Rame

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    Episodio 124. I pazienti non sono clienti: il mio lavoro è anche dire "no" ai soldi facili

    18/02/2026 | 13 min
    Camilla Di Pasquali è chirurga plastica, medico estetico e imprenditrice. Nata e cresciuta alle porte di Roma in una famiglia dove il lavoro è tanto e il denaro poco, impara fin da piccola che il valore non si misura in euro. «L’importante è essere, non apparire», le ripete allo sfinimento suo padre. E questa frase diventa per lei una bussola. Non rincorre il denaro come traguardo, ma come mezzo per fare bene, per costruire qualcosa che abbia senso.
    Finito il Liceo, Camilla sa esattamente di voler diventare una chirurga plastica, e nonostante le iniziali resistenze da parte dei genitori, segue il suo obiettivo con grande determinazione. Eppure medicina è un percorso lungo: l’indipendenza economica arriva tardi, e quando finalmente arriva lei scopre di non avere un “manuale”. Il suo istinto è diretto, quasi brutale: «Se i soldi ce li ho, significa che posso spenderli».
    La carriera la porta dalla chirurgia ricostruttiva alla medicina estetica, un settore in cui la richiesta del paziente non coincide sempre con ciò che è giusto fare. Qui Camilla mette a fuoco la sua idea di estetica: non come maschera o standardizzazione. «Il senso del mio lavoro è aiutare ciascuno a emergere per quello che è eliminando solo ciò che lo fa stare male. I miei pazienti non sono clienti: non sono una fonte di incasso, ma qualcuno che porta una domanda, e a volte quella domanda va ridimensionata, spiegata, perfino contraddetta». Dire di no a richieste sbagliate può costare, ma per Camilla è parte della fiducia medico-paziente. Un no che a volte è anche un no ai soldi. Perché la medicina estetica è un settore dove la domanda può essere continua e il mercato può trasformare tutto in consumo ripetibile. Eppure Camilla insiste: il botox non è un “ritocchino” da calendario, è un farmaco, una terapia. E l’etica non è un accessorio.
    Nel 2021, questa filosofia di medicina estetica prende corpo in un progetto imprenditoriale: il botox bar, che fonda con due soci e nel quale investe tutto ciò che ha, 20mila euro. «Non ho mai pensato che potesse andare male». Oggi gli ambulatori sono tre e il “di più” viene reinvestito: non per diventare ricchi, ma per costruire qualcosa di migliore, più solido, più etico.
    Per due anni, mentre il Botox Bar ingrana, Camilla continua a lavorare in un altro ambulatorio, praticamente gratis. Lo fa per affetto e senso di responsabilità verso i suoi pazienti. Finché capisce che la passione non può sostituire il riconoscimento: «Se qualcuno non ti paga, significa che non ti sta riconoscendo il valore. Ho lasciato nell’aria somme anche molto importanti. E questo, probabilmente, non va bene».
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    Episodio 123. Ho liberato la mia compagna da ogni carico mentale, perché potesse crescere professionalmente

    10/02/2026 | 16 min
    Alberto Pelosio ha 37 anni e proviene da una famiglia molto numerosa. I suoi genitori, entrambi ingegneri, gli trasmettono fin da giovanissimo l’importanza dello studio e dell’autonomia, ma anche una pressione costante: «Per mio padre era fondamentale che non perdessi tempo, perché come diceva Zio Paperone “il tempo è denaro”». Dopo alcune esperienze scolastiche e lavorative tra Italia e Inghilterra, Alberto trova lavoro in una grande azienda nel settore contabilità, mentre la compagna, Martina, avvia la carriera nel settore sanitario come infermiera. «Lei ha sempre cercato di cambiare lavoro se non le andava bene o se veniva pagata troppo poco. E infatti, oggi, è vice caposala del pronto soccorso».
    Quando diventano genitori, la realtà dei ruoli tradizionali emerge con forza. Nonostante Martina guadagni di più, il peso della casa e della cura del neonato ricade naturalmente su di lei. Alberto, invece, concentra le sue energie su un nuovo progetto: insieme a un amico decide di aprire un piccolo negozio di dischi, come attività parallela al suo impiego da contabile. «Inizialmente non ci eravamo posti il problema, neanche lei. Tuttavia, dopo un po’, ho capito che dentro di sé stava iniziando a covare un malessere serio».
    Quello che dopo la nascita del primo figlio era un malessere legato alla distribuzione iniqua del carico familiare, si trasforma in una vera e propria crisi nel 2021, quando Martina resta incinta di due gemelli. Al compimento dei sei mesi, i gemelli non vengono accettati all’asilo nido per mancanza di posti, e uno dei due genitori deve restare a casa. La scelta ricade su Martina, coerente con gli schemi sociali, ma del tutto incoerente rispetto al contributo economico di ciascuno. «Tra me e lei è scoppiata una crisi perché io non avevo fatto nessuna rinuncia e non avevo intenzione di farne. Lei, invece, aveva dovuto sacrificare molto e nutriva un certo risentimento verso di me, che non avevo compreso quanto fosse necessario che fossi io a fare dei passi indietro, o quanto in realtà potessi farlo perché ne avevo la possibilità».
    Per salvare la famiglia, Alberto capisce che deve non solo rinunciare definitivamente al negozio di dischi, ma anche rimodulare il suo lavoro in azienda e rimandare per un po’ il sogno di cambiare professione, per il quale nel frattempo si era anche laureato in storia. «Ho completamente tolto a lei il carico mentale della casa, lasciandola libera da qualsiasi incombenza domestica. Tant’è che, proprio grazie a questo, in due anni ha avuto una carriera lampo e una crescita esponenziale nel lavoro».
    La riflessione più importante di Alberto riguarda però la volontà di rompere uno schema. Perché, come sappiamo bene, ciò che osserviamo fare ai nostri genitori spesso diventa il modello che riproporremo nella nostra vita: «Ho due maschi e una femmina, e penso che questo cambio di rotta rispetto alla consuetudine possa già essere un insegnamento importante per loro».
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    Rituali 20. Melissa Panarello: «Solo perdendo tutto ho capito cosa significa essere ricca»

