In una breve, e bellissima, storia sufi si racconta di un fiume che, dopo un percorso fatto di tante anse, giunge a un deserto dal quale verrà assorbito, ma questo è percepito come l’ennesimo ostacolo. Come in altre storie sufi e zen, anche in questa è contenuta un’indicazione pratica per ognuno di noi: le difficoltà che incontriamo nella nostra esperienza, e che vorremmo istintivamente evitare, possono essere anch’esse portatrici di un insegnamento? Certamente nel lavoro che svolgiamo e negli aspetti concreti del quotidiano, i problemi vanno affrontati e risolti; questa storia, fa notare Pier Giorgio, ci parla però di un livello più profondo dell’Esistenza. I sufi, attraverso la metafora del fiume, ci vogliono preparare a delle dinamiche in cui tutti incorriamo quando si scopre Dio (o in qualsiasi modo lo si voglia definire); quando anche solo si sfiora il contatto con quell’Amore, che percepiamo come folle, incondizionato, gratuito, che scardina la logica consueta della mente, possono manifestarsi delle resistenze in noi, sottoforma di obiezioni o di senso di inadeguatezza per ciò che percepiamo come difficoltà, che in questo caso, non va superata, ma accolta e ascoltata.