Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella.
Ci sono serie che nascono con una misura giusta, e che proprio per questo avrebbero bisogno di sapersi fermare. Wayward Pines (ora su Prime Video) è uno di questi casi. La prima stagione (che doveva essere l’unica), andata in onda nel 2015, funzionava piuttosto bene come piccolo mystery capace di diventare cult. Un racconto chiuso, teso, costruito intorno a un segreto forte e a una progressiva destabilizzazione dello spettatore. La seconda, arrivata nel 2016, è diventata invece l’esempio quasi didattico di come una prosecuzione produttivamente conveniente possa compromettere il senso narrativo di un’opera.
Il punto centrale non è solo il contrasto tra due stagioni di qualità diversa. È qualcosa di più interessante: il rapporto tra mistero e spiegazione, tra costruzione dell’enigma e capacità di non sfruttarlo oltre il necessario. Wayward Pines parla anche di questo, quasi involontariamente.
Per questo vale la pena tornarci. Non solo come serie curiosa, sospesa tra Twin Peaks, X-Files e il B-movie fantascientifico, ma come caso emblematico della serialità contemporanea: bravissima a costruire il mistero, molto meno a capire quando il mistero ha già dato tutto quello che poteva dare.
“2 voci, 1 serie”: dialoghi sulle cose che ci piacciono, o ci interessano, nel podcast di Mondoserie.
Leggi il nostro articolo su Wayward Pines: https://www.mondoserie.it/wayward-pines/
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