Rame

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    Episodio 130. Ho detto sì a un mutuo da 800 mila euro senza sapere cosa stavo firmando

    15/04/2026 | 16 min
    Erika ha 43 anni, vive sui Colli Euganei e fa la cameriera in una trattoria. Viene da una famiglia di operai dove il denaro si guadagnava lavorando duramente, e dove a undici anni i suoi genitori avevano fatto un salto: insieme a due soci avevano preso in gestione una pizzeria sui colli. Per lei era stata un'avventura, e presto anche un piccolo apprendistato: lavoretti nel locale, qualche soldo in tasca, l'abitudine a mettere da parte per realizzare i suoi desideri.
    Poi, a ventitré anni, qualcosa si rompe. I proprietari dell'immobile alzano l'affitto in modo insostenibile e i suoi decidono di andarsene e comprare un ristorante più grande, con un mutuo trentennale. Erika lo scopre un mercoledì qualsiasi: «C'eravamo io e mio fratello che guardavamo i Simpson, e mia mamma dice: "Abbiamo comprato quel ristorante. Tu Erika, domani vieni con noi dal notaio a firmare, sei parte della società"». Solo molto dopo capirà la vera ragione di quella firma: la banca aveva consigliato ai suoi di inserire la figlia nella società, per facilitare il mutuo. «Ero socia per comodità burocratica. Delle decisioni non sapevo niente. Ero lì per fare un piacere ai miei genitori». Erika non attribuisce mai ai genitori cattiveria o calcolo. Quei silenzi erano figli di una mancanza più profonda: «Non avevano una conoscenza, una cultura che permettesse loro di capire che bisognava fare dei passaggi, prima di arrivare a quella cosa lì».
    Arrivano gli anni della crisi, il ristorante non ingrana, il matrimonio dei suoi si sfalda. Erika attinge ai propri risparmi per pagare le bollette, paga di tasca sua il notaio per cedere le quote, ma la banca rifiuta di liberarla. «Avevo questa sensazione: ma cosa stiamo facendo? Che conseguenze avrà tutto questo? Non ne capivo nulla».
    Erika, oggi, lavora da tredici anni come cameriera in una trattoria sui colli. È in regola, ben pagata, serena. Ma quella vicenda ha lasciato un segno nel modo in cui guarda al denaro. «Non mi sono mai sentita serena di dire: "adesso vado in banca a vedere se mi fanno un mutuo per prendermi un appartamento". Ho sempre avuto la sensazione di stare giocando con cose più grandi di me». Eppure, pian piano, adesso qualcosa di sta muovendo: «Da quando ho scoperto Rame, dove si può parlare di soldi in maniera un po' più trasparente, sto prendendo un po' di coraggio».
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    Episodio 129. Non ho paura di fallire perché non ho mai avuto paura dei soldi.

    31/03/2026 | 15 min
    Andrea Burocco ha 42 anni e fa l'imprenditore. È cresciuto nell'Alto Piemonte, dove i suoi genitori gestivano un ristorante e una pizzeria. Fin da bambino ha respirato il mondo dell'impresa ma ne ha conosciuto anche il lato più duro: quando la famiglia si trasferisce nel biellese, alla fine degli anni Novanta, la crisi del distretto tessile travolge l'intera zona. «In alcuni casi non si riusciva ad arrivare a fine mese. Bisognava capire dove mettere il soldo: coprire una spesa significava scoprirne un'altra». Eppure quelle difficoltà non si trasformano in paura. Andrea cresce con l'idea che se i suoi ce l'hanno fatta - due figli, una famiglia unita, un sacco di esperienze - allora il denaro non è poi così decisivo.
    Si laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino nel 2008, ma il percorso classico di inserimento lavorativo post-laurea non fa per lui. Partecipa a una Start-up Competition quasi per caso e vince: lì, fonda una start-up di e-commerce che in pochi anni cresce da tre soci a trentacinque persone. Nel 2015 arriva la prima exit: un milione e mezzo di euro complessivi. «Non è una cifra con cui compri cinque appartamenti, però partendo da zero ti dà un po' di liquidità, un po' di tranquillità». La prima cosa che fa è aiutare i genitori a uscire dall'attività di ristorazione. «È venuto tutto molto naturale, in modo familiare. Tanto ho ricevuto e un po' ho ridato».
    Per un paio di anni, Andrea resta nella startup come dipendente dell'azienda che li ha acquisiti. Ha trentatre anni, un lavoro stabile e un percorso avviato. È il tipo di situazione in cui la maggior parte delle persone sceglierebbe di restare, perché funziona. Lui invece si ascolta. E decide di spendere parte dei soldi guadagnati con la vendita per girare il mondo. Sei mesi tra Sud America, Stati Uniti, Giappone e Cina. Al rientro fonda Fluida, una piattaforma per la gestione delle risorse umane. I soldi finiscono in fretta, la rottura di cassa si avvicina, ma la paura non arriva. «Se fallisco, farò qualcos'altro. In qualche modo ce la si fa». Dopo quindici mesi il 51% di Fluida viene acquisito. Con i soldi della seconda exit, Andrea compra una baita ad Alagna e la ristruttura a consumo zero.
    C'è un filo che attraversa tutta la sua storia: per costruire qualcosa, devi accettare di lasciare qualcos'altro indietro. «Il guadagno immediato a volte è il segnale di situazioni più facili o stabili rispetto all'imprenditoria, dove a volte devi lasciare qualcosa indietro per avere qualcosa in avanti».
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    Episodio 128. Più diventavo indipendente, più mi sembrava di tradire la mia famiglia

