190 episodi
- Hai passato venti minuti a spiegare a tuo figlio perché non poteva fare quella cosa. Hai argomentato, hai trovato le parole giuste, hai cercato di fargli capire che era per il suo bene.
Alla fine urlava ancora.
Il problema non è come spieghi. È che stai cercando il suo permesso per mettere un limite. E quel permesso non arriverà mai, non perché tuo figlio sia difficile, ma perché non funziona così per nessuno.
In questa puntata parlo di una delle trappole più comuni in cui cadono i genitori oggi, spinta anche da tutto il mondo della genitorialità gentile: l'idea che se spieghiamo abbastanza bene, il bambino capirà e non si arrabbierà. Non è realistico. E cercare di farlo funzionare ti sta togliendo autorevolezza, non aggiungendola.
Puoi spiegare. Ma l'aspettativa che tuo figlio sia d'accordo è quella da abbandonare.
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🔗 Corso gratuito in 7 email: https://giovanniarico.it/come-farsi-ascoltare-dai-figli-corso-gratuito/ - Quando tuo figlio piange disperato, sai istintivamente cosa fare. Ti avvicini, lo consoli, stai con lui.
Quando invece urla, sbatte le cose, ti insulta, ti viene da fermarlo. O da urlare anche tu.
In questa puntata spiego perché quelle due situazioni sono più simili di quanto sembrano, e perché il trucco per gestire la rabbia di tuo figlio è provare a rispondere come se fosse tristezza.
Non è una semplificazione: è che nei bambini, soprattutto in quelli più intensi, rabbia e tristezza si sovrappongono quasi sempre. Quello che vedi come un attacco è spesso frustrazione, delusione, paura di non essere amato. Insieme, tutte e tre.
Cambiare come leggi quella scena cambia come ci stai dentro. E se ci stai dentro senza perdere il controllo, il contagio emotivo smette di lavorare contro di te.
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🔗 Corso gratuito in 7 email: https://giovanniarico.it/come-farsi-ascoltare-dai-figli-corso-gratuito/ - Ti è mai capitato di guardare tuo figlio e pensare: non ti sopporto. E poi sentirti un genitore orribile per averlo anche solo pensato.
Quella sensazione ha un nome: ambivalenza. Ed è normale. Non è un segnale che sei un genitore sbagliato, è un segnale che sei un essere umano.
In questa puntata ti do il permesso che probabilmente nessuno ti ha mai dato: puoi odiare tuo figlio. Puoi desiderare, in certi momenti, di non averlo mai avuto. Puoi volerlo dare via per sei mesi.
Non perché i figli facciano schifo. Ma perché tenere dentro queste emozioni senza dargli spazio è una delle cose più pesanti che un genitore può portarsi dietro. E quando non gli dai spazio, non spariscono: rispuntano come urla, come schiaffi, come sensi di colpa cronici.
Darsi il permesso di provarle, invece, è il primo passo per non esserne travolti.
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🔗 Corso gratuito in 7 email: https://giovanniarico.it/come-farsi-ascoltare-dai-figli-corso-gratuito/ - "Ho capito cosa sbaglio. Ma quando sono lì con mio figlio che urla e non mi ascolta, non ce la faccio lo stesso."
È la cosa che mi dicono più spesso i genitori che hanno già iniziato a lavorarci. Capire non basta. Tra il sapere e il fare ci sono diversi gradini.
In questa puntata, che è la seconda parte del discorso iniziato la settimana scorsa sulle reazioni spropositate, condivido un esercizio che prendono in prestito dagli sportivi professionisti: Sinner, Paola Egonu, i piloti di Formula Uno. Non per essere performanti quanto loro, ma perché quella tecnica funziona anche per portare a casa la serata senza sbroccare.
L'esercizio si fa in cinque minuti, anche sul divano. Non serve mio figlio presente, non serve la situazione in corso. Serve solo la lista che ti ho chiesto di fare nella puntata precedente.
Se non hai ancora ascoltato l'episodio 234, parti da quello.
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🔗 Scopri il percorso: https://giovanniarico.it/dalle-urla-agli-abbracci/ - Tuo figlio fa una cosa. Una cosa piccola: il ritardo, il disordine, le urla. E tu esplodi in un modo che il tuo partner non capisce. "C'è davvero motivo di reagire così per una cosa del genere?"
Forse no. Forse quella reazione dice qualcosa di te, non di tuo figlio.
In questa puntata parlo di un meccanismo che ritrovo spesso nei genitori con cui lavoro: alcune situazioni scatenano reazioni spropositate non perché siano oggettivamente gravi, ma perché toccano qualcosa di soggettivo, qualcosa che viene da lontano.
Capire questa differenza è il primo passo. Non per giudicarti, ma perché se pensi che il problema sia sempre tuo figlio, continuerai a cercare soluzioni nel posto sbagliato.
La settimana prossima: un esercizio concreto per iniziare a lavorarci.
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Se tuo figlio sembra ingestibile, questo podcast è per te. Sono Giovanni Aricò, psicoterapeuta e papà, e aiuto genitori di bambini intensi, oppositivi e difficili da gestire a capire davvero cosa fare, per smettere di vivere ogni giornata come una battaglia e tornare a stare bene con i propri figli.
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