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    [452] Enrico Nicoletti. Il «cassiere» della Banda della Magliana in aula (1998)

    19/03/2026 | 39 min
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    Napoli, 23 giugno 1998.
    In questa data, nel corso del processo noto come «Gava–Alfieri», viene ascoltato come testimone Enrico Nicoletti.

    Quello che state per ascoltare è, appunto, un documento processuale.
    Non una ricostruzione, non una narrazione a posteriori, ma una deposizione resa in aula, all’interno di un procedimento giudiziario, con le sue regole, i suoi tempi e il suo linguaggio.

    Per comprenderne il significato, è necessario soffermarsi, sia pure brevemente, sulla figura di Enrico Nicoletti.

    Nicoletti è stato indicato da più fonti come il cosiddetto «cassiere» della Banda della Magliana.
    Un ruolo che, al di là delle semplificazioni, rinvia a una funzione precisa: la gestione dei flussi finanziari.

    All’interno di una realtà criminale come quella romana degli anni 70-80, il controllo del denaro rappresenta un elemento centrale. Non solo per il sostentamento delle attività illecite, ma per la possibilità di stabilire relazioni, investire capitali, costruire collegamenti con ambienti economici e professionali.

    Figure come Nicoletti operano in una dimensione meno visibile rispetto a quella dei gruppi armati o degli esecutori materiali.

    Non sono, nella maggior parte dei casi, i protagonisti delle azioni violente.
    Ma sono coloro che rendono possibile la continuità e la stabilità dell’organizzazione.

    È attraverso la gestione delle risorse che un gruppo criminale può radicarsi, diversificare le proprie attività, e in alcuni casi interagire con ambiti esterni al mondo strettamente criminale.

    Per questo motivo, l’attenzione verso figure di questo tipo consente di cogliere un aspetto spesso trascurato nelle rappresentazioni più diffuse: la dimensione economica e relazionale dei fenomeni criminali.

    Una dimensione meno appariscente, ma decisiva.

    La deposizione che ascolterete si inserisce in un contesto processuale specifico, quello del procedimento Gava–Alfieri, e risponde alle domande poste in aula, secondo le modalità proprie di un’udienza.

    Non si tratta, quindi, di un racconto lineare, ma di un documento che va ascoltato tenendo conto della sua natura: frammentaria, talvolta tecnica, legata alle esigenze del dibattimento.

    È proprio in questa forma, però, che risiede il suo valore.

    Perché consente di avvicinarsi direttamente a una voce, a un linguaggio, a un modo di rappresentare fatti e relazioni che appartiene a un preciso momento storico.

    Si ringrazia Radio radicale per la condivisione del reperto. 

    Buon ascolto da Spazio70.
  • Spazio 70

    [451] Il «memoriale della Repubblica». Parla Miguel Gotor

    26/12/2025 | 2 h 24 min
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    Siena, 18 maggio 2011, nona giornata del seminario «Il lavoro culturale» organizzato dall'associazione «Level Five. Centro studi Marco Dinoi». Presentazione del libro di Miguel Gotor «Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'anatomia del potere italiano». Intervento iniziale e moderazione del dibattito a cura di Francesco Zucconi.

    Tra gli argomenti toccati da Gotor: a) i tre «pilastri» di un lavoro complesso: l'intrigo del caso Moro, le dinamiche di funzionamento del potere italiano, il taglio e la riflessione di carattere generazionale; b) che cos'è il memoriale Moro? Dal carattere di «memoria difensiva» al valore «testamentario o testimoniale»; c) la genesi del libro e il rapporto con le lettere dalla prigionia; d) «non mi limito a raccontare» cosa c'è scritto nel memoriale, «ma come questi testi sono arrivati fino a noi»; e) un memoriale «che non esiste in originale» e che «compare in due diversi momenti nel tempo»; f) 1 ottobre 1978. L'irruzione dei carabinieri in via Monte Nevoso, a Milano; g) il secondo «ritrovamento» del 1990; h) la polemica della «manina» e della «manona» tra Craxi e Andreotti; i) un problema metodologico. Il tema e il ruolo delle note all'interno di un'opera a carattere storico; l) il concetto di verità storica; m) il tentativo di far sì che la ricerca sia un momento di formazione dell'opinione pubblica; n) lo studio sul come funzionino le istituzioni democratiche sotto l'attacco del terrorismo politico; o) le fotocopie di manoscritto «osservate, censurate e ricollocate» al loro posto; p) una prova storica e logica; q) «gli originali degli scritti? Le Br se ne sono privati»; r) «un ostaggio che muore e gli originali delle sue carte che scompaiono»; s) il pianto di Bonisoli durante «La notte della Repubblica»; t) «un deserto attraversato da una intera generazione»
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    [450] Torture ai Br del caso Dozier. Parlano Frascella, Libera e Persichetti

