Rame

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    Money Clinic 14. Come gestire i soldi quando arriva un'eredità improvvisa

    03/07/2026 | 11 min
    A volte i soldi arrivano quando non li stavamo aspettando. E quasi mai arrivano da soli: con un’eredità può arrivare un lutto, una casa da svuotare, ricordi da mettere in ordine, ma anche una domanda molto concreta. Che cosa ne faccio?
    Li lascio fermi sul conto? Li spendo? Li investo? Li uso per comprare una casa, integrare un reddito instabile, proteggermi dagli imprevisti?
    Monica ha 57 anni, lavora da trent’anni come giornalista freelance e divide la sua vita tra Italia e Spagna. È cresciuta in una famiglia che, quando lei era adolescente, ha attraversato un grave tracollo finanziario. Da allora ha imparato a cavarsela da sola, a vivere con poco e a gestire il denaro più con l’intuito che con i numeri.
    Negli anni ha affrontato affitti che assorbivano quasi tutto il suo reddito, cambiamenti professionali, una separazione e una scelta che lei stessa definisce incosciente: comprare una piccola casa a Valencia. Oggi quell’immobile le garantisce una rendita, ma la sua situazione resta quella di molte lavoratrici autonome: entrate variabili, contributi non sempre continui e una pensione futura che rischia di essere minima.
    Poi, pochi mesi fa, è arrivata una piccola eredità dal padre. Monica sa che vorrebbe investirla, ma non sa ancora da dove cominciare.
    Perché un’eredità può essere molto più di una somma di denaro. Può essere l’occasione per passare dalla sopravvivenza alla pianificazione: distinguere ciò che serve tenere disponibile per gli imprevisti da ciò che può lavorare nel tempo, chiarire i propri obiettivi, valutare il rischio e costruire una maggiore protezione per il futuro.
    Ad aiutarla a orientarsi tra investimenti, immobili, tutela della casa e protezione della salute c’è Antonia Pangallo, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Messina Nord.
    Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
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    Episodio 141. Pensavo di essere libera. Invece ero una finta partita Iva

    01/07/2026 | 12 min
    Martina ha 35 anni, vive a Verona e lavora nella comunicazione digitale come libera professionista. È cresciuta in una famiglia agiata, con un padre imprenditore edile che si era costruito da sé la propria impresa, partendo dalla Val di Fiemme. È lui il modello che la spinge, fin da ragazza, a non fermarsi al posto fisso: «Il posto da dipendente l'ho sempre allontanato il più possibile, perché l'ho sempre visto come una gabbia troppo stretta». Così, dopo la laurea e una serie di stage non pagati, apre la partita Iva.
    Per dieci anni la vive con leggerezza, e con metodo: accantona il 30% di ogni fattura su un conto deposito, affronta le tasse senza pensieri, accantona da sola perfino un piccolo Tfr. Ma c'è una contraddizione alla base. I clienti di Martina sono agenzie, che la ingaggiano in rapporti continuativi e a tempo pieno. La sua condizione diventa difficile persino da nominare: «Io sono una dipendente partita Iva». A questi incarichi fissi, se ne aggiungono altri, che le girano colleghi e freelance veri, e che lei porta avanti la sera.
    A dicembre 2022 nasce suo figlio. Con un neonato in casa, i lavoretti serali spariscono, e quello che sembrava un extra si rileva essere l'ingranaggio che tiene in piedi tutto. «Mi sono resa conto che la mia attività infrasettimanale non bastava a mantenermi. Erano quei lavoretti serali, in realtà, a darmi l'elasticità e un maggior agio economico».
    In questo cambio di vita, la partita Iva inizia a mostrare l'altra faccia. Quella fatta di tutto ciò che non offre. «Anche se i miei 1.800 euro netti possono assomigliare allo stipendio di un dipendente, mi mancano tutta una serie di sicurezze: la malattia, le ferie, il TFR. Sono tutte cose a cui io non ho accesso». Quando prova a immaginare il suo futuro, davanti a sé vede una strada che fino a poco tempo fa avrebbe escluso senza pensarci: rimettersi volontariamente nella gabbia che ha sempre evitato, quella del posto fisso. Ma stavolta come un mezzo per arrivare altrove. «Non è una modalità che sento mia, ma potrebbe darmi più serenità, e magari consentirmi di fare quel salto che mi serve per aprire una mia attività».
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    Money Clinic 13. Come gestire i soldi quando vuoi lasciare il posto fisso

    26/06/2026 | 11 min
    Cambiare lavoro non basta sempre. A volte cambi azienda, cambi ruolo, cambi città. Ma la fatica resta. E allora arriva una domanda più grande: e se il cambiamento di cui ho bisogno fosse reinventare completamente il mio lavoro?
    Francesca ha 39 anni, vive in provincia di Bologna, due figli e un mutuo sulle spalle. Dopo un burnout, tre cambi di azienda e la sensazione che il problema non potesse più essere risolto semplicemente cambiando scrivania, ha iniziato a immaginarsi libera professionista.
    Ha già studiato un business plan, iniziato a testare alcune consulenze e aperto un file Excel per guardare finalmente entrate e uscite. Per la prima volta è riuscita a mettere da parte 1.500 euro. Un traguardo importante, ma non ancora sufficiente per affrontare con serenità un reddito variabile.
    Perché mettersi in proprio non significa solo avere un’idea o il coraggio di lasciare il posto fisso. Significa capire quanto costa la propria vita, quali spese sono davvero indispensabili, quanto bisogna fatturare per sostenerle, quanta liquidità serve prima di partire. E iniziare a considerare anche ciò che prima veniva dato per scontato: ferie, malattia, strumenti di lavoro, formazione, previdenza.
    Ad aiutarla a mettere ordine tra dubbi, numeri e prospettive c’è Irene Viggiani, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Torino Regio Parco.
    Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più possibili.
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    Episodio 140. Saper gestire il denaro, mi permette di restare nel luogo che amo pur guadagnando poco

