Rame

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    Episodio 128. Più diventavo indipendente, più mi sembrava di tradire la mia famiglia

    24/03/2026 | 14 min
    Maddalena ha 26 anni e oggi vive sulla costa marchigiana. È cresciuta però nell’entroterra, in una famiglia legata a un’azienda agricola, dove tutto ruotava attorno a un modello tradizionale e fortemente patriarcale. «Si viveva tutti insieme», racconta. Al centro c’era il nonno, figura di riferimento e autorità indiscussa: ogni decisione passava da lui, senza essere mai messa in discussione, nemmeno dal padre di Maddalena. La madre muore quando Maddalena ha sei anni, e l'infanzia che segue è fatta di confini stretti: niente sport, niente attività extrascolastiche, pochi amici e un'unica routine: scuola, compiti, faccende domestiche con la nonna. Per lei, figlia femmina, il copione sembrava già scritto fin dall'inizio: «Quello che ho percepito è stato che ero una donna, e quindi dovevo pensare non tanto a studiare o a lavorare, ma soprattutto a trovarmi un bravo ragazzo, farmi una famiglia, fare figli, soprattutto maschi».
    Quando decide di iscriversi a Economia ad Ancona, la famiglia si oppone. Non per motivi economici, ma perché vivere lontano significa sottrarsi al controllo. L'unico a lasciarla andare è il nonno, e Maddalena parte. All'università ogni euro ricevuto da casa arriva insieme al senso di colpa, e Maddalena cerca di finire gli esami il più in fretta possibile per tornare ad aiutare in azienda durante l'estate. Al terzo anno, grazie a un tirocinio da cinquecento euro al mese, assapora per la prima volta l'indipendenza economica: «Ero molto contenta e orgogliosa di avercela fatta con le mie forze».
    Ma più conquista autonomia, più sente il bisogno di nasconderla: non dice quanto guadagna e minimizza i lavoretti che fa. Il padre spera che, una volta laureata, torni a casa. Dopo la magistrale, invece, Maddalena trova un posto in banca con un contratto a tempo indeterminato. Oggi guadagna duemila euro al mese e ne risparmia almeno la metà, con una gestione scientifica tra conti deposito, obbligazioni e un Excel dove traccia ogni singola spesa. Eppure spendere per sé resta il nodo più difficile da sciogliere: «Ogni volta che faccio una spesa un po' futile ci penso duecento volte e poi a volte mi sento in colpa. Da una parte li ho guadagnati, sono i miei, li posso spendere… però dall'altra mi sembra sempre di fare troppo».
    Per Maddalena i soldi non sono mai stati solo soldi. Sono stati il terreno su cui si è giocata la distanza dalla famiglia, il permesso di esistere fuori da un ruolo prestabilito, la prova concreta che un'altra vita era possibile. E oggi sono anche lo strumento con cui immagina il futuro. «Mi piacerebbe un giorno, spero non troppo lontano, comprare una casa. Potermi permettere di cambiare lavoro, se lo volessi. Magari aprire un'attività mia. Sentirmi indipendente: non solo nei confronti di mio padre o della mia famiglia, ma rispetto a qualsiasi cosa possa succedere».
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    Episodio 127. Oggi sono davvero un libero professionista. Libero di non dover sempre produrre

    17/03/2026 | 16 min
    Antonio è uno psicoterapeuta di 45 anni che vive a Firenze. Cresciuto in Basilicata in una famiglia di commercianti che lavoravano senza sosta, impara fin da giovanissimo il significato del sacrificio. «Era la parola chiave: solo facendo sacrifici si potevano ottenere le cose». I soldi non erano mai qualcosa da godere, ma da rimettere in circolo: «Sacrificio, risparmio, investimento: il ciclo era sempre quello».
    Questa educazione lo condiziona anche nelle scelte future. Dopo l’università a Padova e la scuola di specializzazione a Reggio Calabria si costruisce lentamente una stabilità economica con la libera professione. La sua base è Lauria, ma ogni settimana percorre oltre 800 chilometri per lavorare nei diversi studi a cui si appoggia. «C’era un periodo in cui facevo Cosenza il lunedì, Salerno il mercoledì, Napoli il giovedì e a volte Potenza il sabato. Viaggi infiniti, autostrade chiuse, rientri la sera tardi. A un certo punto ti chiedi: ne vale davvero la pena?»
    Il guadagno arriva, ma il ritmo diventa insostenibile e il timore del futuro gli impedisce di godere dei risultati. «A un certo punto mi sono accorto che stavo semplicemente replicando il modello dei miei genitori: lavorare sempre, lavorare per guadagnare di più».  La svolta arriva con il trasferimento a Firenze, l’incontro con la sua compagna, psicoterapeuta come lui, e la nascita della figlia.
    Sono soli, senza appoggi, senza nonni. E così decidono di lavorare due giorni e mezzo a testa, dandosi il cambio nell'attività di cura. Non hanno solo ridotto le ore, ma hanno iniziato a lavorare in modo diverso, mettendo dei limiti: «Superare i 20 pazienti sarebbe economicamente vantaggioso, ma mentalmente insostenibile. Ho capito che non basta un obiettivo economico: serve anche un confine». È così che Antonio trova un nuovo equilibrio, e insieme al modo di lavorare cambia anche il rapporto con il denaro. Oggi, quella identità professionale scelta anni prima ha finalmente un senso pieno: «“Libero professionista” significa libertà. Libertà di scegliere, ma anche di non essere sempre obbligato a produrre».
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    Rituali 21. Cathy La Torre: «Ho lavato i piatti fino a trentadue anni per fare l’avvocata che volevo»

