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    Basta preti in jeans e mogli in carriera

    21/10/2025 | 5 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8326

    BASTA PRETI IN JEANS E MOGLI IN CARRIERA di Don Corrado Signori
     
    «Se l'orecchio dicesse: "Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo» (1Cor 12,16). È così che il grande apostolo San Paolo, ispirato da Dio, vede e descrive la Chiesa, fratelli e sorelle: come il corpo di un uomo. In un corpo ci sono diversi organi - come l'orecchio e l'occhio per l'appunto - che hanno diverse funzioni, e che solo insieme, collaborando, accettando che nessuno di loro è il corpo intero, ma solo un suo organo limitato, permettono ad un uomo di vivere, di respirare, di camminare, di vedere, di udire, di parlare. 
    Ma il corpo funziona quando l'occhio fa solo l'occhio e l'orecchio fa solo l'orecchio, sapendo che entrambi sono membra indispensabili, insostituibili e uniche del corpo. Dentro la Chiesa, nostra madre e sposa di Cristo, ciascuno di noi ha ricevuto, accolto e scelto una vocazione e possiamo diventare santi e felici in questa vita terrena e salvi per l'eternità dopo la nostra morte se abbracciamo la nostra vocazione. Ma dobbiamo sempre ricordare che, per tornare a San Paolo, se sei occhio non sei orecchio, che tu hai una vocazione specifica che comporta alcuni doni, e altri no.
    IL COMPITO DEL SACERDOTE
    Ricordo come fosse ieri, appena diventato prete, il mio primo oratorio: quei bravi giovani, con il cuore entusiasta e confuso, non si capacitavano del fatto che io, a differenza del mio predecessore, non andassi con loro al bar, o ai concerti, o a suonare con loro.
    Mi domandavano, quei ragazzi che ancora porto nel cuore dopo 20 anni, cosa ci fosse di male in questo, e io rispondevo che non c'era nulla di male: che era buono, sano e giusto che loro, giovani, andassero al bar, purché non eccedessero nel bere, e ai concerti; ma il mio posto era restare in oratorio, perché il posto del papà è a casa, in modo che non solo loro, "la compagnia del don", ma qualsiasi ragazzo, anche meno brillante ed estroverso di loro, sapesse che c'era una casa in cui avrebbe sempre trovato un padre ad aspettarlo, perché è questo il compito di un padre: aspettarti a casa. Questa scelta, insieme all'uso frequente della veste talare, d'inverno anche del tabarro, e alle ore che dedicavo al confessionale, spesso ore in cui semplicemente aspettavo che passasse qualche penitente, inizialmente li confuse. Ma poi, col trascorrere del tempo, qualcuno di loro iniziò a venire non più in compagnia a domandarmi se andavo al concerto, ma da solo, spesso con gli occhi lucidi, a domandarmi un ascolto, un consiglio, una parola, una benedizione, e, qualche volta, anche una confessione. Fu per me una conferma importante: non c'era niente di sbagliato in sé a suonare con loro, ma non era la mia vocazione: io, sacerdote, sono chiamato ad accogliere le loro lacrime e i loro dubbi, a portare loro la carezza di una benedizione, il perdono di Cristo. Io non sono tutto il corpo, io sono un prete. L'orecchio non è occhio.
    LA SPOSA È PER LO SPOSO
    Una sposa è chiamata innanzitutto a dedicare il suo tempo, la sua dolcezza, la sua saggezza, la sua anima e il suo corpo, al suo sposo; questa è la sua vocazione, e questa è la vocazione del suo sposo. 
    E comprendi se qualcosa è per te la priorità innanzitutto da quanto tempo dedichi a qualcosa, perché è il tempo il primo criterio per comprendere come stiamo spendendo la nostra vita. Gli altri criteri poi sono l'impegno che metti in una cosa, il denaro che impieghi in una cosa...
    Fratello, sorella, qual è la tua priorità?
    Quanto tempo, quanta energia dedichi a chi hai sposato in Cristo?
    Spesso nelle liti tra sposi esplode una grande amarezza perché non ci si sente scelti come priorità: la tua sposa deve venire prima di altre cose, anche fossero cose buone: non è sufficiente che tu dica al tuo sposo, alla tua sposa, che non sei a zonzo a divertirti, ma che manchi spesso perché lavori molto o perché fai tanto volontariato, persino in parrocchia, persino nella preghiera: sono tutte cose buone e necessarie, ma c'è un ordine, c'è una gerarchia: se la tua sposa non è più la tua priorità, allora forse devi riflettere sulla possibilità di ridurre il tuo lavoro, anche se così potrete permettervi una casa meno bella. Se il tuo sposo non è più la tua priorità, allora forse devi riflettere sulla possibilità di ridurre i tuoi impegni nel volontariato, persino in parrocchia, persino nella preghiera, anche se il tuo don e i tuoi parrocchiani ti stimeranno di meno.
    Riuscire a fare questo è difficile, perché non stai rinunciando a qualcosa che è male in sé, ma stai scegliendo di riconoscere che sei creatura limitata, che sei un membro del corpo, e non il corpo intero, e che quindi dovrai dire dei no anche a richieste buone, per dare la priorità alla tua vocazione, dovrai accettare che non sempre potrai salvare tutti, perché è solo Uno il Salvatore.
    E questa riflessione vale anche per chi non è né sposo né sacerdote, perché comunque sei chiamato a comprendere la tua vocazione di battezzato, ad esempio dedicandoti completamente all'insegnamento e all'educazione dei ragazzi, ma anche in quel caso sei chiamato a riconoscerti creatura limitata che deve scegliere delle priorità, che deve dire dei no perché tu non sei Dio.
    L'orecchio non è occhio. Io sono innanzitutto sacerdote, tutto il resto deve venire dopo. 
    Tu sei innanzitutto sposa, tu sei innanzitutto sposo, tutto il resto deve venire dopo.
    Se intravedi una verità in questa mia riflessione ti invito ad approfondire questo pensiero nelle opere di un padre spirituale troppo poco conosciuto e di cui non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo: san Francesco di Sales.
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    Figli schiavi dello schermo

