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Lezioni di storia con Stefano D'Ambrosio

Stefano D'Ambrosio
Lezioni di storia con Stefano D'Ambrosio
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  • Lezioni di storia con Stefano D'Ambrosio

    #507 - CORSOSERALE 9.5 (2/2)- Di cuori e bandiere: Romanticismo, eroismo e libertà

    16/03/2026 | 39 min
    Il cuore romantico non resta chiuso nella stanza dell’innamorato. A un certo punto si alza, esce, guarda la Storia. E la trova ingiusta. Nei grandi affreschi di I Miserabili o nel titanismo del Conte di Montecristo, l’individuo si misura con l’ingiustizia, con l’arbitrio, con la violenza del potere. Non accetta che il mondo sia così com’è. Vuole redimerlo — o vendicarlo. È qui che il cuore si fa bandiera.
    Con Ugo Foscolo, con Giacomo Leopardi, con Alessandro Manzoni, la patria diventa destino morale. Non semplice territorio, ma comunità di memoria, promessa di riscatto, nuova divinità laica. L’amore individuale si trasfigura in amor di patria. Il dolore privato diventa energia civile.
    E poi c’è l’eroe che cammina davvero nella storia: Giuseppe Garibaldi. Marinaio, esule, combattente in due continenti, uomo d’azione e insieme figura quasi romanzesca. In lui l’epica romantica si incarna: l’ingiustizia subita, l’esilio, la seconda vita, la missione, il ritiro finale. Il cuore che diventa azione.
    Accanto a lui, apparentemente lontano dai campi di battaglia, un altro patriota romantico: Frederic Chopin. Fragile nel corpo, esule per sempre dalla sua Polonia, consumato dalla malattia, ma capace di trasformare la nostalgia in suono. Nelle sue Polacche e nelle sue Mazurche la patria non è proclamata: è evocata, cantata, custodita come una fiamma interiore.
    Come Garibaldi combatte con la spada, Chopin combatte con il pianoforte. In entrambi, genio, cuore e patria coincidono. In entrambi, la vita si consuma in un ideale.
    E noi?
    Dopo due secoli, cosa resta di quell’incendio? Dopo la “fine della storia” teorizzata da Francis Fukuyama, dopo il trionfo del benessere e del relativismo, esiste ancora qualcosa per cui valga la pena soffrire? Esiste ancora un amore che non sia intrattenimento? Una patria che non sia slogan? Un ideale che non venga subito ironizzato?
    Il Romanticismo ci ha consegnato una figura inquietante e magnifica: l’uomo che preferisce perdere tutto piuttosto che tradire il proprio cuore. La questione è semplice — e radicale: noi, oggi, saremmo ancora capaci di farlo?
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    #506 CORSOSERALE 9.5 (1/2) - Di cuori e bandiere: Romanticismo, eroismo e libertà

    13/03/2026 | 1 h 1 min
    Ci sono momenti della storia in cui qualcosa si spezza — e non si spezza nelle istituzioni, nei trattati, nelle leggi: si spezza dentro l’uomo, a partire dal momento in cui l’Europa scopre che la ragione, da sola, non basta più, che esiste un luogo più profondo — il cuore — in cui si decidono il destino individuale e quello dei popoli.
    Non è un semplice passaggio letterario. È una mutazione spirituale.
    Con I dolori del giovane Werther e con Le ultime lettere di Jacopo Ortis entra in scena un giovane che non accetta il compromesso, che non sa vivere “umanamente”, cioè moderatamente; che non tollera l’ipocrisia del decoro, la prudenza calcolata, la misura borghese. 
    È l’eroe romantico: fragile e assoluto, generoso e iracondo, assetato d’infinito e incapace di adattarsi. Un uomo che sente di essere nato per “alte e nobili cose”, ma che la storia condanna all’angustia, all’esilio, alla sconfitta.
    Attorno a lui si apre la Natura — non come sfondo, ma come rivelazione. Davanti ai paesaggi di Caspar David Friedrich, l’uomo contempla l’infinito e vi si specchia. Il Sublime non è più una categoria estetica: è un’esperienza esistenziale. L’universo intero può raccogliersi nell’anima, e l’anima può tremare davanti all’ignoto.
    Poi l’amore. Non sentimento regolato dall’etichetta, ma assoluto che divinizza e consuma. Dalla disperazione di Werther al sacrificio di Violetta nella La traviata — nata dalla Marguerite del romanzo La signora delle camelie —, l’amore diventa forza che eleva e distrugge, che chiede tutto, che non ammette mezze misure. Amare fino a morire. O trasformare la morte in sigillo di autenticità.
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    #505 - CORSOSERALE 9.4 - 2/2 - L'aroma che risveglia la ragione: il caffè dei Lumi

    03/02/2026 | 48 min
    Quando sbarca in Europa, non porta soltanto un gusto nuovo: porta un diverso modo di stare insieme. Le coffee houses di Venezia, Londra, Parigi e Vienna non sono taverne: al vino dell’oblio subentra la bevanda della lucidità. Nasce una socialità fondata sulla conversazione, sull’opinione, sulla discussione regolata. Con una moneta qualunque si compra non solo una tazza, ma l’accesso a una “università del popolo”, dove il rango resta alla porta e la parola circola libera. Qui si forma quella che cominciamo a chiamare opinione pubblica; qui la filosofia scende dalle accademie e si siede tra i giornali, le satire morali, le cronache di costume.

