Rame

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    Money Clinic 13. Come gestire i soldi quando vuoi lasciare il posto fisso

    26/06/2026 | 11 min
    Cambiare lavoro non basta sempre. A volte cambi azienda, cambi ruolo, cambi città. Ma la fatica resta. E allora arriva una domanda più grande: e se il cambiamento di cui ho bisogno fosse reinventare completamente il mio lavoro?
    Francesca ha 39 anni, vive in provincia di Bologna, due figli e un mutuo sulle spalle. Dopo un burnout, tre cambi di azienda e la sensazione che il problema non potesse più essere risolto semplicemente cambiando scrivania, ha iniziato a immaginarsi libera professionista.
    Ha già studiato un business plan, iniziato a testare alcune consulenze e aperto un file Excel per guardare finalmente entrate e uscite. Per la prima volta è riuscita a mettere da parte 1.500 euro. Un traguardo importante, ma non ancora sufficiente per affrontare con serenità un reddito variabile.
    Perché mettersi in proprio non significa solo avere un’idea o il coraggio di lasciare il posto fisso. Significa capire quanto costa la propria vita, quali spese sono davvero indispensabili, quanto bisogna fatturare per sostenerle, quanta liquidità serve prima di partire. E iniziare a considerare anche ciò che prima veniva dato per scontato: ferie, malattia, strumenti di lavoro, formazione, previdenza.
    Ad aiutarla a mettere ordine tra dubbi, numeri e prospettive c’è Irene Viggiani, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Torino Regio Parco.
    Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più possibili.
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    Episodio 140. Saper gestire il denaro, mi permette di restare nel luogo che amo pur guadagnando poco

    24/06/2026 | 13 min
    Paola ha 43 anni, è una language coach e da nove anni vive a Barcellona. È cresciuta a Milano, in una famiglia in cui il rapporto con i soldi non è mai stato fonte d'ansia. A diciassette anni il padre le insegna che davanti a un lavoro che è pagato sempre meno non si è impotenti. «Mi diceva che investire è una cosa che si può studiare, una skill che si può apprendere». Quei discorsi diventano utili prima di quanto chiunque avrebbe voluto. Il padre muore quando Paola ha ventitré anni e lei e la madre ereditano quello che lui aveva messo da parte. Il fatto che non le avesse mai tenute all'oscuro, a quel punto, fa tutta la differenza.
    Paola si laurea in Mediazione Linguistica e scopre che in Italia, il lavoro per cui si è formata non ha mercato e ci si aspetta che lo facciano i volontari. Così emigra: Istanbul, Vienna, il Sud America, Bangkok e infine Barcellona. Ed è fuori dall'Italia che impara quanto vale ciò che sa fare. «Andare a Istanbul mi ha insegnato che, a seconda di dove vai, le tue competenze valgono di più o di meno. Quello per cui a Milano mi davano 15 euro l'ora, a Istanbul me ne faceva guadagnare 50».
    Ogni salto, però, lo prepara con prudenza: prima un cuscinetto da parte, e poi il rischio. È questa gestione attenta a permetterle la scelta più controintuitiva di tutte: restare in una città, Barcellona, che ama ma che la paga poco, e costruirsi lì un lavoro tutto suo, da language coach online. «Paradossalmente molte persone diventano nomadi digitali per poter andare dove vogliono; io sono diventata nomade digitale per poter rimanere». Lo stesso principio governa anche la decisione più intima, quella della casa, che compra con il compagno solo a condizione di restarne la socia di maggioranza: «Se dovesse succedere qualcosa io sono in sicurezza».
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    Episodio 139. Guadagnavo, ma non pensavo di meritarmelo