    23/12/2025 | 1 h 8 min
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    Con il presente contributo proponiamo due deposizioni processuali e un’intervista radiofonica. Le deposizioni (Padova, 1983) sono riferibili alle brigatiste Emanuela Frascella ed Emilia Libéra, chiamate a ricostruire la propria versione dei fatti in relazione al blitz del NOCS che, il 28 gennaio 1982, portò alla liberazione del generale statunitense James Lee Dozier e all’arresto dei militanti B.R. coinvolti nel sequestro. L’intervista radiofonica, trasmessa nel 2011 su Radio Onda Rossa, è invece a Paolo Persichetti, saggista ed ex militante dell’Unione dei Comunisti Combattenti.

    1) «Volevano sapere nomi di battaglia e identità»; 
    2) «Sentivo gli altri urlare"; 
    3) «L'accento di chi picchiava? Secondo me era romano»; 
    4) «Ci minacciavano che ci avrebbero ammazzati»; 
    5) «Dicevano che Ciucci era morto»; 
    6) «Spesso riuscivo a identificare le voci degli altri»; 
    7) «I maltrattamenti? Hanno inciso su dei problemi che già c'erano rispetto alla linea politica dell'organizzazione»;
    8) «Le domande? Erano inutili, perché sapevano chi eravamo»; 
    9) «Sentivo la Frascella urlare»;
    10) Poliziotto «buono» e poliziotto «cattivo»; 
    11) «Savasta? M'era preso un mezzo attacco isterico»;
    12) Sul «professor De Tormentis»; 
    13) Sui «divulgatori della tortura moderna».
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    [449] «Sono un vecchio fascista degli anni 70». Speciale Massimo Carminati

    19/12/2025 | 58 min
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    Col presente contributo proponiamo cinque deposizioni di Massimo Carminati. 

    Nel primo estratto (Roma, 1996) Carminati depone nel corso di un'udienza del processo alla Banda della Magliana, affermando di aver conosciuto in maniera approfondita soltanto Franco Giuseppucci, di non aver partecipato all'agguato Marchesi-Parenti e di non sapere nulla delle armi custodite al Ministero della Sanità.

    Nel secondo estratto, ancora nel corso del processo alla Banda della Magliana, Carminati si confronta in aula con Maurizio Abbatino, che lo accusa di aver preso parte all'agguato Marchesi-Parenti (nell'ambito della faida per vendicare la morte di Giuseppucci) e aver avuto accesso a un deposito di armi presso il Ministero della Sanità. Carminati nega ogni addebito e verrà assolto dall'accusa del tentato omicidio Marchesi-Parenti grazie all'alibi del suo ricovero presso l'Ospedale Militare Celio.

    Tra i temi toccati durante le deposizioni: 1) «Mi ricordo di aver conosciuto abbastanza bene esclusivamente Giuseppucci. I rapporti erano personali, non di gruppo»; 2) «Avevamo amicizie e interessi differenti»; 3) «L'accusa di far parte dei servizi segreti deviati? E' quella che mi fa più male»; 4) «Sicilia e Abbatino? Li ho conosciuti dopo l'81 o 82, in carcere»; 5) «De Pedis? Può essere che l'ho incontrato da qualche parte in carcere»; 6) «Maragnoli? Era una frequentazione di bar"; 7) «Banda della Magliana? E' una definizione giornalistica»; 8) «I rapporti con De Tomasi? La mia famiglia vendette una gioielleria. Fu acquistata nell'89-90 dal cognato o nipote»; 9) «Droga? Non l'ho mai trattata»; 10) «Negli ultimi anni, tra ricoveri ospedalieri e altro, non ho proprio avuto lo spazio fisico per una attività lavorativa»; 11) «Le condizioni economiche della mia famiglia? Agiate»; 12) «Tu hai venduto carne a peso»; 13) «Il nero di Romanzo criminale? Mi prendevano in giro. Sono diventato una macchietta»; 14) «La katana che mi hanno regalato? Serve a sfilettare i tonni»; 15) L'analisi della «katana» regalata a Carminati; 16) «Sono un vecchio fascista degli anni Settanta»; 17) «Sono sempre stato ostile al traffico di stupefacenti»; 18) «E' più facile che trovino droga nelle tasche di chi mi pedina, che nelle mie»; 19) «Scamarcio e Romanzo Criminale? Chi mi conosceva, sapeva che quello era un argomento che non andava toccato»; 20) «Michele Senese? Lo conosco benissimo. Ci ho fatto tre o quattro anni a Rebibbia. E quando esce, lo vado a salutare».
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    [448] Speciale Adriana Faranda