    30/09/2025 | 3 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8304

    FIGLI SCHIAVI DELLO SCHERMO di Francesca Romana Poleggi
     
    Jean Twenge, dell'Istitute For Family Studies offre un prezioso consiglio ai genitori, per la salute fisica e mentale dei loro figli. Uno studio del 2023 del C.S.Mott Children's Hospital ha monitorato l'uso del telefono da parte di ragazzi dagli 11 ai 17 anni per una settimana. Ha rilevato che ben 6 su 10 usano il telefono tra mezzanotte e le 5 del mattino nei giorni di scuola. Alcuni fanno fatica ad addormentarsi perché è troppo difficile spegnere il telefono. Uno su quattro ha affermato che si sveglia per messaggi o telefonate dopo essersi addormentato. 
    «Alzo lo sguardo e sono le 3 del mattino e sto guardando un video di una giraffa che mangia una bistecca» ha detto il quindicenne Owen Lanahan. «E mi chiedo: 'Come sono arrivato fino qui?'». È una bella domanda. Ma è ancora meglio chiedersi: "Come possiamo uscirne?".
    Dormire poco è un fattore di rischio per malattie e depressione. E la maggior parte dei minori non dorme abbastanza. E se si svegliano nel cuore della notte per usare il cellulare, come ha ammesso un terzo degli adolescenti intervistati, il sonno che riescono a dormire è frammentato e di bassa qualità. È indispensabile, quindi, togliere fisicamente i dispositivi dalla camera da letto. Bisogna inoltre spiegare loro che non è sano utilizzare il dispositivo a letto, subito prima di andare a dormire.
    Infatti, ciò che i bambini fanno sui loro dispositivi è psicologicamente stimolante, quando invece il cervello dovrebbe rallentare. Inoltre, associano il letto alla stimolazione piuttosto che al riposo. Quindi, anche quando non usano il telefono a letto, il cervello si aspetta una stimolazione e avranno più difficoltà ad addormentarsi. Infine, la luce blu dei dispositivi inganna il cervello facendogli credere che sia ancora giorno. Quindi non producono abbastanza melatonina, l'ormone del sonno, e ci mettono più tempo ad addormentarsi e fanno più fatica a dormire profondamente. Diversi studi hanno inoltre dimostrato che il solo fatto di avere accesso al dispositivo in camera, anche se non utilizzato, è collegato a un sonno insufficiente e a un sonno non ottimale.
    A proposito, la regola del "niente dispositivi in camera da letto durante la notte" vale anche per gli adulti. Dorme meglio chi lascia telefono, tablet e laptop fuori dalla camera da letto.
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    Bambini schiavi dello schermo, genitori complici