    16/06/2026 | 12 min
    Lucia ha 41 anni, vive a Milano da sedici ma è cresciuta a Taurianova, in Calabria. La sua famiglia gestiva una pasticceria. Il denaro in casa non è mai mancato del tutto, ma era sempre contato. «Mio padre non dormiva la notte per capire come pagare i fornitori, le banche, la spesa. Abbiamo passato tre anni senza riscaldamento». Lucia cresce così, dentro una grammatica economica fatta di sacrificio, rinuncia e attesa.
    Quel tempo migliore, Lucia prova a cercarlo altrove. Studia Scienze politiche e sociali a Cosenza, conosce l’uomo che diventerà suo marito e poi lo raggiunge a Milano. A 25 anni trova lavoro in una società di recupero crediti, con uno stipendio di 1500 euro, «che allora per me erano una camionata di soldi». Quattro anni dopo entra in banca: «Venire a Milano da giù, lavorare in banca, e per giunta in sede, non in filiale, significava avere una vita da copertina, da star». Fuori, Lucia è quella che ce l’ha fatta. Dentro, però, inizia a farsi spazio un senso di colpa difficile da nominare: «Ricevere una busta paga con dei soldi mi faceva sentire in colpa. Pensavo a quanto mio padre aveva dovuto faticare per averli».
    Quel senso di colpa si trasforma presto in una difficoltà a riconoscere il proprio valore. «Ho sempre vissuto quello che arrivava non come meritato, ma perché capitava. E quindi non sono stata mai brava a trattare aumenti di stipendio». Quando diventa madre per la seconda volta, la svalutazione del suo lavoro diventa una profezia autoavverantesi. «Ho avuto un anno tremendo, perché la bambina era sempre malata. Non avendo nessuno a cui lasciarla, ero molto spesso a casa. E questo significava sentirsi non presente al lavoro e non presente a casa». Lucia si sente messa da parte, ma riconosce di essersi messa da parte anche da sola: «Sapevo di non poter dare quello che davo prima, così mi sono un po’ autoesclusa. Ho lasciato ampio margine a chi non aspettava altro». Finché il suo capo pronuncia una frase che la colpisce come una pugnalata: «Non sei più la Lucia di un tempo». Come se diventare madre avesse cancellato la lavoratrice che era stata prima.
    Oggi Lucia sa che dietro quella fatica c’è un meccanismo sociale più grande, ma anche una storia personale fatta di senso di colpa verso il guadagno, e procrastinazione del godimento. Grazie a una terapia psicologica, ha imparato a guardare il proprio tempo in modo diverso e a riconoscere che molte delle sue scelte sono ancora abitate da quel “prima o poi” imparato in famiglia. Suo marito vorrebbe tornare al Sud, verso una vita più vivibile e più vicina ai genitori che invecchiano. Lucia non dice di no, ma sa cosa la blocca: «È il procrastinare. Il dire: prima o poi ci sarà il tempo per farlo. Ma quel prima o poi sei tu a decidere quando sarà. Non sarà un altro a venirti a dire: ora è il momento giusto».
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    Episodio 138. Vivo con 23 mila euro l’anno. Sono la rendita dei miei investimenti

    09/06/2026 | 13 min
    Francesca ha 53 anni, vive a Senigallia e per quasi tutta la vita ha fatto l'insegnante. Oggi non lavora più: si è licenziata e vive con 23.000 euro l'anno, frutto dei suoi investimenti. Il suo rapporto con il denaro nasce da bambina, quando suo padre, impiegato di banca a Ravenna, le regala uno dei primi bancomat per bambini. «Da quel momento ho imparato a gestire i soldi: sapevo quanto potevo spendere in una settimana, e in che cosa». Cresce così tenendo la contabilità di ogni spesa e mette da parte tutto con una direzione sola: i viaggi, l'unica voce davvero preponderante nel suo bilancio.
    Diventa insegnante, compra casa, e poi si trasferisce in un casolare nelle Marche con il compagno, per inseguire il sogno di una vita in collina. Ma per dieci anni a lavorare è solo lei, mentre lui si licenzia per scrivere. «L'orto lo curavo io, della casa mi occupavo io, guadagnavo io. Lo squilibrio economico ha fatto saltare il piatto».
    Dopo la separazione conosce quello che è oggi il suo compagno, un ingegnere che da anni vive dei propri investimenti, e che le insegna la cosa che le mancava: smettere di affidare i risparmi alla banca. «Io non faccio trading, sono più una cassettista: compro titoli e li tengo lì, per far lavorare l'interesse composto». Comincia così a investire da sola e a ricalibrare ogni voce delle sue spese. Vende la casa in collina, si trasferisce a Senigallia, prova un anno sabbatico senza stipendio per capire come si vive senza un'entrata fissa. E quando capisce che regge, nel 2024 si licenzia. Oggi dei 23.000 euro annuali di cui ha bisogno per vivere, 9mila euro sono spesi in viaggi, e una parte finisce nel risparmio già a inizio mese, prima ancora di spendere il resto. «Io voglio godermi la vita adesso. Ho 24 anni in meno dei miei genitori: quando me la godo, a ottant'anni?».
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    Episodio 137. Guadagno seimila euro al mese e questo condiziona tutte le mie relazioni

