Il tempo è denaro. Stavolta non è un modo di dire. Smetti di invecchiare a 25 anni, ma un orologio sul braccio comincia il conto alla rovescia. Se finisce il tempo, muori. Il caffè costa quattro minuti. L’affitto costa mesi. I poveri corrono perché ogni secondo conta. I ricchi camminano lentamente perché hanno secoli davanti.
2011. Andrew Niccol (quello di Gattaca,The Truman Show, The Terminal, Lord of War), porta questa idea al cinema. Si chiama “In Time”. Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Cillian Murphy. Un’idea che nell’ambito fantascientifico che vale oro.
I primi 50 minuti sono una meraviglia di worldbuilding. Vivere col tempo come unica moneta rende tutto drammatico e frenetico. E si arriva al punto che la madre del protagonista muore perché il biglietto dell’autobus è aumentato di due ore. Muore a pochi passi da suo figlio, che le corre incontro col braccio teso per trasferirle del tempo. Non ce la fa per tre secondi. È una scena potentissima e chi l’ha vista se la ricorda. E chi non l’ha vista, adesso ce l’ha spoilerata.