    11/03/2026 | 18 min
    Cathy La Torre è un’avvocata e attivista per i diritti civili, tra le più note in Europa per il suo impegno contro le discriminazioni. Ma prima di diventare un punto di riferimento per tante persone che cercano giustizia, è stata una ragazza cresciuta in Sicilia in una famiglia segnata dai debiti e da un forte squilibrio di potere economico.
    Il padre, impiegato comunale, gestiva tutto il denaro; la madre non lavorava, perché lui non voleva. Cathy oggi chiama quella situazione con un nome preciso: violenza economica.
    È anche da lì che nasce la sua consapevolezza del legame tra soldi e libertà. Quando lei e la sorella partono per l’università, la madre inizia finalmente a lavorare. E lei l'accompagna in banca per aprire il suo primo conto corrente: «Le ho detto: perché papà deve avere un conto corrente suo e tu no?».
    Per Cathy il denaro non è mai stato solo una questione privata: è sempre stato uno strumento di autonomia, soprattutto per le donne. Lei stessa lascia la Sicilia grazie a una borsa di studio: nove milioni di lire all’anno che le permettono di studiare a Bologna e mantenersi. «Arrivavo al 20 del mese che mangiavo solo scatolette di tonno». Eppure proprio quell’indipendenza economica crea tensioni in famiglia: quando ottiene la borsa di studio, il padre la caccia di casa per un anno. «Il fatto che non potesse esercitare su di me il potere economico lo faceva uscire di testa».
    Gli inizi della carriera non sono più facili. Di giorno pratica in uno studio legale, gratis; di sera lavora in un ristorante per mantenersi: «Ho lavato piatti fino a 32 anni». Lo fa per poter scegliere la strada che sente giusta: difendere persone marginalizzate, spesso senza grandi risorse economiche. Un impegno che le vale anche il premio come miglior avvocata pro bono d’Europa. Per rendere sostenibile questo lavoro, Cathy trasforma lo studio legale in un’impresa con due anime: una profit, che lavora con le aziende su temi di sostenibilità e diritti, e una dedicata alle cause sociali. Un equilibrio che le permette di restare fedele ai suoi valori. Il rapporto personale con il denaro, invece, resta distaccato. «Sono la persona più disinteressata ai soldi che conosca». Non ama il lusso né accumulare beni: quando compra una casa in campagna, la intesta direttamente ai nipoti, di cui è diventata genitore intenzionale dopo la morte del cognato. «Quando non ci sarò più, spero che il mio lascito sia fatto di diritti».
    Il suo unico rituale finanziario è semplice e simbolico: ogni settimana mette da parte qualche soldo in un salvadanaio chiamato “viaggi”. «Così penso che, se un giorno voglio partire all’improvviso, posso farlo».
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    Episodio 126. Negoziare lo stipendio non è mai solo una questione economica

    03/03/2026 | 14 min
    Clara ha 31 anni, è designer e lavora in consulenza a Milano. Figlia di due dipendenti pubblici, cresce in una famiglia dove il risparmio è parte integrante della quotidianità: «Ho avuto nonni e genitori che risparmiavano molto, e credo di aver sviluppato una capacità quasi innata in questo». Dopo il Liceo Scientifico, si iscrive al Politecnico di Milano e, fin dai vent’anni, sua madre la incoraggia a cercare un lavoro anche durante gli anni universitari. Con quei soldi, però, Clara non si concede grandi sfizi: «Avevo ereditato da mia madre una gestione molto rigida del denaro. Quindi, quei soldi li ho principalmente risparmiati».

