513 episodi
#513 - CORSOSERALE 9.8 - 2/2 - Pallide sfere in orbita. I satelliti, visione e potere del nostro tempo
28/06/2026 | 44 minIntellettuali, filosofi e artisti reagiscono. Da Montale a Bowie, da Günther Anders a Hannah Arendt, da Pasolini a Calvino, il Novecento si interroga sul prezzo della potenza tecnica: la conquista dello spazio accresce davvero la statura dell’uomo, o la diminuisce? Il satellite diventa allora il segno di una civiltà che rischia di smarrire il proprio centro umano davanti alle proprie stesse creazioni. E tuttavia il satellite non è soltanto simbolo di distanza cosmica. È anche lo strumento invisibile attraverso cui il potere contemporaneo vede, misura, controlla. Dalla logica del Panopticon alla sorveglianza digitale, dalle mappe satellitari alla raccolta dei dati globali, il cielo tecnologizzato inaugura una nuova forma di onniveggenza laica: non lo vediamo, ma lui vede noi. Nello stesso tempo, però, il satellite produce la mondovisione: la televisione globale, il villaggio planetario di McLuhan, l’umanità che assiste simultaneamente agli stessi eventi, alle Olimpiadi come alle guerre trasmesse in diretta. Il mondo si rimpicciolisce, le distanze collassano, la comunicazione diventa esperienza comune. La lezione attraverserà poi il rapporto fra satelliti, guerra e dominio geopolitico, ma anche il loro ruolo nella nascita di una nuova sensibilità ecologica: il pianeta osservato come “Astronave Terra”, il monitoraggio climatico, la consapevolezza della finitezza delle risorse e, insieme, le nuove minacce prodotte dalla stessa tecnologia — dai detriti orbitali all’inquinamento luminoso. Infine, lo sguardo si poserà sulle arti e sull’immaginario: da Magritte a Fontana, dalla Land Art alla fantascienza, fino alle città sospese di Calvino. Perché il satellite non è soltanto una macchina. È una metafora che ha cambiato il nostro modo di pensare lo spazio, il potere, la Terra e persino noi stessi. In fondo, la domanda che accompagnerà tutta la conferenza è semplice solo in apparenza: che cosa accade a una civiltà quando smette di contemplare il cielo e comincia ad abitarlo, a sfruttarlo, a trasformarlo in una rete di occhi?#512 - CORSOSERALE 9.8 - 1/2- Pallide sfere in orbita. I satelliti, visione e potere del nostro tempo
27/06/2026 | 48 minPer millenni l’uomo ha alzato gli occhi verso il cielo. Lo ha interrogato come una dimora divina, una mappa del destino, un archivio di miti e presagi. Poi, quasi all’improvviso, qualcosa si è rovesciato: il cielo ha cominciato a guardare noi.La nuova conferenza del ciclo Simboli e visioni è dedicata a uno degli oggetti più discreti e insieme più potenti della modernità: il satellite artificiale. Pallida sfera metallica sospesa nel vuoto, esso è forse il simbolo più compiuto della nostra epoca: figlio dell’orologio, perché sincronizza il pianeta; figlio del cannocchiale, perché porta all’estremo la visione a distanza.La sua storia nasce nella violenza del Novecento. Dai razzi V2 del Terzo Reich alla corsa spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica, dallo Sputnik a Gagarin fino all’allunaggio dell’Apollo 11, il satellite emerge come prodotto ambiguo: meraviglia tecnica e strumento geopolitico, promessa di conoscenza e dispositivo di potere.Ma la conquista dello spazio non cambia soltanto gli equilibri terrestri: modifica radicalmente il nostro immaginario. Per la prima volta l’umanità vede la propria casa dall’esterno. Le fotografie Earthrise, Blue Marble e Pale Blue Dot ridimensionano la centralità dell’uomo, trasformando la Terra in un fragile punto azzurro disperso nel buio cosmico. Da qui nascono nuove emozioni moderne: vertigine, solitudine, impotenza, ma anche coscienza planetaria.Intellettuali, filosofi e artisti reagiscono. Da Montale a Bowie, da Günther Anders a Hannah Arendt, da Pasolini a Calvino, il Novecento si interroga sul prezzo della potenza tecnica: la conquista dello spazio accresce davvero la statura dell’uomo, o la diminuisce? Il satellite diventa allora il segno di una civiltà che rischia di smarrire il proprio centro umano davanti alle proprie stesse creazioni.#511 - CORSOSERALE 9.7 - 2.2 - Fotogrammi di luce: il cinema, specchio magico del Novecento
16/05/2026 | 49 minQuesta lezione del ciclo “Simboli e visioni” è dedicata proprio a questa soglia: il passaggio in cui l’immagine smette di essere rappresentazione e diventa ambiente, forza, potere. Il cinema come “specchio magico” del Novecento — ma uno specchio ambiguo, capace tanto di rivelare quanto di ingannare, di educare quanto di narcotizzare, di liberare quanto di dominare.