    20/05/2025 | 6 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8169

    BAMBINI SCHIAVI DELLO SCHERMO, GENITORI COMPLICI di Fabio Piemonte
     
    L'iperdigitalizzazione dei minori è sempre più fuori controllo. Gli ultimi dati che arrivano dagli USA sono infatti tutt'altro che rassicuranti: già all'età di 2 anni la maggior parte dei bambini trascorre circa cinque ore al giorno davanti a uno schermo; stesse ore anch pr i bambini da 5 a 8 anni. E ancora - secondo un sondaggio condotto nell'autunno 2024 dal Pew Research Center su adolescenti tra 13 e 17 anni -, la maggior parte dei ragazzi possiede uno smartphone e utilizza i social; di questi circa il 50% afferma di essere online costantemente.
    LE CONSEGUENZE SUGLI ADOLESCENTI
    Riguardo alle cinque piattaforme social più diffuse - YouTube, TikTok, Instagram, Snapchat e Facebook - un terzo degli adolescenti ne usa almeno una quasi costantemente. L'85% degli stessi afferma di giocare ai videogiochi e circa 4 su 10 lo fanno ogni giorno. Il gioco in rete isola i più giovani, li scherma dalla realtà e ne compromette pesantemente la costruzione di legami stretti anche con i propri stessi familiari, rendendoli maggiormente vulnerabili rispetto ad ansia e depressione. Questo spiega anche il tragico incremento dei tassi di suicidio anche tra minori di appena 11 anni, come rilevato da The Washington Stand. Tra l'altro il gioco in rete ha un altro effetto particolarmente deleterio su bambini e adolescenti, come rilevato da diversi esperti, nella misura in cui li desensibilizza gradualmente a scene di sangue, violenza e pornografia, per cui talvolta costoro possono giungere anche a mettere tragicamente in pratica ciò che sperimentano online.  Di qui «come genitori, dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che le menti dei nostri figli non siano contaminate da spazzatura, violenza e sangue. Parte di questo lavoro include fare tutto il possibile per far chiudere l'industria pornografica e quei siti web che mirano a sfruttare i bambini. Infatti, una volta che la mente dei bambini è stata esposta a certe immagini, è impossibile riparare il danno. Dovremmo lavorare tutti insieme per fermare questo male prima che inizi», ha denunciato Mary Szoch, direttrice del Centro per la Dignità Umana del Family Research Council (FRC), evidenziando anzitutto la necessità da parte di mamma e papà di vigilare sui comportamenti online dei loro figli.
    IL CASO LIMITE: TERRORISTA A 12 ANNI PER COLPA DEI SOCIAL
    Vigilanza e prudenza non sono mai sufficienti, tanto più se ci si illude che gli adolescenti siano al sicuro nel segreto della loro stanza. Recentemente l'Associated Press ha infatti raccontato il caso limite di un ragazzo francese di 12 anni radicalizzato online e diventato un islamista estremista, condannato per due capi d'accusa legati al terrorismo. Sua madre pensava stesse semplicemente giocando ai videogiochi e facendo i compiti, mentre - invece- egli stava imparando a uccidere, guardando video di decapitazioni e torture così orribili da far distogliere lo sguardo persino ai funzionari giudiziari francesi esperti che l'hanno scovato. Tutto è cominciato da ricerche in rete sull'Islam e terrorismo; poi «algoritmi automatizzati, che guidano le esperienze online degli utenti e la curiosità del ragazzo, lo hanno condotto a chat criptate e propaganda ultraviolenta diffusa dai militanti dello Stato Islamico e da altri gruppi estremisti che si stanno insinuando nelle menti dei più giovani tramite app, videogiochi e social media», osserva Tony Parkins, presidente del FRC. E non si tratta purtroppo neanche di un caso tanto sporadico se si considera che solo in Francia nel 2022 i pubblici ministeri avevano incriminato solo due minori con accuse preliminari legate al terrorismo; nel 2023 ne hanno incriminati 15 e nel 2024 ben 19.
    Insomma dal momento che «il medium è il messaggio» - come insegna il celebre sociologo canadese Marshall McLuhan - e che i social non sono solo banali strumenti di socializzazione, è fondamentale che genitori, docenti ed educatori non si limitino ad attuare strategie di controllo e di 'uso consapevole', ma al contrario testimonino col proprio buon esempio prima che con le parole l'importanza di ricercare e vivere relazioni autentiche con gli altri e l'esigenza vitale di guardarsi negli occhi, giocare e anche litigare concretamente, ossia 'corpo a corpo' e non a colpi di tasti, cominciando a partire da sé a distogliere lo sguardo dallo smartphone.
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    Re Mentone dei fratelli Grimm