    03/02/2026 | 22 min
    Melissa Panarello è una scrittrice, saggista e oggi anche agente letterario che a soli 17 anni diventa un caso editoriale mondiale con "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire" e 3 milioni di copie vendute. Un successo travolgente - anche economico - che arriva prestissimo, prima ancora che abbia strumenti adulti per gestirlo. Era cresciuta a Catania in una famiglia di commercianti, dentro un’economia instabile fatta di boom improvvisi e cadute altrettanto rapide. Il denaro, in famiglia, era "contato a mano": il padre annotava tutto su un quaderno mentre la madre rivendicava con orgoglio “i suoi” primi guadagni. È lì che Melissa assorbe, senza saperlo, la sua prima educazione finanziaria e insieme una tensione profonda tra libertà e paura.
    Da bambina vive i continui traslochi come un’avventura, imparando presto che si può perdere tutto e ricominciare. «Ci spostavamo quasi ogni anno da una casa all’altra: con il commercio le entrate erano altalenanti, e c’erano periodi in cui i miei potevano permettersi una villetta in periferia di Catania, vicino all’Etna, e altri in cui i soldi non bastavano più. Ma l’idea di cambiare casa perché non c'erano più soldi mi dava moltissima energia».
    Quando il successo editoriale la investe, quella familiarità con l’instabilità si trasforma in fragilità: le arrivano cifre altissime, fino a 50mila euro al mese, che Melissa spende senza una reale protezione. «Non compravo mai cose davvero di valore. Sperperavo in cose piccole, andavo al mercato... In fondo non mi davo valore, e quei soldi sentivo di non meritarli». Compra una casa troppo grande, accende un mutuo oneroso, ignora le tasse e sperpera per compiacere gli altri. Il crollo arriva presto. A poco più di venticinque anni si ritrova senza nulla, ma paradossalmente prova una calma nuova: «Era il mio punto zero, qualcosa che conoscevo già».
    Oggi vive in una casa di proprietà senza mutuo, con una famiglia, guadagna infinitamente meno ma si sente più ricca. Il suo rapporto col denaro cambia quando cambia il rapporto con se stessa: «I soldi, per me, sono una storia sentimentale». La svolta definitiva arriva con l’imprenditoria: fonda un’agenzia letteraria e scopre il piacere dell’amministrare e del prendersi cura anche del valore economico del lavoro creativo. Il suo rituale di benessere finanziario è semplice e simbolico: un quaderno senza righe dove annota ogni entrata. «Do corpo a qualcosa che altrimenti sarebbe volatile». Oggi Melissa rivendica una ricchezza diversa da quella che ha conosciuto da adolescente: «So di meritarmi quello che guadagno. E questo fa tutta la differenza».
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    Episodio 122. Quattro figli non sono un lusso, ma una scelta (e un piano)