    02/06/2026 | 13 min
    Sofia ha cinquant'anni, vive in provincia di Como e ogni mattina attraversa la frontiera per andare a lavorare in Svizzera. Per capire la sua storia, bisogna partire da molto più indietro - da una famiglia in cui i soldi non c'erano.
    Sofia nasce da due genitori appena diciottenni. I soldi sono pochi, le tensioni molte, e quando i suoi si separano lei frequenta il liceo classico di Como in mezzo a figli di medici e avvocati. È lì che la mancanza di denaro diventa una sofferenza vera. «Le mie compagne avevano le Superga del colore della maglietta. Io avevo i vestiti dei sacchi. Ho fatto il primo anno di superiori con il Montgomery che mi era stato comprato e quando ero in classe non l'ho mai tolto». È in quegli anni che si forma la convinzione che ancora oggi guida Sofia: i soldi danno libertà, e quella libertà bisogna guadagnarsela da soli.
    Sua madre trova un lavoro come bibliotecaria e non vacilla: i suoi figli faranno l'università. Sofia ottiene la borsa di studio massima, si laurea in Scienze dell'Educazione alla Cattolica, poi si iscrive a un master a Venezia in Integrazione degli stranieri. Per fare lo stage obbligatorio, nessuno in Italia risponde. Così prova a telefonare in Svizzera e trova subito lavoro in un centro, dove lavora ancora adesso.
    Oggi Sofia dirige venticinque persone e guadagna seimila euro al mese. È una posizione che gestisce con una discrezione quasi assoluta: quasi nessuno sa quanto guadagna. E quando la differenza con gli altri emerge, cerca di stemperarla. Ma dentro la famiglia il meccanismo si complica: paga sempre lei le pizze, fa sempre i regali più grandi, e sente che qualcosa nelle relazioni, piano piano, viene falsato. «Se guadagni tre volte quello che guadagna la persona con cui mangi la pizza, è anche normale che a un certo punto paghi e basta. Ma poi le relazioni vengono condizionate da questo, perché si insinua quel tarlo secondo cui sono sempre io quella che paga».
    Il privilegio di cui sa di godere, Sofia cerca di farlo ricadere indirettamente anche sul resto della società. «Di mestiere lotto contro l'ingiustizia sociale tutto il giorno. E cerco anche di fare in modo che la qualità della vita delle persone che mi sono più vicine sia migliore grazie al mio lavoro».
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Su Rame
Rame è la serie podcast di una community che vuole sfatare il tabù dei soldi. Nasce all'interno di una piattaforma (www.rameplatform.com) che attraverso i suoi contenuti si pone l’obiettivo di avviare una rivoluzione culturale nella società, che trasformi la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie. Annalisa Monfreda, ogni settimana, dialoga con un ospite diverso seguendo il filo della sua storia economica. Parlare di soldi può essere intimo e coinvolgente, rivelatorio ed eccitante. E si finisce sempre per svelare chi siamo e ciò in cui crediamo.
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