    24/03/2026 | 14 min
    Maddalena ha 26 anni e oggi vive sulla costa marchigiana. È cresciuta però nell’entroterra, in una famiglia legata a un’azienda agricola, dove tutto ruotava attorno a un modello tradizionale e fortemente patriarcale. «Si viveva tutti insieme», racconta. Al centro c’era il nonno, figura di riferimento e autorità indiscussa: ogni decisione passava da lui, senza essere mai messa in discussione, nemmeno dal padre di Maddalena. La madre muore quando Maddalena ha sei anni, e l'infanzia che segue è fatta di confini stretti: niente sport, niente attività extrascolastiche, pochi amici e un'unica routine: scuola, compiti, faccende domestiche con la nonna. Per lei, figlia femmina, il copione sembrava già scritto fin dall'inizio: «Quello che ho percepito è stato che ero una donna, e quindi dovevo pensare non tanto a studiare o a lavorare, ma soprattutto a trovarmi un bravo ragazzo, farmi una famiglia, fare figli, soprattutto maschi».
    Quando decide di iscriversi a Economia ad Ancona, la famiglia si oppone. Non per motivi economici, ma perché vivere lontano significa sottrarsi al controllo. L'unico a lasciarla andare è il nonno, e Maddalena parte. All'università ogni euro ricevuto da casa arriva insieme al senso di colpa, e Maddalena cerca di finire gli esami il più in fretta possibile per tornare ad aiutare in azienda durante l'estate. Al terzo anno, grazie a un tirocinio da cinquecento euro al mese, assapora per la prima volta l'indipendenza economica: «Ero molto contenta e orgogliosa di avercela fatta con le mie forze».
    Ma più conquista autonomia, più sente il bisogno di nasconderla: non dice quanto guadagna e minimizza i lavoretti che fa. Il padre spera che, una volta laureata, torni a casa. Dopo la magistrale, invece, Maddalena trova un posto in banca con un contratto a tempo indeterminato. Oggi guadagna duemila euro al mese e ne risparmia almeno la metà, con una gestione scientifica tra conti deposito, obbligazioni e un Excel dove traccia ogni singola spesa. Eppure spendere per sé resta il nodo più difficile da sciogliere: «Ogni volta che faccio una spesa un po' futile ci penso duecento volte e poi a volte mi sento in colpa. Da una parte li ho guadagnati, sono i miei, li posso spendere… però dall'altra mi sembra sempre di fare troppo».
    Per Maddalena i soldi non sono mai stati solo soldi. Sono stati il terreno su cui si è giocata la distanza dalla famiglia, il permesso di esistere fuori da un ruolo prestabilito, la prova concreta che un'altra vita era possibile. E oggi sono anche lo strumento con cui immagina il futuro. «Mi piacerebbe un giorno, spero non troppo lontano, comprare una casa. Potermi permettere di cambiare lavoro, se lo volessi. Magari aprire un'attività mia. Sentirmi indipendente: non solo nei confronti di mio padre o della mia famiglia, ma rispetto a qualsiasi cosa possa succedere».
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    Episodio 127. Oggi sono davvero un libero professionista. Libero di non dover sempre produrre