    Il caffè diventa così il carburante discreto dell’Illuminismo: lo bevono i redattori, gli enciclopedisti, i polemisti, gli instancabili artigiani della ragione. Lo raccontano i medici che ne lodano le virtù, i moralisti che ne temono l’eccesso, i musicisti che lo trasformano in cantata, i filosofi che, tra un sorso e l’altro, riscrivono il mondo. È una bevanda che parla ai nervi, ai sensi, all’attenzione: perfetta per un secolo che scopre che le idee nascono dall’esperienza, che la mente è una pagina su cui il corpo scrive.

    E intanto, dietro quella tazzina elegante, si allunga l’ombra delle rotte coloniali, dei porti affollati, delle piantagioni lontane. Il caffè è anche merce imperiale, dolcezza amara di un progresso che si alimenta di scambi diseguali. Modernità, appunto: luce e ombra, slancio e costo, entusiasmo e contraddizione.

    In questa lezione abbiamo seguito il caffè come si segue un filo nero che attraversa secoli e continenti: dai chiostri ideali del Medioevo alle piazze rumorose delle città moderne, dalle spezie medicinali al tempo cronometrico dell’orologio, dalla salvezza dell’anima al miglioramento del mondo. Perché a volte la storia cambia non con il fragore delle rivoluzioni, ma con un gesto ripetuto ogni mattina: portare alle labbra una tazza fumante, e scegliere di restare svegli…
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    #504 - CORSOSERALE 9.4 - 1/2 - L'aroma che risveglia la ragione: il caffè dei Lumi

    28/01/2026 | 50 min
    C’è un profumo che segna una soglia. Non è solo un aroma, ma un varco: da una parte il mondo del tempo ciclico, della contemplazione, delle spezie che chiudono il pasto e sigillano lo stomaco come si sigilla un rito; dall’altra, l’irruzione di una bevanda nera e bollente che non invita al raccoglimento, ma alla veglia, alla parola, al pensiero che corre più veloce del sonno.
    Il caffè entra nella storia europea come un piccolo scandalo dei sensi, e ne esce come uno dei motori silenziosi della modernità.
    Prima di lui, a fine pasto, venivano i confetti, l’ippocrasso, le architetture di zucchero: dolcezze preziose, medicate, lente, figlie di un mondo in cui il banchetto è cerimonia e ostentazione, e il piacere ha ancora il passo solenne del simbolo. Poi, dalle montagne d’Etiopia e dai riti notturni dei sufi yemeniti, arriva una bevanda che non placa, ma accende; che non chiude il corpo, ma apre la mente. Dalla qishr speziata dei dervisci alla qahwa delle caffetterie ottomane, il caffè diventa compagno della preghiera vigile, della narrazione pubblica, del dibattito che si accende tra estranei seduti allo stesso tavolo.
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    #503 - CORSOSERALE 9.3 - 2/2 - Meraviglie di ingranaggi e stelle: il Barocco dell'orologio e del cannocchiale

    07/01/2026 | 41 min
    Il Barocco è l’età della meraviglia, dello stupore per ciò che si rivela nuovo e inatteso. Ma è anche l’età dell’inquietudine. Gli strumenti che ampliano lo sguardo e promettono una conoscenza più profonda rivelano, al tempo stesso, la fragilità delle certezze ereditate. La precisione dell’orologio e la potenza del cannocchiale non conducono a una pacificazione dello sguardo, bensì a una nuova consapevolezza del limite.
    Arte e letteratura registrano con intensità questa ambivalenza. Nei testi poetici, nelle allegorie pittoriche, nelle nature morte e nelle vanitas, gli strumenti del sapere convivono con i segni della caducità. L’orologio diventa emblema del tempo che consuma ogni cosa; il cannocchiale, simbolo di uno sguardo che osa spingersi oltre, ma che non può sottrarsi al rischio dell’illusione. Vanitas e memento mori non negano il progresso tecnico: ne svelano il rovescio, ricordando che la crescita del sapere non dissolve l’ombra del finire.
    Il rapporto fra scienza e tecnica si configura così come un movimento circolare: gli strumenti rendono possibile nuove scoperte, e le scoperte generano strumenti sempre più raffinati, in un processo che ridefinisce continuamente il modo di pensare il tempo, lo spazio e la posizione dell’uomo nell’universo. Il mondo si fa più leggibile, ma anche più complesso; più misurabile, ma meno rassicurante.

    Oggi, come allora, nuove macchine ridisegnano il nostro orizzonte simbolico. Robotica e intelligenza artificiale non sono soltanto dispositivi funzionali, ma strumenti che interrogano l’idea stessa di intelligenza, di tempo, di identità. Come nel Seicento, lo stupore per la potenza tecnica si accompagna a una sottile inquietudine. Ogni ingranaggio che si perfeziona, ogni sguardo che si spinge più lontano, ci costringe a chiederci chi siamo e che cosa stiamo diventando. E forse, come allora, non è tanto la risposta a definirci, quanto il modo in cui impariamo a porre di nuovo la domanda.

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Su Lezioni di storia con Stefano D'Ambrosio

Metto a disposizione dei miei cari studenti questi estratti dalle lezioni che ho tenuto negli ultimi anni e che loro hanno già avuto la pazienza di seguire in presenza: spero possano essere d'aiuto per interrogazioni, verifiche o esami di maturità. Se c'è qualcuno lì fuori, oltre ai diretti interessati, che vorrà approfittarne, ne sarò ben felice: avrà contribuito con il suo ascolto a dare un senso ai miei sforzi! Se volete, seguite anche le mie 'Lezioni di italiano con Stefano D'Ambrosio".
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