    16/12/2025 | 37 min
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    Col presente contributo, proponiamo due deposizioni di Adriana Faranda. La prima è riconducibile a una udienza del maxiprocesso alle Br per insurrezione (anno 1989). La seconda, al processo Moro quinquies (anno 1996) nella quale l'ex brigatista parla dell'uccisione dell'onorevole Aldo Moro. 

    Classe 1950, originaria di Tortorici (Messina), dopo un primo percorso in gruppi della sinistra armata, attivi a Roma, nella prima metà degli anni Settanta, Faranda entra nelle Brigate rosse, assieme a Valerio Morucci, nell'estate del 1976. 

    I due svolgono un ruolo importante e controverso durante i drammatici giorni del sequestro Moro, per poi abbandonare l'organizzazione nelle prime settimane del 1979 ed essere arrestati nel maggio dello stesso anno. In qualità di dissociata, Faranda beneficerà in seguito degli sgravi di pena previsti dalla legislazione premiale antiterrorismo introdotta in Italia negli anni Ottanta. 

    Tra i temi toccati durante le deposizioni: 1) «Partecipando a Potere operaio ritengo di avere perseguito un fine rivoluzionario così come tutti gli appartenenti ai gruppi extraparlamentari nati attorno al 68-69»; 2)  Dall'impegno «politico effettivo come militante» al «proponimento di lotta armata»; 3)  «I progetti rivoluzionari nati alla sinistra del Pci? Non vennero mai sostanziati»; 4)  «Non ho mai fatto parte di strutture direttive, in Potere operaio»; 5)  «Il fine delle Br? Sovvertire lo Stato e instaurare una dittatura del proletariato come detto e ripetuto in tutti i documenti brigatisti»; 6)  «L'insurrezione in una società capitalistica avanzata? E' impensabile e illusoria»; 7)  La lotta armata «come unica strada possibile»; 8)  Sul superamento della «propaganda armata»; 9) «A un certo punto si cominciò a portare avanti delle azioni armate per la sopravvivenza stessa della organizzazione»; 10) «Era ovvio che se fosse andata male tutta l'operazione, Moro sarebbe stato ucciso. Però era una eventualità che si tendeva a evitare»; 11) «L'8 maggio, in una riunione in via Chiabrera, venne detto da Moretti che sarebbe stato ucciso nel garage di via Montalcini»; 12) «Mi assumo io la responsabilità», disse Moretti; 13) «L'uomo di copertura? Si decise sarebbe stato il quarto uomo, Maccari»; 14) Sul «trasbordo"» e l'arrivo nei pressi «di piazza del Gesù»; 15) «Era previsto l'uso della Skorpion silenziata. Venne detto che era più sicura, perché a raffica»; 16) «Di copertura? Una calibro 9, silenziata».

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Nato nel lontano 2010, Spazio70 rappresenta ormai il più importante punto di riferimento per chiunque sia interessato ad approfondire la propria conoscenza sugli anni Settanta in Italia e più in generale sul periodo che va dal 1968 al 1984. Il canale presenta anche altri materiali su fatti, persone, vicende storiche e giudiziarie di rilevante interesse pubblico.Siamo ampiamente presenti su Facebook, You Tube, Twitter, Instagram, Threads e Telegram.Il nostro sito internet: Spazio70.comPer contatti: [email protected] un supporter di questo podcast: https://www.spreaker.com/podcast/spazio-70--4704678/support.
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