    24/06/2026 | 13 min
    Paola ha 43 anni, è una language coach e da nove anni vive a Barcellona. È cresciuta a Milano, in una famiglia in cui il rapporto con i soldi non è mai stato fonte d'ansia. A diciassette anni il padre le insegna che davanti a un lavoro che è pagato sempre meno non si è impotenti. «Mi diceva che investire è una cosa che si può studiare, una skill che si può apprendere». Quei discorsi diventano utili prima di quanto chiunque avrebbe voluto. Il padre muore quando Paola ha ventitré anni e lei e la madre ereditano quello che lui aveva messo da parte. Il fatto che non le avesse mai tenute all'oscuro, a quel punto, fa tutta la differenza.
    Paola si laurea in Mediazione Linguistica e scopre che in Italia, il lavoro per cui si è formata non ha mercato e ci si aspetta che lo facciano i volontari. Così emigra: Istanbul, Vienna, il Sud America, Bangkok e infine Barcellona. Ed è fuori dall'Italia che impara quanto vale ciò che sa fare. «Andare a Istanbul mi ha insegnato che, a seconda di dove vai, le tue competenze valgono di più o di meno. Quello per cui a Milano mi davano 15 euro l'ora, a Istanbul me ne faceva guadagnare 50».
    Ogni salto, però, lo prepara con prudenza: prima un cuscinetto da parte, e poi il rischio. È questa gestione attenta a permetterle la scelta più controintuitiva di tutte: restare in una città, Barcellona, che ama ma che la paga poco, e costruirsi lì un lavoro tutto suo, da language coach online. «Paradossalmente molte persone diventano nomadi digitali per poter andare dove vogliono; io sono diventata nomade digitale per poter rimanere». Lo stesso principio governa anche la decisione più intima, quella della casa, che compra con il compagno solo a condizione di restarne la socia di maggioranza: «Se dovesse succedere qualcosa io sono in sicurezza».
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    Episodio 139. Guadagnavo, ma non pensavo di meritarmelo

    16/06/2026 | 12 min
    Lucia ha 41 anni, vive a Milano da sedici ma è cresciuta a Taurianova, in Calabria. La sua famiglia gestiva una pasticceria. Il denaro in casa non è mai mancato del tutto, ma era sempre contato. «Mio padre non dormiva la notte per capire come pagare i fornitori, le banche, la spesa. Abbiamo passato tre anni senza riscaldamento». Lucia cresce così, dentro una grammatica economica fatta di sacrificio, rinuncia e attesa.
    Quel tempo migliore, Lucia prova a cercarlo altrove. Studia Scienze politiche e sociali a Cosenza, conosce l’uomo che diventerà suo marito e poi lo raggiunge a Milano. A 25 anni trova lavoro in una società di recupero crediti, con uno stipendio di 1500 euro, «che allora per me erano una camionata di soldi». Quattro anni dopo entra in banca: «Venire a Milano da giù, lavorare in banca, e per giunta in sede, non in filiale, significava avere una vita da copertina, da star». Fuori, Lucia è quella che ce l’ha fatta. Dentro, però, inizia a farsi spazio un senso di colpa difficile da nominare: «Ricevere una busta paga con dei soldi mi faceva sentire in colpa. Pensavo a quanto mio padre aveva dovuto faticare per averli».
    Quel senso di colpa si trasforma presto in una difficoltà a riconoscere il proprio valore. «Ho sempre vissuto quello che arrivava non come meritato, ma perché capitava. E quindi non sono stata mai brava a trattare aumenti di stipendio». Quando diventa madre per la seconda volta, la svalutazione del suo lavoro diventa una profezia autoavverantesi. «Ho avuto un anno tremendo, perché la bambina era sempre malata. Non avendo nessuno a cui lasciarla, ero molto spesso a casa. E questo significava sentirsi non presente al lavoro e non presente a casa». Lucia si sente messa da parte, ma riconosce di essersi messa da parte anche da sola: «Sapevo di non poter dare quello che davo prima, così mi sono un po’ autoesclusa. Ho lasciato ampio margine a chi non aspettava altro». Finché il suo capo pronuncia una frase che la colpisce come una pugnalata: «Non sei più la Lucia di un tempo». Come se diventare madre avesse cancellato la lavoratrice che era stata prima.
    Oggi Lucia sa che dietro quella fatica c’è un meccanismo sociale più grande, ma anche una storia personale fatta di senso di colpa verso il guadagno, e procrastinazione del godimento. Grazie a una terapia psicologica, ha imparato a guardare il proprio tempo in modo diverso e a riconoscere che molte delle sue scelte sono ancora abitate da quel “prima o poi” imparato in famiglia. Suo marito vorrebbe tornare al Sud, verso una vita più vivibile e più vicina ai genitori che invecchiano. Lucia non dice di no, ma sa cosa la blocca: «È il procrastinare. Il dire: prima o poi ci sarà il tempo per farlo. Ma quel prima o poi sei tu a decidere quando sarà. Non sarà un altro a venirti a dire: ora è il momento giusto».
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Su Rame
Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.
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