del Mary Trump Show su YouTube. Sempre troppo e mai abbastanza, il libro di cui Donald Trump ha cercato in tutti i modi di bloccare la pubblicazione, è stato un clamoroso caso editoriale negli Stati Uniti, al primo posto nella classifica dei bestseller e tradotto in oltre dieci paesi nel mondo.

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Appunti è il progetto editoriale indipendente curato da Stefano Feltri che offre analisi, approfondimenti e inchieste realizzati insieme a giornalisti, esperti e scrittori. Nella versione podcast trovate le conversazioni con ospiti italiani e internazionali, la versione audio dei corsi di Appunti e di Appunti di Geopolitica, oltre a brevi episodi dedicati ai libri di saggistica più interessanti e utili per capire l’attualità. Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, abbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni
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