Perché il cinema è, insieme, molte cose: macchina dei sogni collettivi, industria dell’intrattenimento, strumento di propaganda, linguaggio filosofico, laboratorio dell’inconscio. È l’arte che distrugge l’aura e, nello stesso tempo, crea nuove forme di sacralità. È la superficie brillante delle immagini e, sotto di essa, un dispositivo che organizza il nostro modo di sentire, ricordare, desiderare.
E forse, a questo punto, ci accorgiamo che il cinema non è soltanto un’invenzione del Novecento. È qualcosa di più antico. Già Platone aveva immaginato uomini incatenati davanti a uno schermo, costretti a scambiare per realtà le ombre proiettate sulla parete. Ma quella era ancora una metafora. Un dispositivo filosofico. Il Novecento, invece, lo ha costruito davvero. Ha dato a quelle ombre una precisione mai vista, una forza emotiva irresistibile, una capacità di seduzione capillare. Le ha rese mobili, luminose, universali. Le ha trasformate in esperienza.
E allora le parole di Eugenio Montale non suonano più come un’immagine poetica, ma come una diagnosi:
“Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.”
Non è più il cinema a imitare il mondo. È il mondo che comincia a presentarsi come un cinema. E il punto, forse, non è più distinguere tra realtà e rappresentazione. Ma capire se siamo ancora in grado di voltarci.#510 - CORSOSERALE 9.7 - 1/2 - Fotogrammi di luce: il cinema, specchio magico del Novecento
10/05/2026 | 45 minC’è stato un momento, nella storia dell’uomo, in cui la luce ha smesso di illuminare semplicemente il mondo per cominciare a sostituirlo.
Non è accaduto all’improvviso. Le rivoluzioni dello sguardo maturano lentamente, come abitudini che si depositano nel corpo prima ancora che nella coscienza. Prima una candela dentro una scatola — la lanterna magica — che proietta spettri tremolanti sulle pareti. Poi la profondità artificiale dello stereoscopio. Poi la scomposizione del movimento, la cattura dell’istante, la scoperta che il tempo può essere trattenuto, sezionato, ricomposto.
Ma, prima ancora che tutto questo diventi linguaggio, accade qualcosa di più sottile.
Con Richard Wagner, lo spettatore viene sottratto al mondo. La sala si oscura, il brusio sociale viene bandito, l’orchestra scompare alla vista, il tempo si distende in un flusso continuo. Non si assiste più a uno spettacolo: vi si entra dentro. L’opera non è più qualcosa che si guarda, ma un ambiente che avvolge, un’esperienza che chiede concentrazione assoluta, quasi religiosa.
È qui che nasce, in forma ancora analogica e rituale, l’idea stessa di immersione.
E quando, pochi decenni dopo, arriva il cinema, questa disposizione è già pronta.
Il treno aveva insegnato a vedere il mondo scorrere. Wagner aveva insegnato a perdersi dentro una visione. Il cinematografo opera la sintesi: trasforma la realtà in immagini e le immagini in esperienza.
Da quel momento, vedere non significa più soltanto guardare. Significa essere attraversati.#509 - CORSOSERALE 9.6 -2/2 - Vapore, fischi e rotaie: l’Ottocento in corsa tra passato e futuro
19/04/2026 | 47 minIn questa corsa verso il futuro, le città si trasformano: sorgono le stazioni, vere "cattedrali della modernità" che sostituiscono gli antichi luoghi del sacro per celebrare la nuova fede nel progresso. Monumenti di ferro e vetro, come St. Pancras o la Gare du Nord, nascondono sotto involucri neoclassici o neogotici la potenza bruta delle macchine, mentre l'arte si spacca di fronte a tanta irruenza. Se Turner e Monet trovano nel vapore una nuova, sublime dignità estetica, altri vi leggono una ferita inferta all'integrità del paesaggio: è il taglio ferroviario di Cézanne che squarcia la collina, è il fumo scuro di De Nittis che sporca la quiete dei campi, è l'isolamento claustrofobico che Manet intravede dietro un'inferriata di ferro.Ma il simbolo del treno, in questa nostra indagine, rivela infine il suo volto più inquietante e ambiguo. Dalla fascinazione futurista per il "cuore d'acciaio che batte", si scivola rapidamente verso il senso dell'addio e dell'alienazione. Il convoglio diventa il luogo degli strappi dolorosi cantati da Verga o l'altare sacrificale su cui si consuma il destino di Anna Karenina, trasformando il binario nell'unico approdo possibile per un'anima spezzata. Finiremo così per ritrovarci in un vagone di terza classe con Daumier o intrappolati nell'affanno kafkiano delle coincidenze, scoprendo che quel fischio che un tempo prometteva libertà può trasformarsi nel lugubre rintocco di un'umanità prigioniera della propria stessa velocità. Vi aspetto per esplorare insieme questo secolo in corsa, sospeso tra il vapore del sogno e il fragore del ferro...
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Metto a disposizione dei miei cari studenti questi estratti dalle lezioni che ho tenuto negli ultimi anni e che loro hanno già avuto la pazienza di seguire in presenza: spero possano essere d'aiuto per interrogazioni, verifiche o esami di maturità. Se c'è qualcuno lì fuori, oltre ai diretti interessati, che vorrà approfittarne, ne sarò ben felice: avrà contribuito con il suo ascolto a dare un senso ai miei sforzi!
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