Cornell University. Autunno del 1946.
Richard Feynman è seduto nella mensa universitaria. Sta guardando il vuoto. Ha trentatré anni e ha già fatto la cosa più difficile che un fisico possa fare: ha costruito la bomba atomica.
Per anni, a Los Alamos, ha vissuto a pane e equazioni, caffè e segreti militari. E adesso... è spento. Clinicamente, quasi. Lo chiamano depression, un termine che in quegli anni sa di debolezza.
Lui preferisce non dargli un nome.
Sa solo che la fisica, quella cosa che amava come si ama una persona, ha perso ogni sapore.
Poi, in quell'anonima mensa universitaria, succede una cosa ridicola.
Uno studente lancia in aria un piatto. Il piatto rotea, ondeggia, cade. Ma per una frazione di secondo, Feynman vede qualcosa. Il piatto balla.
Oscilla mentre gira, e il simbolo dell'Università di Cornell — impresso sul bordo — descrive un'orbita strana, quasi ipnotica.
Feynman non ha nessun motivo per calcolarlo.
Non c'è un gant, non c'è un programma di ricerca, non c'è nessun generale che lo aspetta con le stellette. C'è solo lui, un piatto che cade, e quella scintilla di curiosità giocosa che non si era ancora spenta del tutto.
Tira fuori un foglio. Inizia a scarabocchiare equazioni. Per gioco.
Quelle equazioni — scritte per puro divertimento, senza scopo, senza utilità — diventeranno il seme dell'elettrodinamica quantistica. Nel 1965, Richard Feynman riceve il Premio Nobel per la Fisica