    15/04/2025 | 15 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8136

    RE MENTONE DEI FRATELLI GRIMM FA CAPIRE CHE NON PUOI RIFUGIARTI NEL TUO MONDO, PERCHE' IL MONDO E' UNO SOLO
     
    Il cattolico Tolkien, famoso autore della trilogia de Il Signore degli anelli, scrive nel suo Le fiabe: "Il compositore della fiaba si dimostra un sub-creatore riuscito. Egli costruisce un Mondo Secondario in cui la nostra mente può introdursi. In esso, ciò che egli riferisce è vero: in quanto in accordo con le leggi del mondo". Tolkien ha ragione. La fantasia non è surrealismo. Questo nasce dalla pretesa folle di riscrivere il reale, rifiutandone le sue costitutive leggi. La fantasia, invece, è passione per il vero e per il reale. È una passione di tale portata che arriva ad offrire di questo vero e di questa realtà una chiave di lettura che possa meglio evidenziarne il mistero. Quale mistero? Il miracolo che rende la realtà un codice con cui cogliere la presenza continua di Dio e la bellezza della sua Verità. Ecco dunque che si può fare apologetica anche attraverso le fiabe.
    RE MENTONE (FRATELLI GRIMM)
    C'era una volta un Re che aveva una figlia immensamente bella, ma allo stesso tempo così superba ed arrogante che nessun pretendente le andava bene. Prima li sbeffeggiava, infine li scartava miseramente.
    Una volta il Re diede una grande festa alla quale furono invitati pretendenti da ogni dove. Li fece mettere tutti in fila, e in ordine di rango: prima i sovrani, poi i granduchi, dopo i principi, poi i conti, poi i baroni, infine gli aristocratici; uno per uno, furono presentati alla principessa, ma ella trovò in ognuno di loro qualcosa da obiettare. Qualcuno era troppo grasso: "Assomiglia tanto a una botticella" disse; un altro era troppo alto: "alto e smilzo, sembra un manico di scopa". Naturalmente, il terzo era troppo basso: "basso come un tappo e pure tracagnotto". Il quarto era per lei troppo pallido: "smunto come la morte". Il quinto era troppo rosso: "gallo da primo premio." Mentre il sesto era addirittura troppo poco dritto: "Legna verde fa fumo nel camino".
    E così via; furono ridicolizzati e bocciati tutti senza appello, in modo particolare un giovane e buon re che si trovava in prima fila, il cui mento era leggermente sporgente. "Ma guardatelo!" esclamò, ridendo, "ha un mento che sembra il becco di un tordo!". E da quel momento lo battezzò «Re Mentone». A quel punto, il vecchio Re, stufo di vedere la figlia che non faceva altro che schernire la gente e offendere tutti i pretendenti alla sua mano, andò su tutte le furie e le giurò che il primo straccione che avesse varcato la soglia del palazzo, l'avrebbe avuta in moglie.
    Qualche giorno dopo giunse sotto le finestre del palazzo un suonatore ambulante venuto da chissà dove per guadagnare qualche soldo. Il Re se ne accorse e lo fece salire, e così, il vecchio cantore, vestito di stracci lerci e consunti, fu ammesso a cantare per il Re e la Principessa; a fine esibizione domandò una piccola offerta, e il Re, disse: "La tua canzone mi è piaciuta tanto, che voglio concederti la mano di mia figlia". A quelle parole la principessa inorridì, ma il Re disse: "Ho giurato che ti avrei fatta sposare al primo mendicante che si fosse presentato, e intendo mantenere la parola". La fanciulla protestò, ma inutilmente: il Re convocò immediatamente un sacerdote ed ella fu unita in matrimonio al menestrello in seduta stante.
    Ma non basta: appena le nozze furono celebrate, il Re disse: "Non sta bene che la moglie di un mendicante soggiorni nel mio palazzo. Ti invito, quindi, ad andartene via subito con tuo marito". Il mendicante prese sua moglie per mano, ed ella dovette andar via con lui, a piedi; arrivarono a una grande foresta, ed ella chiese al marito: "A chi appartiene questo bel bosco?". "è di Re Mentone. Se l'avessi sposato, oggi tutto questo sarebbe tuo." "Oh, me misera! Se solo avessi accettato di sposare Re Mentone..." Dopo un po', attraversarono una prateria, ed ella chiese ancora: "Di chi è questa bella e verde prateria?" "Appartiene a Re Mentone. Se tu l'avessi accettato come marito, oggi sarebbe tua". "Oh, me misera! Se solo avessi accettato di sposare Re Mentone..." "Senti, non mi va che tu stia sempre a lagnarti che hai sposato me e non un altro" disse il menestrello, "non ti vado bene, io?".
    Finalmente giunsero a una misera capanna, e la moglie chiese al marito: "Oh, buon Dio... com'è minuscola questa casa... a chi appartiene questo misero tugurio?" Il vecchio rispose: "A me. Questa è casa mia, e da oggi è anche la tua. Ci vivremo insieme." Tanto era basso l'ingresso, che la ragazza dovette chinarsi per entrare. "Dov'è la servitù?" chiese al marito. "Quale servitù?" rispose il mendicante, "d'ora in poi dovrai arrangiarti da sola. Su, forza, adesso: accendi subito il fuoco e metti a bollire dell'acqua, e preparami qualcosa da mangiare, che sono molto stanco." Ma la principessa non ne sapeva nulla di come si accende un fuoco e di come si cucina, e quindi il mendicante dovette aiutarla a fare tutto, poiché lei non sapeva fare niente. Quando ebbero finito di consumare il loro misero pasto se ne andarono a letto, e la mattina dopo la fece alzare di buon'ora per fare i mestieri di casa.