    17/03/2026 | 16 min
    Antonio è uno psicoterapeuta di 45 anni che vive a Firenze. Cresciuto in Basilicata in una famiglia di commercianti che lavoravano senza sosta, impara fin da giovanissimo il significato del sacrificio. «Era la parola chiave: solo facendo sacrifici si potevano ottenere le cose». I soldi non erano mai qualcosa da godere, ma da rimettere in circolo: «Sacrificio, risparmio, investimento: il ciclo era sempre quello».
    Questa educazione lo condiziona anche nelle scelte future. Dopo l’università a Padova e la scuola di specializzazione a Reggio Calabria si costruisce lentamente una stabilità economica con la libera professione. La sua base è Lauria, ma ogni settimana percorre oltre 800 chilometri per lavorare nei diversi studi a cui si appoggia. «C’era un periodo in cui facevo Cosenza il lunedì, Salerno il mercoledì, Napoli il giovedì e a volte Potenza il sabato. Viaggi infiniti, autostrade chiuse, rientri la sera tardi. A un certo punto ti chiedi: ne vale davvero la pena?»
    Il guadagno arriva, ma il ritmo diventa insostenibile e il timore del futuro gli impedisce di godere dei risultati. «A un certo punto mi sono accorto che stavo semplicemente replicando il modello dei miei genitori: lavorare sempre, lavorare per guadagnare di più».  La svolta arriva con il trasferimento a Firenze, l’incontro con la sua compagna, psicoterapeuta come lui, e la nascita della figlia.
    Sono soli, senza appoggi, senza nonni. E così decidono di lavorare due giorni e mezzo a testa, dandosi il cambio nell'attività di cura. Non hanno solo ridotto le ore, ma hanno iniziato a lavorare in modo diverso, mettendo dei limiti: «Superare i 20 pazienti sarebbe economicamente vantaggioso, ma mentalmente insostenibile. Ho capito che non basta un obiettivo economico: serve anche un confine». È così che Antonio trova un nuovo equilibrio, e insieme al modo di lavorare cambia anche il rapporto con il denaro. Oggi, quella identità professionale scelta anni prima ha finalmente un senso pieno: «“Libero professionista” significa libertà. Libertà di scegliere, ma anche di non essere sempre obbligato a produrre».
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    Rituali 21. Cathy La Torre: «Ho lavato i piatti fino a trentadue anni per fare l’avvocata che volevo»

    11/03/2026 | 18 min
    Cathy La Torre è un’avvocata e attivista per i diritti civili, tra le più note in Europa per il suo impegno contro le discriminazioni. Ma prima di diventare un punto di riferimento per tante persone che cercano giustizia, è stata una ragazza cresciuta in Sicilia in una famiglia segnata dai debiti e da un forte squilibrio di potere economico.
    Il padre, impiegato comunale, gestiva tutto il denaro; la madre non lavorava, perché lui non voleva. Cathy oggi chiama quella situazione con un nome preciso: violenza economica.
    È anche da lì che nasce la sua consapevolezza del legame tra soldi e libertà. Quando lei e la sorella partono per l’università, la madre inizia finalmente a lavorare. E lei l'accompagna in banca per aprire il suo primo conto corrente: «Le ho detto: perché papà deve avere un conto corrente suo e tu no?».
    Per Cathy il denaro non è mai stato solo una questione privata: è sempre stato uno strumento di autonomia, soprattutto per le donne. Lei stessa lascia la Sicilia grazie a una borsa di studio: nove milioni di lire all’anno che le permettono di studiare a Bologna e mantenersi. «Arrivavo al 20 del mese che mangiavo solo scatolette di tonno». Eppure proprio quell’indipendenza economica crea tensioni in famiglia: quando ottiene la borsa di studio, il padre la caccia di casa per un anno. «Il fatto che non potesse esercitare su di me il potere economico lo faceva uscire di testa».
    Gli inizi della carriera non sono più facili. Di giorno pratica in uno studio legale, gratis; di sera lavora in un ristorante per mantenersi: «Ho lavato piatti fino a 32 anni». Lo fa per poter scegliere la strada che sente giusta: difendere persone marginalizzate, spesso senza grandi risorse economiche. Un impegno che le vale anche il premio come miglior avvocata pro bono d’Europa. Per rendere sostenibile questo lavoro, Cathy trasforma lo studio legale in un’impresa con due anime: una profit, che lavora con le aziende su temi di sostenibilità e diritti, e una dedicata alle cause sociali. Un equilibrio che le permette di restare fedele ai suoi valori. Il rapporto personale con il denaro, invece, resta distaccato. «Sono la persona più disinteressata ai soldi che conosca». Non ama il lusso né accumulare beni: quando compra una casa in campagna, la intesta direttamente ai nipoti, di cui è diventata genitore intenzionale dopo la morte del cognato. «Quando non ci sarò più, spero che il mio lascito sia fatto di diritti».
    Il suo unico rituale finanziario è semplice e simbolico: ogni settimana mette da parte qualche soldo in un salvadanaio chiamato “viaggi”. «Così penso che, se un giorno voglio partire all’improvviso, posso farlo».

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Su Rame

Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.
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