19 episodi
- Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la bicicletta fu il simbolo più popolare della modernità. Permise a milioni di operai, contadini e artigiani di spostarsi più rapidamente, allargare il proprio orizzonte e conquistare una libertà fino ad allora impensabile. Così nacque il ciclismo e il grande racconto epico dell’Italia popolare.
La rivalità tra Gino Bartali e Fausto Coppi incendiò le passioni dell’Italia uscita a pezzi dalla guerra. Diversi per carattere, stile e immagine pubblica, finirono presto per rappresentare qualcosa che andava oltre lo sport. Bartali, cattolico praticante e iscritto all’Azione Cattolica, divenne il simbolo di un’Italia legata alla tradizione. Coppi, innovatore e protagonista di una vita privata che sfidava le convenzioni del tempo, apparve invece come l’emblema di un Paese che guardava al futuro.
Erano gli anni della Guerra fredda, quando il mondo era diviso in due blocchi contrapposti e anche gli italiani erano chiamati quotidianamente a scegliere da che parte stare. Stati Uniti e Unione Sovietica, Democrazia cristiana e Partito comunista, Don Camillo e Peppone... In quel clima perfino il ciclismo finì per diventare una metafora della grande divisione del Novecento. Così Bartali e Coppi vennero trasformati, quasi loro malgrado, nei protagonisti italiani di quella contrapposizione.
La leggenda del Bartali cattolico e del Coppi comunista era in gran parte una semplificazione, ma milioni di italiani si riconobbero nell’uno o nell’altro come se scegliessero una parte del Paese.
La nuova puntata dell’«Ombelico di un mondo» racconta come due corridori siano diventati il simbolo su due ruote di un mondo diviso. Sullo sfondo scorrono la fotografia della borraccia al Tour del 1952, il mito della vittoria di Bartali dopo l’attentato a Togliatti, la vicenda della Dama Bianca e la morte prematura di Coppi.
Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices - Nel settembre del 1900 a Muggia, una piccola città non lontana da Trieste, nasce Vittorio Vidali. La sua è una biografia che attraversa il Novecento senza mai trovare un attimo di quiete. Viaggia continuamente, cambia missione politica, identità, paese, compagna: braccato da poliziotti e servizi segreti.A Trieste, la città di frontiera per definizione, Vidali diventa comunista molto presto. Da ragazzo sceglie il campo dell’antifascismo militante, dentro un clima in cui la violenza politica fa parte ogni giorno del confronto. È una forma di iniziazione alla violenza, ma anche il segno del suo destino: la politica per lui è un’esperienza tolizzante, non separabile dalla vita.A metà degli anni Venti è negli Stati Uniti. Attraversa il Paese, incontra lavoratori, li raggiunge attraverso viaggi infiniti, spesso sui treni bestiame. È una stagione di formazione, in cui la militanza si misura con la realtà materiale e con l’organizzazione. Per lui, anche in questi anni la politica è insieme pensiero e azione, inseparabili.In carcere incontra Bartolomeo Vanzetti, uno degli anarchici italiani più noti di quella stagione, destinato alla sedia elettrica. Per cercare di salvare lui e Nicola Sacco il mondo si mobilita, ma non ci sarà nulla da fare. La sentenza di morte verrà eseguita.La sua fuga prosegue in Messico. Partecipa alla fondazione del Partito comunista messicano. È il passaggio verso una dimensione internazionale della militanza, che si consolida poi a Mosca, dove Vidali viene addestrato all’interno degli apparati sovietici. Da questo momento la sua figura si colloca stabilmente in quell’area in cui politica, organizzazione e attività clandestina coincidono definitivamente.La guerra civile spagnola rappresenta uno dei punti più noti e più controversi della sua storia. Con il nome di Carlos Contreras, Vidali diventa una figura rilevante nel fronte repubblicano. Sono gli anni in cui si intrecciano dimensione militare, impegno politico e conflitti interni allo stesso campo antifascista. In quel contesto incontra personalità come Ernest Hemingway, Rafael Alberti, Pablo Neruda, segno di un ambiente in cui politica, idealità, organizzazione e cultura crescono insieme.Accanto alla militanza, c’è anche una dimensione personale molto importante. La relazione con Tina Modotti, attrice, fotografa e militante comunista, è una delle storie d’amore più controverse del secolo.Nel 1947 Vidali torna a Trieste, dopo anni trascorsi tra Europa e Americhe e mentre il suo nome è nelle liste dei sovversivi più noti e ricercati. La città è di nuovo al centro delle tensioni tra blocchi contrapposti. Qui continua ad agire, muovendosi nelle pieghe del conflitto tra l’Unione Sovietica guidata da Stalin e la Jugoslavia di Tito, in una fase in cui la politica internazionale si riflette direttamente nelle vicende locali.Raccontare Vidali significa confrontarsi con una figura che ha attraversato la storia di molti paesi. È stato tante cose insieme: uno stalinista violento, un rivoluzionario convinto, un comunista fedele alla linea, un uomo inquieto. Le fonti e le interpretazioni restituiscono immagini diverse, spesso difficili da ricomporre.
Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices - Alla fine dell’Ottocento, negli 11 chilometri che separano Predappio e Civitella di Romagna, tra il 1879 e il 1892 nacquero tre figure destinate a influenzare la storia italiana della prima metà del Novecento: tutti proletari. Tutti rivoluzionari. Tutti fuori dal normale: Benito Mussolini figlio di un fabbro, Leandro Arpinati di un oste, Nicola Bombacci di un birocciaio...Nicola Bombacci, fondatore del Partito comunista e finito appeso per i piedi al distributore di benzina di Piazzale Loreto è il protagonista di questa puntata speciale di L’Ombelico di un mondo, successa live all'evento Voices del Post il 5 aprile 2025.
Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices - Nell’ultima puntata della seconda stagione di L’ombelico di un mondo si racconta la storia di un film che ha portato l’Italia al centro del mondo: Vacanze romane. E di una donna – l’ambasciatrice americana a Roma, Clare Boothe Luce – che cercò di trasformare il successo planetario di quella pellicola in un emblema dello stile di vita americano.Fu un esempio perfetto di soft power: la capacità degli Stati Uniti di influenzare gli italiani senza ricorrere alla forza o a incentivi economici, ma attraverso la cultura, i valori e la seduzione dell’immagine. In sostanza, spingere gli spettatori a desiderare il benessere dell’Occidente.Ma lo stile di Boothe Luce non era soltanto “soft”. Disprezzava i dirigenti democristiani, che considerava troppo deboli contro i comunisti. Ricattò industriali italiani minacciando di bloccare le commesse negli Stati Uniti se nelle loro aziende la CGIL fosse stata troppo forte. Aprì le porte dell’ambasciata ai fascisti dell’MSI e arrivò a discutere con Indro Montanelli la possibilità di un golpe in caso di vittoria elettorale del PCI.Attrice, scrittrice, politica, figura carismatica, Clare Boothe Luce non esitò a usare il proprio fascino per raggiungere i suoi obiettivi, lasciando un segno nella storia italiana della metà degli anni ’50.
Learn more about your ad choices. Visit megaphone.fm/adchoices - Le Feste de l’Unità si organizzano in Italia da ottant’anni. In questa puntata de L’ombelico di un mondo, Francesco Guccini ci riporta alle feste bolognesi della metà degli anni ’60 e racconta lo stupore dei suoi studenti americani, abituati a un’immagine cupa e minacciosa del comunismo, quando si trovarono davanti militanti sorridenti che offrivano loro coccarde e bicchieri di vino.
Ma le Feste furono molto più di un appuntamento popolare. Furono un’espressione concreta della rinascita nazionale. Dopo il 25 aprile 1945, con la fine della guerra e della dittatura, l’Italia si scoprì attraversata da un desiderio profondo di riconciliazione e da una voglia diffusa di libertà. In quel clima di entusiasmo collettivo, il Partito Comunista Italiano rilanciò l’Unità non solo come quotidiano, ma come simbolo della ricostruzione democratica.
A pochi mesi dalla Liberazione, nel luglio del 1945, l’Unità annunciò la nascita dell’associazione “Amici de l’Unità“, nata per sostenere la diffusione del giornale in un paese che usciva dalla clandestinità e si affacciava alla democrazia. In autunno partì la mobilitazione: le Settimane de l’Unità, cominciate in Veneto e Friuli, si estesero presto all’Emilia-Romagna e alla Lombardia. Era l’inizio di una campagna di promozione e presenza capillare che avrebbe attraversato i decenni.Proprio in quel clima di ricostruzione e speranza nacquero le prime Feste de l’Unità. In Veneto, fin da subito, si trasformarono in eventi di massa. Restò celebre la parata galleggiante sul Canal Grande, a Venezia, nell’estate del 1946: fu definita “la prima notte luminosa” dopo anni di buio.
Chi lavorava come volontario lo faceva con passione e spirito di emulazione: si voleva superare la festa dell’anno precedente, fare meglio della sezione vicina. Ma non era solo competizione. Era un modo per dimostrare, con i fatti, che quel modo di stare insieme e fare politica era giusto, concreto, efficace.
Le Feste si diffusero in tutta Italia, richiamando ogni anno milioni di persone. Non erano soltanto eventi politici: erano riti collettivi, accanto al cibo c’erano momenti di cultura, teatro, musica, dibattito. Occasioni in cui si rafforzava il legame con il territorio e si costruiva un’idea di Paese più giusta, più partecipata, più solidale.
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Il mondo, la politica, gli anni '50: raccontati dal posto dove è passato tutto.
Un podcast del Post, scritto e raccontato da Claudio Caprara
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