    Per alcuni giorni, i due poterono tiare avanti così, come potevano, ma ben presto esaurirono le poche provviste. Il vecchio mendicante disse allora alla moglie: "Moglie, se vogliamo continuare a mangiare e a bere, dobbiamo guadagnare dei soldi. Da oggi intreccerai dei cesti." E andò fuori a tagliare dei salici, e li portò in casa; cominciò allora ad intrecciare, mai giunchi duri le rovinavano le mani delicate. "Vedo che non fa per te" disse il menestrello. "Forse è meglio che provi a filare: magari ti riesce meglio." La fanciulla sedette all'arcolaio e cominciò a filare, ma il filo duro e grezzo le tagliava le dita delicate fino a fargliele sanguinare. "Povero me! Sei proprio una buona a nulla! Non ho fatto un grande affare con te. Proverò ad intraprendere un commercio di vasi di terracotta. Tu dovrai solo portarli al mercato e venderli." Ed ella pensò, ' Oh, me misera! Se dovessero vedermi i servi di mio padre, si prenderebbero gioco di me.. una principessa che vende terraglia all'angolo di una strada!" Protestò, invano, e alla fine dovette fare come il marito ordinava, se non voleva morir di fame.
    All'inizio andò tutto bene; la gente comprava volentieri da lei perché era una bella donna, e pagava senza lamentarsi: c'era persino chi le regalava il denaro senza portarsi via la merce, e con il ricavato di quelle vendite tirarono a campare, fino a quando i soldi finirono, e il marito dovette acquistare altra terracotta; la principessa si mise all'angolo del mercato ed espose la merce, ma improvvisamente un ussaro ubriaco galoppò proprio in mezzo alle terraglie, frantumandole in mille pezzi. La poveretta si mise a piangere, e si disperò tanto che non sapeva più che cosa fare. "Oh, buon Dio! Che ne sarà di me? Che cosa dirà, adesso, mio marito?" Corse a casa a raccontargli la disgrazia. "Chi è così sciocco da piazzarsi sull'angolo della strada con tutta la merce?" disse il marito. "È palese che non sei capace di lavorare, comunque, adesso smettila di piangere e ascoltami: oggi sono capitato per caso al palazzo del re, e ho chiesto se per caso avessero bisogno di una lavapiatti; mi hanno promesso di prenderti: in cambio avrai vitto gratuito." Così, la figlia del re diventò una sguattera; dovette dare una mano a cucinare e da quel momento tutti i lavori più pesanti toccarono a lei. S'allacciò una brocchetta alle tasche, e lì nascondeva gli avanzi di cibo da portare a casa, e vissero di quello.
    Accadde poi un giorno che furono annunciate le nozze del figlio minore del re, e la poveretta andò a sbirciare attraverso la porta del salone. Quando furono accese tutte le luci e vide la sala addobbata in pompa magna per l'avvenimento, nel vedere sfilare una ad una donne bellissime, vestite da gran dame, pensò allora alla sua scarna condizione con il cuore gonfio di tristezza, e in quel mentre maledì l'orgoglio e la boria che l'avevano condannata a tanta miseria. Un odorino prelibato usciva dalle pietanze luculliane che passavano in rassegna, stuzzicando le sue narici; di tanto in tanto qualche cameriere le lanciava un boccone, che prontamente acchiappava per infilarlo nella brocchetta per portarselo a casa.
    Improvvisamente il promesso sposo varcò la soglia, indossando abiti eleganti di seta e velluto, portando al collo tante catenine d'oro; quando vide quella bella donna che stava ferma davanti alla porta, la prese per mano e la invitò a ballare, ma ella rifiutò, spaventata, poiché vide che era Re Mentone, il pretendente che aveva respinto e deriso. Cercò di divincolarsi, ma lui la spinse nel salone, ed ecco che la cintura che le teneva allacciata la brocca alla vita, si slacciò, finendo per rovesciarsi in terra con tutto il suo contenuto: la minestra colava e gli avanzi si sparsero dappertutto. A quella scena, gli ospiti risero e si presero gioco di lei, e lei si sentì sprofondare dalla vergogna. Con un balzo raggiunse la porta, decisa a fuggire, ma un uomo l'afferrò per un braccio e la ricondusse nella sala, e quand'ella volse lo sguardo vide che era ancora Re Mentone, che le disse affettuosamente: "Non avere paura. Sono io il povero menestrello che ha vissuto con te nella miserabile capanna nel bosco. Mi sono travestito per amor tuo, e fui ancora io l'ussaro che quel giorno ti distrusse tutti i vasi di terracotta. Ho fatto tutto questo per domare il tuo orgoglio e per punirti dell'arroganza con la quale mi avevi trattato." La principessa pianse amaramente e disse
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    La vera differenza tra psicologo e confessore