    28/01/2026 | 15 min
    Cresciuta in un contesto molto umile a Rovigo, Natalia impara presto che cosa significa mandare avanti una famiglia con un solo reddito: il padre lavorava come autotrasportatore in proprio mentre la madre era casalinga. «Quando avevo diciassette anni aiutavo mio padre a fare le fatture e compilavo quei documenti con il pagamento a centoventi giorni. Solo più tardi ho capito cosa volesse dire mandare avanti una famiglia con un solo reddito, aspettando mesi per essere pagati».
    Per Natalia, quelle difficoltà si trasformano in un desiderio di libertà e autonomia: «Per me il lavoro è sempre stato, da un lato, una forma di realizzazione personale e, dall’altro, la garanzia di poter scegliere». Così, dopo l’università in Lingue e Traduzione, decide di mettersi in proprio, affrontando senza paura la partita Iva e imparando presto a gestire tasse e contributi: «Dopo il primo anno da libera professionista ho cominciato a segnarmi tutte le domande, anche quelle che mi sembravano stupide. Ho capito che, quando si parla di tasse e calcoli, non c’è davvero nulla di ovvio». 
    Nel frattempo, Natalia si sposa. Suo marito lavora come ferroviere e ha un’entrata fissa ogni mese, un elemento di stabilità che entra nell’equilibrio della famiglia. L’idea di avere dei figli c’è, ed è un desiderio che prende forma poco alla volta. Il desiderio, però, da solo non basta: serve pianificazione, consapevolezza e, soprattutto, coerenza con i propri valori. Questo significa valutare molti fattori, e fare calcoli realistici su quello che è sostenibile senza rinunciare a ciò che si ritiene importante. 
    «Il dibattito sul fatto che non si facciano i figli perché tutto costa è giusto ed è sacrosanto, però io penso che la considerazione economica ci deve essere fino a un certo punto. Quello che non viene detto prima è che ci devono essere delle scelte che uno deve fare a monte: se tu hai almeno un'idea del tuo futuro riesci a fare delle scelte che poi ti aiutano economicamente anche dopo». Per Natalia, quindi, l’equazione figli = costi, per quanto innegabile, resta solo parziale. I soldi servono, certo, ma ancora più importanti sono le decisioni quotidiane e lo stile di vita che si vuole dare alla famiglia, anche quando esso comporta dei sacrifici. 
    Adesso i figli di Natalia hanno 11, 8, e 4 anni, mentre il più piccolo ha solo 8 mesi. In casa, Natalia e suo marito, riescono a portare una cifra mensile di circa 4.500 euro, molto variabile. E tutto quello che possono risparmiare, lo investono per il futuro dei figli, che intanto imparano il valore del denaro attraverso piccole lezioni di educazione finanziaria quotidiane. Ma la lezione più grande che Natalia vuole trasmettere è chiara: «Spero che i miei figli capiscano che le cose materiali contano fino a un certo punto. È importante avere degli obiettivi, e che questi si possano raggiungere anche in modo creativo… i soldi non sono un punto di partenza, ma uno strumento per arrivare a uno scopo».
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    Episodio 121. Il tempo libero mi ha svelato cosa volevo davvero

    20/01/2026 | 15 min
    Stefano D’Alessandro ha 43 anni e vive a Spoltore, in provincia di Pescara. Le sue radici sono a Pesche, un piccolo borgo medievale del Molise, dove cresce in una famiglia in cui il lavoro non si misura solo con lo stipendio: il padre geometra e la madre, prima sarta e poi casalinga, gli insegnano che in una casa si lavora in tanti modi diversi, e non tutti hanno un prezzo. Dopo le superiori si trasferisce a L’Aquila per studiare Informatica. I genitori gli coprono retta e affitto, ma è soprattutto il loro sostegno emotivo a fare la differenza. Quando sta per laurearsi alla Magistrale, riceve un’offerta di lavoro in un settore digitale in forte crescita.
    Per otto anni lavora in azienda: un lavoro sicuro, con stipendio e prospettive. Ma nello stesso periodo, fa anche un altro lavoro, che sulla carta è “gratis”. Spesso, infatti, si ritrova a dedicare il suo tempo libero a progetti imprenditoriali e start-up: sere, weekend, energie che nessuno gli paga. Ed è proprio lì che qualcosa scatta: la gratuità dei progetti gli mostra ciò che ama davvero, ciò che lo cattura fino a fargli dimenticare l’orologio. E a quel punto arriva il dilemma. «Da una parte c'è la ragione che ti dice: “Ma chi te lo fa fare? Hai un contratto a tempo indeterminato, guadagni bene, puoi cambiare azienda, fare carriera”; dall'altra, invece, c'è il cuore che ti urla: “Ma Stefano, cosa ti piace davvero fare?”».
    Stefano segue la passione. Lascia l’azienda e in quella fase utilizza il denaro per ciò che realmente è: uno strumento che compra tempo, margine e possibilità. Nei primi mesi della nuova vita professionale fa un budget accurato, sa quanti mesi può permettersi di non guadagnare, investe in formazione, pianifica ogni spesa al dettaglio, finché nel 2017, assieme a tre soci, fonda Suredi, una software house specializzata nel fintech, che sviluppa prodotti digitali per aziende e start-up. A nove mesi dalla nascita dell’azienda arriva il primo stipendio: 600 euro. Una cifra modesta, ma sufficiente a rendere tangibile il loro impegno e a dare forma concreta a un progetto destinato a crescere progressivamente. 
    Per Stefano mettersi in proprio è stata l’occasione per imparare un linguaggio nuovo, quello della finanza. E quel linguaggio non resta confinato in ufficio, ma torna a casa, diventando uno strumento per prendere decisioni di vita e dare forma concreta ai desideri e ai progetti familiari. «Ho imparato a leggere un bilancio, a capire il flusso di cassa, a investire… tante cose che ora mi aiutano anche nella vita privata». Tutto questo converge in un punto molto preciso: la genitorialità. Diventare padre trasforma il budget e i numeri in gesti d’amore. Non per costruire un futuro perfetto, ma per lasciare aperta una possibilità: poter dire un giorno “sì” a un desiderio di suo figlio, senza che quel sì sia un salto nel buio.

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Su Rame

Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.
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