    Al termine dell’università Clara entra subito nel mondo della consulenza. Dopo un periodo di stage, inizia a lavorare a tempo pieno e, nel giro di un anno, raggiunge l’indipendenza economica necessaria per lasciare la casa familiare e andare a vivere con il fidanzato. Per Clara, che non ha mai avuto difficoltà a risparmiare, la vera sfida diventa imparare a spendere: «Solo con il tempo ho capito che se mi concedevo qualcosa che mia madre non si sarebbe mai permessa, non stavo scialacquando… stavo semplicemente investendo in esperienze che rendono la vita più soddisfacente».

    In pochissimo tempo, il suo stipendio supera quello dei genitori e della sua cerchia di amici: «All’inizio c’è stato un senso di colpa, ma piano piano ho trovato il modo di affrontarlo». Oggi, Clara ha una RAL di 40.000 euro; quando è entrata sei anni fa, era di 27.000. La distanza tra queste cifre è il frutto di una serie di contrattazioni affrontate negli anni: «Quello che mi fa davvero arrabbiare è dover sempre sollecitare, dover forzare la mano, mentre il mio contributo all’azienda non viene riconosciuto naturalmente». Per lei, infatti, il salario non è solo un numerino sulla busta paga, ma una legittimazione simbolica, ancora più importante quando manca il riconoscimento quotidiano del proprio lavoro.

    Oggi Clara è incinta e ha accettato un nuovo lavoro con una RAL di 47.000 euro e la copertura totale della maternità: «L’idea di andare in maternità senza ricevere alcun compenso, nonostante gli sforzi fatti, mi ha fatto riflettere… Così mi sono detta: va bene, vado via». Sul piano personale, la futura maternità la spinge anche a ricalcolare i budget familiari, ma adesso Clara sa bene che non tutto si può programmare: «Come affronterò questo prossimo anno? Nell'incompleta incertezza e improvvisazione, nel senso che cerco di fidarmi della scelta che ho preso, per quanto sia inconsapevole, e poi improvviserò».
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    Episodio 125. Per 21 anni di matrimonio non ho mai avuto né un bancomat, né un conto corrente mio

    24/02/2026 | 26 min
    Marina vive in provincia di Bologna, ma le sue radici sono a Foggia: è l’ultima di cinque figli, cresciuta dentro un matrimonio combinato e in una casa dove il denaro è soprattutto tensione. Il padre, ossessivo nei controlli e nelle rinunce quotidiane, trasforma ogni scelta in un conteggio: «Spegni la luce, la bolletta, quanto tempo stai al telefono… tutto sempre così». La madre, pur di non far mancare nulla ai figli, “si imbosca” quello che riesce.
    Da lì nasce un imprinting che Marina si porta addosso a lungo: più che desiderare il denaro, prova a evitarlo, come se potesse sparire dalla sua vita insieme ai conflitti. «Se io potessi vivere di baratto e non far circolare i soldi sarei felicissima». In famiglia, poi, le regole non sono uguali per tutti: le restrizioni sono soprattutto per le figlie femmine, mentre al fratello vengono concesse spese e regali importanti.
    Giovanissima lascia casa: prima un anno all’estero, poi un collegio a Roma, dove impara presto a cavarsela. A Bologna inizia gli studi in Medicina. Ed è proprio durante un'esercitazione che arriva la svolta più brutale della sua vita: scopre per caso un tumore ovarico e, dopo l’intervento, le dicono che potrà diventare madre solo con la fecondazione assistita. È anche per questo che accelera il matrimonio con un uomo più grande, che all’inizio le sembra “leggero” coi soldi, ma quella leggerezza si rivela presto un’altra cosa: controllo. «Quando mi sono venute le contrazioni e stavo per partorire i gemelli, non avevo né contanti, né bancomat. Mi sono fatta prestare i soldi per il taxi da un'amica e così sono riuscita ad arrivare in ospedale. Quando lui è arrivato, la prima cosa che mi ha chiesto è stata: perché hai preso il taxi e non sei venuta a piedi?».
    Quando arrivano i gemelli, la dinamica peggiora: i soldi passano tutti da lui, Marina deve conservare scontrini e resti. Le cose cambiano quando inizia a lavorare. E lavorando riscopre competenze e fiducia, cresce fino a ruoli di vertice e, alla fine, trova la forza di separarsi. E in quel “dopo” deve imparare tutto: banca, bonifici, mutuo, Partita Iva, e persino il gesto più difficile di tutti, chiedere il giusto prezzo per il proprio lavoro. «Ancora adesso mi capita di andare in banca e dire: no aspetta, però spiegami… io non ci capisco nulla: non avevo mai fatto un bonifico. E tutto questo l’ho imparato nel 2022».

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Su Rame

Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.
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