    04/03/2025 | 7 min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8062

    LA VERA DIFFERENZA TRA PSICOLOGO E CONFESSORE di Mauro Piacenza
     
    È fuori dubbio che, nel recente passato, si sia vista un'esplosione del ricorso alla psicologia - e segnatamente all'aiuto degli psicologi - in tutto l'Occidente. Le vicende storiche della pandemia e dell'esplosione clamorosa e, in parte, inattesa dei conflitti bellici hanno, se possibile, ulteriormente aggravato la situazione, al punto da indurre non pochi Governi a offrire ai cittadini un "bonus psicologo" per poter così ricevere l'aiuto di specialisti capaci di ascoltare e di dare un nome al diffuso disagio delle persone.
    Si potrebbe quasi dire che lo psicologo sta all'epoca moderna come il confessore stava all'epoca cristiana! Ma è davvero così? È sufficiente il ricorso allo psicologo per "risolvere" il problema umano? Colloquio con lo psicologo e dialogo della Confessione si equivalgono?
    La risposta a queste domande è, senza ombra di dubbio, negativa. Pur riconoscendo il legittimo valore della scienza umana detta "psicologia", è evidente come essa non possa, in alcun caso, essere confusa con il sacramento della Riconciliazione. I due "dialoghi"-  quello con lo psicologo e quello con il confessore - possono avere alcune analogie, che proveremo a indicare, ma hanno certamente radici diverse e, soprattutto, esiti differenti.
    UN GRANDE PARADOSSO
    Il grande teologo ambrosiano, prematuramente scomparso, Giovanni Moioli, nel suo saggio Il quarto sacramento (Ed. Glossa), descriveva la Riconciliazione come il «sacramento difficile», proprio per l'esigenza imprescindibile del dialogo verace, intimo e personale tra penitente e confessore, necessario perché ci sia la materia prossima del sacramento e perché esso sia valido.
    È fuori dubbio che l'apparente sostituzione della Riconciliazione sacramentale con il dialogo terapeutico affondi le proprie radici nella diffusa secolarizzazione del mondo occidentale; secolarizzazione che - è quasi un paradosso! - è anche la causa di tanto disagio sociale e personale dell'uomo contemporaneo.
    In un contesto culturale nel quale Dio è espulso dalla storia o dalla società e, nel migliore dei casi, è relegato al sentimento soggettivo, la risposta alle domande fondamentali dell'esistenza diviene per lo meno ardua, se non impossibile. Se Dio non c'è, l'uomo si riduce a essere l'esito dei propri antecedenti biologici, materia un po' più sviluppata del resto della natura, ma nulla di più, solo materia. Nel contempo, anche la dimensione teleologica, la dimensione del fine della vita e del senso delle azioni umane, perde il proprio significato. Da questo contesto generale è solo possibile immaginare quale mole di frustrazione, anche psicologica, possa derivare, poiché tutte le azioni umane, anche le più nobili e alte, perdono di significato o, nel migliore dei casi, gratificano l'ego, in un cortocircuito nel quale la domanda mai sopita del cuore umano cerca sempre nuove gratificazioni e mai da nulla si ritiene appagata.
    UNA SOFFERENZA SVUOTATA
    Se a questo si somma la quasi totale censura di un possibile senso della sofferenza umana e della morte, il quadro appare drammaticamente completo. Se la sofferenza umana non ha senso, allora essa è da evitare accuratamente, senza eccezioni, a qualunque livello della coscienza e in qualunque stagione della vita. La contraddizione deflagrante è, tuttavia, che la sofferenza esiste e, semplicemente, non può essere evitata! Da qui l'ulteriore profonda frustrazione di una vita necessariamente frammista anche a momenti di sofferenza, che paiono non avere significato, inficiando così il senso stesso dell'intera esistenza. Al vertice di tale crisi di senso si pone, ovviamente, il mistero della morte, il quale, in un contesto radicalmente secolarizzato, viene sistematicamente censurato e, perfino, de-ritualizzato (basti pensare a tutte le agenzie laiche che si occupano di riti esequiali e, soprattutto, di cremazione), impedendo così quella ordinata e psicologicamente sana elaborazione del lutto, della quale la ritualizzazione è momento essenziale.
    LA CONFESSIONE È LUOGO DELLA RISPOSTA
    Il sacramento della Riconciliazione, invece, si celebra non solo in un orizzonte valoriale, nel quale è riconosciuta l'esistenza di un Dio personale, creatore e provvidente, di un Dio Padre capace di un sempre continuo perdono nei confronti dei Suoi figli, ma anche nell'accoglienza del mistero dell'Incarnazione, per il quale il potere di Dio di perdonare i peccati, in Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, è sceso sulla terra («Perché crediate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati...», Mt 9,6; Mc 2,10; Lc 5,24).
    Il sacramento della Riconciliazione, dunque, è da comprendere e celebrare in un orizzonte soprannaturale, che certamente abbraccia tutte le istanze naturali presenti nell'umana esistenza, ma le supera e le risolve come nessun psicologo potrà mai fare. La fede esplicita in Dio - e non in un "dio" generico a cui tutti possono indifferentemente fare rifermento, ma nel "Dio di Gesù Cristo", nel Dio-Amore trinitario, capace non solo di incarnarsi, assumendo un'integra natura umana, ma addirittura di scegliere di morire per amore della Sua creatura e per salvarla dal limite e dal peccato - diviene risposta piena di senso sull'origine e sul fine dell'umana esistenza, donando uno straordinario, eterno valore alla libertà umana e alle azioni che con essa, illuminata dall'intelligenza e sostenuta dalla volontà, l'uomo compie.
    Nulla è più liberante della fede in Gesù Cristo e del riconoscimento umile e grato del Dio-Amore dal quale tutti gli uomini provengono e al quale sono chiamati a rispondere, anche con le proprie croci.
    L'elemento "difficile" della sofferenza umana trova, non nello sterile ego soggettivo, ma nell'infinito oceano dell'Amore divino, un'unica possibile risposta; il mistero di un Dio-Amore, incarnato e crocifisso, di un Dio-Misericordia che continua a riversare, attraverso il sacramento della Riconciliazione, la sua Misericordia e il suo Amore sull'umanità, è l'unica reale risposta a ogni domanda che fiorisce dall'ineluttabile sofferenza umana, soprattutto quella innocente, e dall'inevitabile disagio che l'uomo prova di fronte a essa.
    L'amore della Croce è la risposta a ogni possibile sofferenza umana e, per quanto la scienza psicologica possa certamente, in alcuni casi, essere di grande aiuto, il migliore degli psicologi (se molto bravo) potrà individuare il problema, ma non lo risolverà e, soprattutto, non salverà l'umano. Gesù Cristo è, infatti, l'unico Salvatore.

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